Home»Libertà di stampa»Ossigeno: dare respiro ai giornalisti minacciati

Ossigeno: dare respiro ai giornalisti minacciati

0
Shares
Pinterest Google+

Si sono accorti di Ossigeno, la onlus nata nel 2008 sulla scorta delle minacce violente al giornalista dell’Espresso Lirio Abbate e a Roberto Saviano, l’ International Press Institute di Vienna, il comitato Freedom on the Media dell’Osce e la branca dedicata all’informazione di Open Society Foundations di George Soros. Paradossalmente, l’osservatorio sui giornalisti italiani vittime di minaccia – perché intimidire, anche fisicamente, è pratica più ricorrente di quanto si sia portati a pensare – trova più resistenze a far parlare di sé a casa nostra.

Giovanni-Spampinato-lOraL’idea di Ossigeno è stata perseguita da un gruppo di professionisti tra cui spicca Alberto Spampinato, storico quirinalista dell’Ansa e direttore dell’ente dalla sua fondazione. Suo fratello Giovanni, cronista ragusano per L’Ora e l’Unità, a 25 anni fu assassinato dalla mafia, che non gli perdonò un’inchiesta sui rapporti tra la criminalità organizzata locale e l’estrema destra. E se oggi, vivaddio, non si spara più – l’ultimo giornalista a cadere in Italia è stato Beppe Alfano, nel 1993 – le armi di intimidazione contro chi informa rimangono odiose: violenze, avvertimenti, tentativi di ostacolare il lavoro dei giornalisti, querele temerarie in campo penale e richieste di risarcimento danni abnormi in sede civile.

Matteo Finco coordina il lavoro redazionale dell’Osservatorio, che oggi può contare su una piccola redazione e su una rete di collaboratori fidati. Ma non è sempre stato così: «L’intento di Alberto Spampinato era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica e gli stessi giornalisti sul fatto che in Italia non esistono solo questioni aperte sul conflitto di interessi o sulla concentrazione di proprietà editoriali: c’è una realtà di cronisti quotidianamente vittime di minacce che l’Osservatorio cerca di proteggere. Inizialmente, però, si è lavorato con mezzi ed energie limitatissimi». Da una struttura sostanzialmente di volontari e impossibilitata a lavorare costantemente, l’Osservatorio ha progressivamente dato anima a una piccola struttura professionale, con un gruppo di redattori e collaboratori che aggiornano il sito pressoché quotidianamente e una rete di informatori sul territorio; hanno trovato ospitalità in due stanze della sede romana dell’associazione della stampa e contano sul sostegno istituzionale di Fnsi e Odg, su sporadiche donazioni e sugli scarsi proventi del 5 per 1000 dell’Irpef. Oppure su bandi di concorso come quello in partnership con l’Osservatorio Balcani-Caucaso, con cui Ossigeno ha collaborato per creare una safety net dedicata ai giornalisti-bersaglio e per far crescere una consapevolezza comune sul problema delle minacce.

ossigelogo«Le ‘antenne’ che abbiamo in giro per l’Italia – spiega Finco – ci aiutano a scoprire nuovi casi meritevoli di attenzione. Ogni volta in cui riceviamo una nuova notizia di possibile minaccia analizziamo il caso, anche con l’aiuto di consulenti legali, per capire se ci troviamo di fronte a una situazione di contrasto fisiologico oppure se si sta tentando di mettere il bavaglio a un giornalista». E ciò che risulta a Ossigeno è che il nostro non è un bel Paese per chi vuol fare informazione: sono vittime di abusi sia giornalisti di grandi testate, sia professionisti che lavorano in realtà locali. Con modalità e conseguenze differenti, non sempre di immediata comprensione: «Se a essere minacciato è un giornalista di una testata locale, solitamente riceve più solidarietà perché opera in una piccola comunità. Ma fronteggia un problema ulteriore, perché magari è costretto giornalmente ad avere a che fare con la persona che lo sta osteggiando, che sia il sindaco o il capo dei vigili. Nei grandi giornali hai più protezione, soprattutto legale e finanziaria in caso di cause intimidatorie, ma spesso manca la solidarietà del direttore e del comitato di redazione. Ci sono capitati casi in cui ci siamo dovuti muovere noi, prima che il cdr di un grande giornale si decidesse a scrivere un comunicato di solidarietà verso un collega minacciato da tempo. Peraltro non capita di rado che i colleghi pensino che la persona minacciata se la sia andata a cercare: questo atteggiamento è pericoloso, quanto lo è la generale indifferenza».

A volte è l’autocensura a ostacolare il lavoro di Ossigeno: un giornalista che riceve una citazione in giudizio, talora, decide di non dare pubblicità al fatto per timore di perdere le proprie fonti di informazione o di “macchiare” il curriculum e perdere occasioni di lavoro. Di stretta attualità è il caso dell’Unità, giornale fermo dall’estate 2014 i cui ex giornalisti stanno pagando di tasca propria le sentenze sfavorevoli, in una situazione di insolvenza dell’editore: eppure, il web riporta solo notizie generiche e mai nomi e cognomi degli interessati né i motivi dei contenziosi.

L’attività di Ossigeno è sostanzialmente duplice: l’osservazione di casi di minacce e la parte più giornalistica, che raccoglie contenuti sui temi delle libertà negate in Italia e all’estero e ne dà conto nel suo notiziario. Grazie ai contatti con i comitati di redazione, le partnership con le sezioni locali dell’Odg e un accordo con l’Eco della stampa, che fornisce una preziosa rassegna anche delle testate a diffusione limitata, oggi l’Osservatorio è in grado di raccogliere ed elaborare dati affidabili sui giornalisti minacciati. Attualmente i casi aperti sono 72 e riguardano varie tipologie di minacce: le aggressioni fisiche, gli avvertimenti, le censure e le azioni legali. L’osservatorio, tuttavia, stima che per ogni caso emerso ne restino dieci senza voce né pubblicità.

Alberto Spampinato
Alberto Spampinato

Un obiettivo sensibile di Ossigeno, già legato da convenzioni con l’università di Tor Vergata e con l’ateneo di Bologna, è l’educazione: una sezione del sito raccoglie le tesi di laurea che hanno approfondito i temi degli ostacoli alla libertà di informazione e intende alimentare una banca dati degli studi accademici. L’osservatorio vorrebbe rendere più capillare la sua attività nelle scuole, ma c’è ancora una battaglia da vincere: la resistenza dei giornalisti stessi, la vergogna che assale chi è vittima di minacce e la solitudine cui viene costretto il cronista minacciato per effetto del disinteresse dei colleghi.

«Creare una sorta di scorta mediatica – dice Raffaella Della Morte, che proprio con una tesi sulle giornaliste minacciate della camorra ha iniziato a collaborare con Ossigeno – è uno dei compiti di Ossigeno. È una protezione necessaria, in Italia, per i giornalisti che fanno questo mestiere e lo fanno bene. Iniziamo a vedere i risultati del nostro lavoro ma, in generale, le luci sono ancora basse: si parla poco e distrattamente di questi problemi. Nel suo libro dedicato al fratello, Alberto ha insistito spesso sulla solitudine del giornalista vittima di minacce. E la mancanza di solidarietà è il primo passo verso l’isolamento: un giornalista lasciato solo è un giornalista vulnerabile».

 

Previous post

Buon compleanno Ansa, da 70 anni racconta il mondo

Next post

Master in giornalismo: nasce l'associazione degli studenti