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Notizie fuori dal ghetto

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Era il 2011 quando fu costituita l’Associazione Carta di Roma, con l’obiettivo di dare attuazione al protocollo deontologico siglato nel 2008 dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa italiana per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione. Sono passati due anni ed è tempo di bilanci: frutto dell’analisi di 12 quotidiani tra nazionali e locali e della rilevazione di 799 notizie sulle prime pagine del 2012, ha visto la sua pubblicazione il primo rapporto annuale, presentato lunedì 16 dicembre a Roma nella Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati.
Si tratta di una panoramica di come le notizie che hanno per protagonisti gli immigrati sono state trattate dai media e di quali cambiamenti si sono registrati: “Notizie fuori dal ghetto” il titolo del rapporto, a sottolineare lo spazio riservato al tema dell’immigrazione e ai cittadini stranieri sui giornali e in televisione.

A presentare i dati della ricerca Marinella Belluati, dell’Università di Torino: un segnale confortante è che l’informazione legata all’immigrazione non occupa più solo ed esclusivamente le pagine di cronaca, ma compare correlata ai temi del lavoro, dell’economia e dell’istruzione, perché il fenomeno viene analizzato nelle conseguenze che la presenza di migranti, richiedenti asilo e rifugiati produce nel tessuto sociale italiano. È pur vero che il 59% delle notizie di cronaca nera analizzate reca come riferimento l’appartenenza nazionale specifica degli autori, quasi fosse l’unica chiave di lettura dell’episodio, e che il 32% indica una o più nazionalità in prima pagina.
Pur permanendo un’etnicizzazione delle notizie, recentemente si è dato però più risalto ai casi di razzismo.

Troppo spesso ancora alla corretta informazione si preferiscono immagini stereotipate di facile presa e si fanno scelte giornalistiche che puntano al sensazionalismo piuttosto che all’approfondimento: gli sbarchi assurgono a icona dell’immigrazione in senso assoluto, si rinuncia a una visione che abbracci la complessità del fenomeno a favore di un quadro drammatico in cui gli immigrati sono inseriti come vittime passive a cui rivolgere un atteggiamento pietistico o come pericolosa minaccia da allontanare.

Ma non mancano nuove consapevolezze e tentativi di narrazione ispirati al diritto di cittadinanza sociale. Le seconde e le terze generazioni, in particolare, conquistano un protagonismo attivo e positivo, soprattutto nelle news televisive: lo si deve anche al dibattito politico sviluppato intorno allo ius soli, che li ha resi soggetti intraprendenti e non destinatari della solidarietà dei coetanei italiani.

Poco rappresentate nei media sono invece le donne: nonostante la consistenza numerica e l’importanza dell’immigrazione femminile, le news prese in esame riguardano per il 53% gli uomini, il 30% è dedicato a entrambi e appena il 17% alle donne. Se ne parla prevalentemente nella cronaca nera, come persone deboli e succubi delle tradizioni patriarcali, oppure come vittime di violenze e di femminicidi, anche se con numeri e attenzione inferiori rispetto a quanto accade per le vittime di origine italiana. Come ha sottolineato Marinella Belluati, “delle questioni di genere si parla poco in generale, ancora di più nel caso di donne straniere”.
Il loro ruolo sta assumendo un peso sempre maggiore, sia nei paesi di origine, sia nel nostro, ma nel discorso giornalistico legato al mondo del lavoro sono praticamente inesistenti, se non in qualità di “badanti” o “prostitute”.

Quando si vuole raccontare l’immigrazione, spesso si ricorre alle storie dei protagonisti e alle loro difficoltà quotidiane. Il rischio sotteso, come ha evidenziato Lucia Ghebreghiorges, giornalista della rete G2, è quello di appiattirli a meri testimonial e di circostanziare i loro problemi alla dimensione personale e non vederne il carattere politico.

Il neoeletto presidente dell’Associazione Carta di Roma Giovanni Maria Bellu, giornalista e scrittore, ribadisce che non siamo ancora di fronte a un cambiamento sostanziale dei meccanismi consueti di produzione informativa, ma esprime la sua fiducia negli strumenti che molti giornalisti stanno mettendo in campo per raccontare in modo più fedele le sfide della società contemporanea, sempre più multiculturale e interreligiosa.
Nelle raccomandazioni contenute nel rapporto si legge: “Le responsabilità per il miglioramento qualitativo dell’informazione sulla migrazione e l’asilo appartengono in primis ai giornalisti e ai direttori, ma la battaglia [..] si gioca insieme alla società civile […] e al mondo politico”.

Elisabetta Gatto

 

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