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Othman Selmi: sguardo ottimista e critico di un illustratore in Tunisia

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Rosita Ferrato con Othman Selmi

Incontro Othman Selmi nel caffè di Place de la Victore, zona in cui la città in stile francese incontra la medina araba. Othman è brillante e ama raccontare: illustratore e direttore creativo, collaboratore di Internazionale, vincitore nel 2017 del Mahmoud Kahil Award for Best Comic, ha pubblicato con Lab619, Samandal, F/I/M/P, ed è stato presentato recentemente nelle antologie “New Arab Comics” e “Arab Comics Today”. Vive e lavora a Tunisi.
Il suo percorso professionale inizia con l’Ecole des beaux arts de Tunis, poi inizia a lavorare in un studio d’animazione; aspira a una carriera come illustratore freelance «ma non c’erano molte opportunità a causa della censura, e quando c’è la censura ti manca l’ispirazione perché non puoi esprimerti pienamente».
Nel 2009 trova impiego in un’agenzia di comunicazione e torna, controvoglia, a fare pubblicità. L’attività cresce tanto in pochi anni, e anche la sua carriera corre: «Ho iniziato come artista grafico e quando ho dato le dimissioni ero direttore creativo dell’agenzia, ma passavo molto tempo a fare riunioni».

Nel 2011 viene contattato da Internazionale, ed è un’occasione per riprendere la parte artistica che stava trascurando: «Mi hanno chiesto di disegnare una cartolina per la Tunisia. Era nella prima settimana degli avvenimenti della rivoluzione, ed ho avuto un’occasione unica per tornare ai fumetti. Mi hanno dato carta bianca di disegnare tutto quello che volevo e ho avuto l’opportunità di parlare del mio paese».

Cos’è il potere delle immagini?
«Funziona un po’ come per la televisione: anche con il disegno posso creare immagini, ma con un’altra maniera di fare il montaggio; mentre alla tivù un servizio dura cinque minuti, il tempo di lettura può prendere qualche minuto come di più, e si è più liberi nel formato, si può parlare di quello che si vuole, non c’è nessuno che operi un montaggio successivo. Come i graphic journalist che hanno iniziato a prendere piede un po’ ovunque nel mondo, ho iniziato a parlare della Tunisia attraverso i fumetti. C’era come un’urgenza di parlare della Tunisia, e contemporaneamente, anche in altri paesi arabi come il Libano, l’Egitto o il Marocco, stava avvenendo una sorta di rivoluzione, per cui altri artisti hanno cominciato a disegnare per parlare del loro vissuto e di altro: storie di politica, di corruzione, di sessualità».

In che modo?
«In maniera anticonformista, perché da qualche parte c’è anche la censura. Ma qualcosa ha iniziato a muoversi: sono nati per esempio dei festival, e si è cominciato a parlare e a formarsi una rete. Con internet, poi, puoi vedere quel che un altro, a distanza di chilometri, sta facendo; c’era anche prima, ma ora è un rapporto immediato con altri disegnatori che hanno gli stessi tuoi problemi; non si è più isolati o soli, e quindi si ha la possibilità di evolvere. Dopo circa un anno ho smesso di fare pubblicità e ho iniziato con dei lavori miei, per avere tempo anche di capire cosa fare con gli altri, attraverso i fumetti, le riviste, i giornali, le mostre. È un lavoro precario, ma permette una certa libertà che bisogna cogliere adesso e va difesa, perché magari fra cinque anni non esisterà più».

Come è la situazione del giornalismo in Tunisia?
«Paradossalmente, negli anni ‘70 e ’80 c’era molta più libertà di stampa, di critica rispetto agli anni ’90 e 2000. E questo perché Bourghiba (presidente tunisino dal 1957 al 1987) era un avvocato, quindi era in qualche modo un intellettuale che ha preso il potere; con Ben Alì, invece, c’era un regime di polizia, quindi un altro modo di vedere le cose: ha fatto chiudere molti giornali e molte tipografie, non c’erano più libri, la gente non leggeva più, si è creata purtroppo una generazione incolta. Dieci anni fa, un giornale tunisino aveva una foliazione di 40 pagine, di cui però la metà era consacrata soprattutto al calcio e ad altri sport: 20 pagine di sport e 20 di consigli di bellezza, il meteo, parole crociate. Di politica interna potevano esserci due pagine. C’era solo La Presse. Negli anni 2000 molti blogger sono stati messi in prigione o minacciati. Dopo il 14 gennaio 2011 si è ritrovata una certa libertà; con internet, sono nate tante testate, ogni settimana trovavi in edicola un nuovo titolo, anche se magari non di altissima qualità».

Quindi la repressione ha fatto scadere il mestiere del giornalista?
«Diciamo che i giornalisti non avevano più il mestiere, e anche la gente ha dovuto imparare i codici, il modo di fare, il modo di pensare di fare il giornalista, cosa che avevamo perduto. Per questo il giornalismo tunisino passa un periodo un po’ critico; adesso ci sono nuovi professionisti che tentano di parlare diversamente della realtà: non necessariamente attraverso i media classici, social media o testate specializzate, c’è un nuovo modo di esprimersi attraverso internet più che nelle testate tradizionali. Ci sono poi anche giornalisti che continuano a fare il loro mestiere, ma non sono tanti».

Come ci si informa in Tunisia?
«Molto attraverso siti in arabo, o in francese. Prima della rivoluzione c’erano dei siti validi, ma erano censurati: dovevi avere un proxy che nascondeva il tuo indirizzo per vederli. Subito dopo il 2011 ho nutrito molta speranza verso le televisioni tunisine perché la tivù è immediata, tutti possono guardare programmi interessanti, ma il potere della pubblicità corrompe tutto, e rende tutto mediocre; sembra quindi un po’ di guardare i canali Mediaset in Italia, c’è un po’ quella cultura lì, trasmettono dibattiti dove la gente ascolta altri che parlano per un’ora e si scambiano aneddoti, scherzi, banalità; può essere interessante per un sociologo osservare il machismo nella società tunisina, o come le donne si truccano, si vestono, ma non viene detto niente di interessante per informare la gente in modo intelligente».

Othman mi omaggia di una pubblicazione cartacea con i suoi disegni. È Legal Agenda: giornale gratuito con versione libanese e versione tunisina. «Lavoriamo con un eccezionale avvocato libanese, che è pure un attivista, che difende i diritti delle comunità e ha creato questa pubblicazione per criticare le leggi, per discuterne, proporne di nuove, evidenziare dove manca qualcosa. L’idea è di farlo con fondi stranieri, e di mantenerlo gratuito perché sia accessibile a tutti».

C’è un pensiero forte dietro i tuoi disegni. Come ti prepari?
«Ho una formazione da grafico, quindi mi adatto agli stili e ai temi che andrò a trattare, e dipende anche da quanto tempo ho a disposizione. Per Legal Agenda quello che disegno non sono caricature, ma dei dessins de presse, che non devono necessariamente fare ridere, ma sottolineare i problemi. In questo caso devo fare molto in fretta, ho una settimana e devo adattarmi, è uno stile molto rapido. A volte invece disegno dei fumetti, e ho più tempo di analizzare, capire; faccio anche illustrazioni per riviste dove si parla di musica e società e ho il tempo di fare un bel disegno dove si possono vedere i colori, i contrasti. L’impegno, una parola importante, l’engagement è di essere autentici rispetto al tema che si va ad affrontare: cerco di accettare solo lavori che mi interessano; prima, in agenzia, potevo non essere d’accordo con i clienti ma ero obbligato ad assecondarli; adesso, quando ho il tempo, ho il privilegio di scegliere le persone con cui lavorare. Mi lascia spazio per riflettere e mi dà anche una motivazione per fare un disegno di un certo impatto. Cerco di osservare la gente e la realtà: si è osservatori ma anche attori, e quando si affronta un argomento di questo tipo si cerca all’interno di sé, è come un recit autobiografico».

Hai parlato di razzismo.
«Qui in Tunisia è un argomento tabù, ma i tunisini purtroppo sono estremamente razzisti verso altri tunisini che arrivano dall’interno del paese, e verso chi arriva dal resto dell’Africa; i tunisini tendono a dimenticare che fanno parte di quel continente e che l’Africa è parte della loro identità. Siamo arabi, musulmani, africani, mediterranei, abbiamo origini europee, siamo una mescolanza. Si parla molto di tolleranza, ma purtroppo è qualcosa che manca totalmente, qui. Mi fa male vedere come le persone agiscono, vedere che non c’è comunicazione fra i tunisini e gli altri africani che arrivano dall’interno del paese. E anche con gli europei il rapporto è un po’ falsato».

In che senso?
«La politica del presidente passato era quella di separare le persone. Un esempio significativo: tutti gli hotel erano sulle città balneari, là dove c’è il mare e il sole, dove la gente passa il suo tempo fra piscina spiaggia e bar, senza uscire quasi mai dall’hotel. C’era quindi la volontà di non mescolare il tunisino e l’europeo, il turista, perché il politico all’epoca voleva nascondere i problemi della Tunisia, mostrare solo la bellezza del paese, dove c’è il sole, si mangia bene, tutti hanno la pancia piena. Comunemente, qui, si pensa che tutti gli europei siano ricchi turisti. Il turista è là per passare una vacanza piacevole, non per restare e incontrare gli “indigeni”, si pensava. Si cercava di nascondere le verità attraverso le barricate, le vetrine, le cartoline. C’era un bel rapporto fra italiani che vivevano qui e i tunisini, eravamo molto vicini, più della Libia o dell’Algeria, ma c’erano barriere messe dai politici per impedire questo scambio. Pur avendo lo stesso mare, lo stesso modo di mangiare e di pensare, ci si è messi contro per combattersi e per questioni di soldi».

È ancora così?
«Il turismo, ora, non è che sia molto evoluto: se si va a Sousse o Hammamet è lo stesso di prima, ma la nazionalità dei turisti è cambiata, ci sono molti russi, o abitanti di paesi dell’est, e penso sia molto difficile – se non impossibile – fare coabitare un tunisino e un russo. Non siamo riusciti con la gente vicina a noi, figuriamoci con chi non parla neanche la lingua o non ha una sensibilità comune. Ora con gli europei è peggiorata la situazione: è un rapporto di ricatto. I governi di Spagna, Italia o Francia danno soldi alla Tunisia, alla Libia per impedire il flusso migratorio, per impedire le partenze. E ogni giorno nel Mediterraneo ci sono morti».

Quale futuro vedi per la Tunisia?
«Mai essere pessimisti: se si lascia che la gioventù si esprima, si scambi idee, andrebbero aperte le frontiere: se si lasciano viaggiare liberamente i giovani, in Italia, in Europa, per forza torneranno. Perché vedrebbero che non si tratta di andare a lavorare e guadagnare tanto, come invece pensano. Ora il loro unico scopo è quello di partire, perdono molto tempo a cercare di farlo. È importante offrire loro della cultura, per trovare delle soluzioni, per liberarsi, nella testa, nello spirito. Ci sono molti pericoli, quello economico, c’è molta precarietà, in Libia c’è la guerra vicina, la situazione è molto instabile in questo momento. Cosa si può fare? Scambiarsi esperienze, parlarsi. Internet può aiutare molto questa libertà di scambio fra le persone anche quando se la libertà fisica non è permessa».

E il tuo futuro?
«Passare tempo a viaggiare, disegnare. Incontrare, esporre, in un luogo dove si possa stare insieme a Tunisi, pubblicare: libri e cartaceo hanno il diritto di esistere ancora, non c’è solo il web».

Un luogo come il Caffè dei Giornalisti?
«Sì, un posto dove si possano trovare libri da leggere senza per forza doverli acquistare perché non si hanno i mezzi. Un angolino dove poter esporre i propri disegni se non si è ancora affermati – qui ci sono molti talenti – dove si organizzino dei dibattuti, degli incontri. Una sorta di foro, come gli antichi romani, fenici, greci. Per parlare senza tabù, di politica, di tutto».

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