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Nurcan Baysal: non ho tempo per il lutto, solo per la lotta

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Nurcan Baysal ha ricevuto il premio Global Front Line Defenders: giornalista in prima linea per la difesa dei diritti umani, è impegnata da anni in progetti culturali e di cooperazione nella regione sudorientale della Turchia, dove, dal 2015, documenta numerose violazioni dei diritti umani. L’organizzazione non governativa internazionale Front Line Defenders si occupa di sostenere attivisti dei diritti umani in tutto il mondo. Dall’impegno, dalla determinazione e dal vissuto di Baysal si intuisce la ragione del premio.

Nurcan nasce nel 1975 a Diyarbakir, nel sudest del Paese, in una famiglia composta da sette sorelle e tre fratelli. Terminate le scuole superiori si trasferisce ad Ankara, per proseguire gli studi. Dopo alcuni anni, inizia a lavorare nella capitale come ricercatrice in studi politici, dopodiché decide di tornare nella sua città natale. Una scelta che racconta così: «In quel periodo, le famiglie della nostra zona facevano di tutto per far studiare i loro figli, con la speranza che potessero trovare un lavoro nella parte occidentale della Turchia. Anche tutti i miei fratelli hanno fatto così. La disoccupazione, il futuro incerto e la vita insicura spingevano la gente a emigrare. Per me, invece, è stata una scelta sentimentale: sono tornata a Diyarbakir per lavorare sul campo, per stare vicina alla gente e contribuire a un cambiamento».

Una scelta difficile, che non è stata apprezzata dal padre: tanto che non le ha rivolto la parola per un anno. Baysal, dal suo ritorno, non si è più mossa dalla regione, impegnata in lavori sociali portati avanti tra la provincia di Diyarbakir e Tatvan. «Per dieci anni ho lavorato a un progetto sullo sviluppo sostenibile finanziato dalle Nazioni Unite. Mi sono occupata di persone povere, donne e famiglie spinte a emigrare altrove». 

La sua esperienza più longeva è stata nei villaggi di Tatvan, sulla costa occidentale del Lago di Van, a due passi dal confine iraniano. Un’esperienza lunga cinque anni. In questo periodo si è occupata dello sviluppo economico di questa zona spopolata. Un lavoro che l’ha spinta a scrivere e ad avvicinarsi al mondo giornalistico. «Ho visto villaggi bruciati ed evacuati negli anni Novanta, durante gli scontri tra lo Stato e le guerriglie del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Dopo un periodo così lungo di sofferenze e di violenza avevo voglia di raccontare le loro storie al resto del Paese». Così, nel 2013, ha iniziato a scrivere il suo primo libro: O Gün, un testo in cui racconta la sua esperienza nei progetti di sviluppo economico nelle zone rurali ma si interroga anche sulle motivazioni storiche che hanno spinto le persone ad abbandonare le proprie case. Il libro di Baysal diventa, così, una fonte importante per comprendere – almeno in parte – la cosiddetta questione curda.

«In Turchia, parlare a 360 gradi della questione curda e continuare a lavorare nei progetti del mondo dell’associazionismo è davvero molto complicato. In poche parole, è assai probabile perdere il lavoro». Proprio in quel periodo, Baysal ha la possibilità di osservare il ritiro delle guerriglie del PKK dal territorio nazionale della Repubblica di Turchia, nel momento storico del dialogo e negoziati tra le due parti in conflitto. I suoi lavori giornalistici assumono, così, altro significato e altro valore.

Il 2015 è stato un anno molto importante, per Nurcan Baysal. La tregua tra le Forze Armate dello Stato ed il PKK è stata interrotta dopo quasi tre anni di relativa pace. La giornalista ha documentato e denunciato le numerose violazioni dei diritti umani, durante la ripresa del conflitto.

«A Diyarbakir, nel gennaio 2016, sono stata informata della presenza di cadaveri di alcuni minori abbandonati per strada. Le famiglie ci chiedevano di contattare le autorità locali in quanto terrorizzate dall’idea di lasciare le proprie case per il forte rischio di restare uccisi. Dopo aver contattato invano il prefetto, ho parlato con l’ex Primo Ministro, Ahmet Davutoglu, ma nessuna misura è stata presa in quella circostanza». Baysal racconta che, dopo ventinove giorni, quei cadaveri erano diventati preda degli animali randagi. In quel periodo, con l’aiuto di amici, nonostante il salvataggio di 64 minori, un gran numero di ragazzi ha perso la vita perché rimasto in trappola negli scantinati dei palazzi. Mesi di coprifuoco e scontri hanno scombussolato gli equilibri della zona. Interi quartieri sono stati abbattuti, migliaia di persone sono rimaste uccise o hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni, numerosi siti archeologici sono andati distrutti, anche gli animali hanno pagato il loro tributo di sangue.

Baysal è meravigliata del fatto che gli abitanti locali riescano ancora parlare della pace: «Mi stupisco della loro volontà per la pace e mi vergogno di me stessa. Mi vergogno della mia rabbia. Nonostante tutto quello che hanno vissuto quelle madri, io mi trovo più arrabbiata di loro. Per loro, la pace vuol dire fermare la morte delle persone e il ritorno a casa dei giovani che sono saliti in montagna per sostenere la lotta armata. Nel quartiere di Ali Pasa parlavo di questo tema con un ragazzo che mi mostrava la foto di suo fratello in montagna e mi ripeteva come, per lui, la pace significasse il ritorno».

Nurcan Baysal racconta spesso il significato del vivere in pace, per gli abitanti di questa regione. Le sue parole sono ancora più preziose, se si pensa che è nata e cresciuta negli stessi luoghi: «Per i bambini, pace significa giocare senza paura per strada. È qualcosa di concreto. Per esempio, durante la tregua non è morto nessun bambino. Per i genitori, pace significa poter crescere i propri figli». Per Baysal non si apprezza e si capisce la pace senza aver vissuto nella guerra ogni giorno. «Sia a casa mia, sia a scuola, i miei bambini non si affacciano alle finestre, non abbiamo scrivanie attaccate alle finestre; durante i pasti, i tavoli sono vicini al corridoio. Dobbiamo sempre pensare di difenderci dalle bombe e dai proiettili».

Il 20 gennaio scorso, il governo della Repubblica di Turchia decide di lanciare un’operazione militare in Siria. L’intervento, in coordinamento con gli alleati, si concentra ufficialmente sulla città di Afrin, nel nord del Paese. L’obiettivo ufficiale del governo è “ripulire la zona dagli elementi terroristici”, un’espressione tipica nel lessico del partito al governo, il Partito dello Sviluppo e della Giustizia (AKP), che include sia lo Stato Islamico sia le Forze di Unità Popolari Ypg e Ypj. Per il partito che si trova al potere in Turchia da più di quindici anni, le forze armate Ypg e Ypj sono l’espressione siriana del PKK, quindi un pericolo al confine da eliminare.

Nonostante l’operazione riceva il sostegno della maggior parte dei media mainstream, una parte di società civile si oppone. Tra gli oppositori, c’è anche Baysal. Due giorni dopo, il 22 gennaio, per via dei suoi messaggi sui social media, circa venti agenti antisommossa fanno irruzione presso la sua abitazione e la arrestano. Lei racconta così quella notte: «Era passata da poco la mezzanotte, eravamo tutti svegli, i miei figli e un amico professore. A un certo punto ho sentito un rumore forte, pensavo stessero sparando o che ci fosse un terremoto. Ho chiesto al mio amico di prendere i miei figli e di portarli in camera loro. Nel mentre, ho notato le pareti che tremavano. In pochi secondi, una ventina di poliziotti ha buttato giù i muri di casa e ha abbattuto la porta blindata. Non ho avuto il tempo di aprire la porta, perché nessuno ha bussato. Sono entrati con le armi pesanti e le hanno puntate addosso a me. Tutto accadeva davanti agli occhi dei miei figli. Mi hanno detto che mi avrebbero portato in questura, sulla base di un mandato d’arresto contro di me. Non ho resistito e mi sono consegnata».

Nurcan Baysal scriveva per un portale di notizie online, T24. La redazione le aveva comunicato i rischi connessi alla pubblicazione del suo ultimo articolo ma, per lei, il pezzo andava pubblicato. Ed è stato proprio quell’articolo contro l’intervento militare di Afrin, a causare il suo arresto.

«Durante la detenzione sono stata fortunata. Ho ricevuto numerosi messaggi di solidarietà da tutto il mondo. Parlamentari, giornalisti, avvocati mi sono stati vicini. Ma soprattutto la gente di Diyarbakir. A sentire l’udienza in tribunale c’erano negozianti, semplici cittadini e imprenditori della zona. Questo sostegno ha fatto sì che io fossi scarcerata presto». Nel periodo della detenzione, alcuni giornali cartacei e canali televisivi vicini al governo hanno confezionato servizi di anti-propaganda nei suoi confronti, definendola come una “terrorista”. «Questo è il linguaggio di chi ci governa. Si tratta di una cultura governativa dall’alto verso il basso, che ha una continuità e coerenza nel suo cammino. È un metodo per impaurirci e zittirci. Sono le conseguenze di una cultura governativa che non vuole stabilire la giustizia sociale ma aumentare i livelli di razzismo e nazionalismo. Alla fine, si tratta di uno Stato che si legittima con ripetuti massacri. Uno Stato che non vuole fare i conti con le proprie responsabilità».

Se si parla di comunità internazionale, Baysal è molto critica. «Non credo che ci sia stata una reazione sana e corretta da parte del mondo occidentale, in relazione agli scontri del 2015. Il 27 gennaio ero nel Parlamento Europeo per partecipare a un dibattito: ho fatto sentire a tutti le parole di Mehmet Tunç (politico locale a Cizre), che era rimasto intrappolato in uno scantinato mentre fuori scoppiavano duri scontri. Nel giro di tre o quattro giorni, lui e gli altri che si erano rifugiati in quel posto sono stati bruciati vivi. Molti Paesi criticano la Turchia per via delle violazioni dei diritti umani, ma gli stessi Stati continuano a vendere loro armi. E ritengo che siano responsabili della morte delle persone uccise con quelle stesse armi. Finché manterranno questa linea, non ci sarà mai un governo che prenderà sul serio le critiche al potere».

Nurcan Baysal ha un sorriso bello, forte e generoso. Se le si chiede come riesca a mantenere ancora la sua forza, risponde con determinazione: «Sono in piedi ancora perché ricevo solidarietà da tutte le parti. Non ho tempo per il lutto: devo continuare con la lotta». Il 29 maggio scorso è uscito il suo ultimo libro, in cui racconta ciò che ha visto durante gli scontri del 2015 nel quartiere storico di Sur, a Diyarbakir. Quelle voci: il cuore della città batte a Sur.

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