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Oltre la cronaca

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Palazzo Saluzzo Paesana di Torino ha ospitato, venerdì 20 dicembre, l’ultimo evento dell’anno dell’associazione culturale Caffè dei Giornalisti. Un incontro dal titolo “Media e immigrazione. Parlarne come…” organizzato in occasione dell’uscita del settimo numero della rivista Turin, dedicato proprio all’immigrazione, passata e presente, nella nostra città.

L’appuntamento è stato occasione anche per presentare e festeggiare la nuova collaborazione del Caffé dei Giornalisti con l’associazione Turin.

Rosita Ferrato

Dopo i saluti della presidente Rosita Ferrato, Enrico Camanni, direttore di Turin, ha preso parola per introdurre un dibattito che ha visto al tavolo dei relatori non solo giornalisti, ma protagonisti e testimoni, come lui stesso li ha definiti, di come l’informazione tratta il tema. “Non sarà un convegno accademico – ha esordito Camanni – Quello dell’immigrazione è un tema che coinvolge tutti. C’è una larga accezione della parola “media”, ma abbiamo ormai troppi mezzi e poca consapevolezza”.

Ci è voluto tanto prima di essere finalmente trattati come colleghi” interviene Viorica Nechifor, presidente dell’Ansi, Associazione nazionale stampa interculturale, gruppo di specializzazione sul tema dell’immigrazione affiliato alla Federazione nazionale della stampa italiana. “Abbiamo dovuto lavorare 15 anni prima di poter diventare associazione, ora stiamo tentanto di registrare al tribunale un giornale con direttore responsabile senza passaporto italiano”. Nechifor giornalista iscritta all’Ordine dei giornalisti del Piemonte racconta come, quello della nostra regione, sia uno degli ordini più aperti rispetto all’ingresso di giornalisti non italiani, con cui si è potuto dialogare.

Qual è lo stato attuale dell’immigrazione sui nostri media viene ben presentato da Benko Gjata, del Centro di cultura albanese e corrispondente dell’Agenzia Telegrafica Albanese, a Torino dal 1998. Definisce una “pressione mediatica” quella vissuta dalla comunità albanese. “Il fenomeno migratorio è stato capito male e tardi, e così la sua rappresentazione mediatica ha finito per influire sulla vita stessa degli immigrati. Fino al 1990-91 in Italia, nonostante la vicinanza, si conosceva ben poco dell’Albania. Quando sono iniziati ad arrivare le prime navi stracolme di immigrati, l’immagine che è giunta alla gente è stata quella di uomini, nudi, sporchi e con i capelli lunghi. Ma nessuno ha indagato per andare oltre a quell’immagine di persone minacciose che ha influito sull’opinione pubblica e sulle leggi. Quegli uomini erano nudi perché era agosto e faceva caldo, erano sporchi perché lo erano le navi su cui avevano viaggiato e avevano i capelli lunghi perché allora in Albania era segno di protesta contro il regime”. E le conseguenze le conosciamo, timore di esternare la propria identità, forme di intolleranza quotidiana, che sono terminate, continua, con un pizzico di ironia, Gjata, “grazie agli amici rumeni che hanno preso il posto degli albanesi, e i marocchini, gli arabi. Il fenomeno continua, perché gli immigrati sono il 16% della popolazione residente, ma manca la rappresentanza politica”.

il pubblicoMa come combattere quel tipo di informazione che si ferma alla cronaca, che cita le nazionalità nei titoli prima dei fatti e che tratta l’argomento con estrema superficialità?

“È importante riflettere su come i media trattano l’immigrazione, sul lessico che si usa per trattarlo” interviene Stefano Tallia, segretario dell’Associazione Stampa subalpina, ricordando l’impegno del Sindacato con l’Ordine dei giornalisti per l’approvazione del codice deontologico Carta di Roma del 2008, da cui è nata l’associazione omonima, per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione. “Il primo rapporto annuale da poco presentato dall’Associazione mostra un’attenzione maggiore rispetto agli aspetti culturali e sociali, non più solo cronaca. Non è ancora quello che vorremmo, ma qualcosa si sta muovendo. La strada da percorrere è ancora molta, ma ne va della nostra democrazia“.

Un impegno, quello per un’informazione corretta, che sembra dipendente dalla sensibilità del singolo giornalista. Come l’esperienza di Maria Teresa Martinengo, giornalista de La Stampa, riportata dalla collega e amica Stefanella Campana, con cui ha lavorato all’analisi dei media interculturali e del Mediterraneo all’interno dell’Istituto Paralleli. “Era importante parlare con i giornalisti di provenienza straniera per conoscersi e incontrare l’Altro”. Progetti, ricerche e interviste che hanno coinvolto giornalisti immigrati e redazioni locali con lo scopo di conoscere la percezione dell’altro, per esaltare la creatività dei giornalisti di origine straniera, di cui spesso non si conosce l’esistenza “Come la regista rom o la casa di produzione cinematografica nigeriana”. E in questa direzione va Babelmed, con cui anche il Caffè dei giornalisti collabora, un sito di informazione indipendente in più lingue, che dà spazio alle voci del Mediterraneo e a chi vuole raccontare il proprio paese.

“Un programma sull’immigrazione è noioso, la gente cambierebbe canale, ma raccontare la normalità e la quotidianità con la voce di gente comune invece avvicina le persone, aiuta a capire”. Spiega Davide Demichelis, giornalista autore del programma “Radici. L’altra faccia dell’immigrazione” in onda su Rai Tre. “Un programma di viaggio” come preferisce chiamarlo il suo autore “ma con una guida particolare, ossia un’immigrata che ci accompagna a conoscere il suo paese, parlando italiano e spesso con marcato accento regionale, come quello toscano di Malia Zheng, immigrata di seconda generazione”. Dal Senegal all’Ecuador, dal Burkina Faso alla Cina, per provare a informare e parlare di immigrazione non solo nei fatti di cronaca.

“Di progetti interessanti di informazione multiculturale – come ricorda con rammarico Viorica Nechifor – ce ne sono stati tanti, dall’inserto Metropoli di Repubblica a Radio Popolare, dalle rubriche in lingua straniera della Stampa, ma sono stati chiusi. Ora ci sono progetti come Glob011, Fischio libero, Prospettive altre, ma sono volontari. Se le redazioni fossero più variegate certi commenti, dettati da ignoranza e pregiudizio, sulla stampa italiana non ci sarebbero“. E Nechifor lancia una sfida a Demichelis e Camanni, “collaborare per raccontare la nostra piccola realtà, facendo vedere tutti i volti, tutte le voci, gli aspetti positivi e negativi, utilizzando intermediari locali”. Sfida di certo non rifiutata.

Il confronto si è chiuso con un brindisi natalizio con i prodotto della cooperativa sociale Pausa Cafè.

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