Home»Professione giornalista»Mieli, editoria e rivoluzione digitale

Mieli, editoria e rivoluzione digitale

0
Shares
Pinterest Google+

WP_20150508_009“Il passaggio alle nuove tecnologie è importantissimo, però quando leggo un articolo sul tablet poi finisce che lo rileggo anche su carta… In pratica mi ha raddoppiato i tempi di lettura!” Scherza, ma non troppo, Paolo Mieli presidente di RCS libri, ex direttore del Corriere della Sera, intervistato da Aldo Grasso sul tema dei nuovi media al Festival della Tv di Dogliani.
Il passaggio dell’informazione dai media tradizionali, e in particolare dai giornali cartacei, al digitale ha necessariamente delle conseguenze sia sull’industria editoriale sia sul modo di fare giornalismo. “L’editoria – spiega Mieli – è stata storicamente un mercato in cui un imprenditore aveva interesse a investire, perché era un modo per produrre ricchezza. Oggi andiamo verso un mercato dell’informazione gratuito, le notizie disponibili sull’online vengono offerte gratis ai lettori. Ma questo sistema non genera ricchezza, non dispone di risorse per pagare i giornalisti. Se facciamo un confronto con il passato, certamente anche prima esisteva una situazione mista, penso ad esempio a quelle riviste, anche autorevoli, ad esempio Quaderni piacentini o altre, per le quali gli autori scrivevano gratuitamente. Ma lo facevano perché poi erano pagati – e anche profumatamente – per scrivere sui quotidiani. In questo modo il sistema si manteneva. L’economia del non pagato invece non riesco a concepirla. Vedo un futuro difficile per l’economia che si basa sul gratuito e che non riesce a generare ricchezza”.

La coesistenza di un mercato che mette a disposizione del pubblico contenuti a pagamento e contenuti gratuiti non è comunque una novità. Il panorama editoriale si può paragonare al mercato musicale, in cui le case discografiche si sono trovate a fare i conti con la possibilità di scaricare gratuitamente la musica. Secondo Mieli la differenza fondamentale sta nel fatto che l’industria discografica non ha mai giudicato male il fatto che la musica dovesse essere pagata. “Il mondo dell’editoria – spiega – è invece più ipocrita rispetto al pagamento. In campo musicale si è comunque trovato sempre il modo di generare ricchezza, ad esempio con i concerti. Ma se un autore non viene pagato per i suoi scritti non può guadagnare da altro. Bisogna trovare una forma per far produrre ricchezza all’informazione, per retribuire il lavoro dei giornalisti, altrimenti non si innesca il circolo virtuoso che rende il mercato editoriale sostenibile”.
L’industria editoriale è stata investita contemporaneamente da due grandi trasformazioni: la crisi economica e la rivoluzione digitale. I cambiamenti sono molteplici. “Le crisi sono benefiche, permettono trasformazioni altrimenti impossibili. Se la rivoluzione digitale fosse arrivata qualche anno prima avremmo mancato l’occasione di mettere fine a tanti eccessi, sprechi e tempi morti che si avevano nelle redazioni e che, senza la crisi, non si sarebbero superati. Tagliare sui costi eccessivi o inutili permette di non dover tagliare sui giornalisti”.
Cambia anche la figura del giornalista, che deve adeguarsi al nuovo modo di lavorare, un modo in cui, ad esempio, il quotidiano non è più composto soltanto da un edizione al giorno, ma sta diventando un sistema integrato da video, web ecc. “Il quotidiano cartaceo in edicola continua a essere la fonte di arricchimento principale per l’azienda, il resto va a integrazione del quotidiano, ma non si mantiene da sé. La rivoluzione digitale sarà conclusa quando genererà ricchezza, quando il “refresh” sarà in grado di generare guadagni. È una situazione simile a quella che abbiamo vissuto quando, all’inizio delle TV private, gli editori volevano investire nelle TV e ci rimisero dei soldi”.

E intanto – chiediamo – qual è l’identikit del giornalista che si profila all’orizzonte?
“Si tratta di una figura complessa, formata da vari mestieri attinenti all’informazione. Si deve cimentare con il palmare, il video. Queste però non sono cose che si improvvisano, come quando un passante fa un video. Non ci sono ancora esempi di giornalisti che eccellano nell’informazione mista, che siano cioè davvero abili sia nella scrittura tradizionale sia nell’uso dei nuovi media in modo integrato. O abbiamo il giornalista che eccelle in un campo o nell’altro. Se non ci sono gli esempi dopo dieci anni che parliamo di digitale questo significherà pur qualcosa. Mancano ancora i parametri per formare questo tipo di giornalisti. È come se dei giovani appena scolarizzati scrivessero quello che gli viene in mente, ma senza regole.
Il modo efficace di produrre informazione integrata si troverà, come dicevo, quando servirà a produrre ricchezza. Siamo ancora in un lungo guado”.

 

Previous post

Il Grande Fratello prende casa a Parigi?

Next post

Il bicchiere Mezzopieno