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Notizie “estive” e giornalese

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allarme discoteche drogaQuando il calcio e la politica vanno in vacanza, di qualcosa si deve pur parlare. Ecco allora che – coperti l’allerta meteo e il gossip sui vip in spiaggia – i quotidiani si saturano di articoli dedicati alla presunta emergenza del momento.

Quella che ha campeggiato indiscussa quest’estate – e continua a dominare – è la campagna su giovani, droghe e discoteche. Configurato come un nuovo allarme  – come sempre, del resto, quando non si trova il tempo per conoscere e approfondire un fenomeno – è tuttavia smentito dai dati, che dimostrano che il consumo di droghe in Italia sia inferiore rispetto ad altri Paesi europei e non sia affatto in crescita. Spacciare per “nuova droga” l’ecstasy, metamfetamina sintetizzata per la prima volta nel 1912 e titolare di una certa popolarità negli anni Ottanta, è quantomeno anacronistico.

O meglio, rivela quella che Daniele Rielli, autore di reportage per Il Venerdì di Repubblica, Internazionale e Riders, in uno dei suoi lavori raccolti su quitthedoner.com definisce “la distanza siderale dei giornali italiani dalla realtà”: «Tutti i fatti riguardanti, o anche solo potenzialmente riguardanti, un singolo tema, di norma marginale o del tutto ignorabile, vengono risucchiati nelle prime pagine dall’aspirapolvere dell’emergenza».

È infatti il sistema di raccolta delle notizie e l’ordine di priorità che si vuole attribuire loro, facendole avanzare nella gerarchia interna alle pagine dei giornali, a convincere il lettore della loro importanza e della loro rilevanza a livello statistico.
Se poi la causa è nobile, il gioco è fatto: «Come ci ha da tempo abituato la nostra tradizione giornalistica, alla mancanza di un riscontro fattuale si sopperisce con la volontà, così profondamente italiana, di recitare in pubblica piazza le nostre buone intenzioni. […] Il fatto che una causa appaia genericamente giusta è purtroppo più che sufficiente a bypassare quello scomodo orpello chiamato ‘realtà’».

Così come lontano dalla realtà è il linguaggio adottato da molti giornalisti quando si tratta di amplificare la portata di un tema, gridando allo scandalo. Rielli lo definisce “giornalese”, ovvero una lingua inesistente, fatta di parole che nessuno nella quotidianità userebbe mai: per restare sul pezzo, movida, sballo, pillole di droga sono espressioni che nessun giovane frequentatore di discoteche si sognerebbe di utilizzare.

Ma allora come si può raccontare con competenza linguistica un certo tipo di realtà sui mezzi d’informazione? «Al di là di tutti i discorsi metodologici, anche il più aggiornato e ben disposto (quindi puramente immaginario) inviato cinquantenne del Corriere della sera cosa può capire di una realtà come il Cocoricò?». In realtà, probabilmente non è una questione anagrafica né si tratta di avere esperienza diretta di un fenomeno, quanto piuttosto di dimostrare  capacità di documentare con rigore e serietà, di non fermarsi agli slogan facili che hanno presa su un pubblico che non ha davvero voglia di essere informato, ma di confermare i propri stereotipi.

Una più accurata attenzione ai linguaggi e alla vera notiziabilità devono essere il presupposto per iniziare il racconto della realtà.
È quello che distingue la professione giornalistica dallo strizzare l’occhio da un lato all’opinione pubblica con banalità rassicuranti e dall’altro all’editore, assicurando a un argomento una marcata riconoscibilità commerciale.

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