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Niente tweet, siamo turchi

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Si è mosso il governo americano per bocca del presidente Barack Obamail commissario europeo all’allargamento, Stefan Fule, ha dichiarato: «La notizia solleva gravi preoccupazioni e dubbi sull’effettivo impegno verso i valori e gli standard europei; la libertà di espressione, che è un diritto fondamentale in qualunque democrazia, include il diritto di ricevere o inviare informazioni e idee senza l’interferenza delle autorità pubbliche». Anche Amnesty International ha chiesto la immediata revoca di una decisione sciagurata.

Per ora, però, niente da fare: in Turchia non si può più utilizzare Twitter. Il blocco è scaturito da una risoluzione del premier Erdogan, attuata poi dal dipartimento nazionale per le telecomunicazioni su ordine dell’ufficio del procuratore di Istanbul. Per giustificare l’azione, le autorità turche hanno citato il mancato adempimento di Twitter a ordinanze giudiziarie che disponevano la cancellazione di alcuni contenuti.

Si tratta, in realtà, di una censura, nulla di meno. La misura, difatti, trova la sua unica giustificazione nella debolezza politica del presidente, invischiato in scandali di corruzione emersi dalla pubblicazione, proprio sul sito di microblogging più famoso al mondo, di telefonate compromettenti intercettate. Erdogan, che teme una disfatta elettorale nella prossima tornata amministrativa (fissata il 30 marzo), ha affermato nei giorni scorsi: «Sradicheremo Twitter, non mi interessa quello che potrà dire la comunità internazionale, tutti vedranno la forza della Turchia». Il diktat è stato mal digerito anche dal capo dello Stato Abdullah Gul, che ha deciso di esprimere il suo dissenso contro il blocco di Twitter utilizzando proprio la piattaforma creata in California: «Una chiusura totale delle reti sociali non può essere approvata», ha scritto. «Spero che questa situazione non duri a lungo». 

Gli attuali 10 milioni gli utenti di Twitter in Turchia sono in parte figli delle proteste del 2013 di Gerzi Park, quando il servizio fu utilizzato massicciamente per condividere informazioni che i media ufficiali spesso non riportavano. Già l’anno scorso, peraltro, Erdogan aveva manifestato la sua contrarietà alla diffusione indiscriminata del mezzo e aveva definito Twitter nient’altro che «un flagello».

 

[FF]

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