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Ogni luogo è – ancora oggi e nonostante tutto – Taksim

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A un anno esatto dall’incarcerazione di Deniz Yücel, corrispondente del giornale tedesco Die Welt, con l’accusa di terrorismo, la presentazione dell’edizione italiana di Ogni luogo è Taksim in un luogo simbolo qual è il Circolo della stampa di Torino vuole essere l’occasione per raccogliere e rilanciare le voci dei giornalisti che in prima persona accettano la sfida di ricercare e raccontare la verità. «È un piacere e un onore per me introdurre come presidente del Caffè dei Giornalisti questo appuntamento, che affronta una questione a noi così cara qual è la libertà di stampa, prestando la voce a Deniz Yücel e ripercorrendo la sua narrazione di ciò che è accaduto in Turchia a cominciare dalle manifestazioni di Gezi Park fino alla svolta autoritaria di Erdogan».

Ha introdotto così l’evento Rosita Ferrato, lasciando poi la parola a Murat Cinar, giornalista turco, che ha arricchito la seconda edizione del libro di Yücel con un’analisi del periodo che comincia con la rivolta popolare di Gezi Park, la più grande della storia della Repubblica di Turchia, e dei risvolti politico-economici dell’involuzione autoritaria della politica del Presidente Erdogan. «Quattro anni non sono tanti, ma in Turchia è successo di tutto – ha commentato Cinar. Fino a qualche anno fa la Turchia non trovava spazio nei media o non se ne parlava nel modo corretto. L’edizione 2016 di Voci scomode e questa presentazione rendono al Caffè dei Giornalisti il merito di volerne parlare in modo approfondito».
Oggi la Turchia è al 155° posto nel mondo nella classifica di RSF sulla libertà di stampa, ma se è vero che la situazione è peggiorata è pur vero che era già compromessa una decina di anni fa, se consideriamo che tra il 2007 e il 2008 67 giornalisti sono finiti in carcere.
«Sotto lo stato di emergenza non ci sono limiti – continua Cinar. Nello Stato del terrore non è considerata una paranoia ritenere un giornalista una persona pericolosa per la sicurezza dello Stato e tenerlo da 12 mesi in detenzione preventiva, come sta accadendo a Yücel. Dopo l’intervento dell’esercito turco in territorio siriano, lo scorso 20 gennaio, 34 persone sono state accusate di propaganda terroristica e arrestate semplicemente per aver postato poesie di Brecht su Facebook o per aver organizzato spettacoli per bambini sulla pace».
Che aria si respira, oggi? «La Turchia di oggi ci permette di fare una critica al sistema economico capitalistico e al sistema elettorale. Come ha ben raccontato Yücel, la Turchia è un paese giovane, frizzante, vivace, molto sofisticato, ricco, complesso, dove però c’è un’estrema povertà diritti civili e un’estrema violenza. Quali valori, allora, bisogna difendere? Quanto il sistema economico può essere dannoso e limitare la libertà di stampa, manipolare la gente e creare disinformazione?»
Il riferimento è anche a quanto è accaduto il 24 gennaio scorso, quando l’Unione turca dei Medici ha pubblicato il tweet «La guerra è un problema di salute popolare» per invitare il governo a interrompere l’intervento militare in Siria. Erdogan li ha definiti «amanti del terrorismo e dei terroristi»: parole accolte con favore dai quotidiani vicini al governo. Il risultato? Undici medici, compreso il presidente dell’Unione turca dei Medici, sono stati portati in centri di detenzione e otto sono ancora oggi in detenzione cautelare. «Non è raro che i media mainstream siano vicini al governo – commenta Cinar. In Italia non è stato molto diverso. Ma le conseguenze sono molto più pesanti in Turchia, le violazioni dei diritti molto più palesi, aggressive e trasparenti».
Per chi, come lui, scrive per denunciare il proprio il Paese dall’estero quali problemi ci spossono essere? «Oggi nelle carceri turche ci sono persone che hanno semplicemente ritwittato un messaggio. Quello che dico e scrivo non sarebbe tollerato dal governo turco. In tempo di guerra della verità si parla raramente».

Più che la difficoltà di ritornare nel suo Paese, dove vive parte della sua famiglia allargata, lo rattrista la cancellazione della memoria attraverso la gentrificazione di alcune aree della sua città, Istanbul, o l’eliminazione fisica di luoghi simbolici, come il cimitero armeno dal parco Gezi. E lo preoccupa la diaspora di intellettuali turchi, costretti a lasciare la propria terra: «Il governo ha scelto di governare con la paura perché ha paura di finire male. Ma governare il Paese con la paura significa renderlo più omofobo, più fondamentalista, più maschilista, più religioso e meno scientifico. Erdogan ha plasmato un esercito di elettori obbedienti e militanti».
Cosa sopravvive allora dello spirito di Gezi Park, che ha radunato per quattro mesi manifestanti di destra e di sinistra, rappresentanti di associazioni, ambientalisti, cittadini indignati? «Un’informazione alternativa che ne esce rafforzata. Gezi è stata una palestra preziosa, perché animata dal suo spirito, la gente ha difeso e diffuso e la sua stampa».

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