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Nel cuore dell’Atlante

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Raffaele Crocco lavora dal 2007 al TGR di Trento, la testata giornalistica Rai locale. Eppure il suo respiro è globale: da sempre appassionato di geopolitica, cofondatore di Peacereporter, Crocco è l’anima dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo. Un’idea costruita intorno a un’associazione senza fini di lucro, nata dall’impellenza di offrire uno strumento di conoscenza sulle troppe guerre dimenticate dall’informazione di massa.

 

– Perché esiste l’Atlante delle guerre?
«L’idea è stata semplice, quasi banale: mi sono occupato di guerre da sempre, di politica e di esteri, per lavoro e per passione. Nel 2003 sono stato tra i fondatori di Peacereporter, quando ancora non lavoravo per la Rai; per lunghi anni mi sono domandato perché mai non ci fosse un qualcosa, una pubblicazione, uno strumento che raccontasse, aggiornando costantemente, la situazione di certe zone del nostro pianeta afflitte da violenza e da conflitti sanguinosi, aiutando per esempio i giornalisti che devono informare il pubblico su questi temi. Pareva incredibile, eppure non esisteva niente del genere».

– Quindi l’Atlante è stato concepito come un manuale per professionisti?
«No. Certamente intende facilitare il lavoro ai giornalisti, alle ONG e offre un aiuto per chi a queste notizie, in qualche modo, attinge per mestiere. Ma si rivolge con la stessa forza a chi è appassionato di geopolitica, a chi vuole rimanere informato. Dirò di più: per l’Atlante si organizzano 70, 80 incontri annuali per parlare di guerre e conflitti nelle scuole, quindi in definitiva ci rivolgiamo soprattutto ai giovani. Giovani che, tra l’altro, sono curiosi, attenti, le cose le sanno: non è vero che siano disinformati.  L’Atlante, poi, è stato pensato innanzitutto perché ci si possa avvicinare a questi temi in maniera, diciamo così, scientifica, anche se sarebbe più proprio usare il termine “giornalistica”».

– Non è un caso che si chiami Atlante…
«Esatto. Dopo lunghe discussioni con il gruppo di lavoro abbiamo adottato questo approccio, di tipo geopolitico. Del resto la geografia è importante, per raccontare i fatti giornalisticamente. Noi non abbiamo la presunzione di dire chi siano i buoni e i cattivi, non ci schieriamo: le schede delle guerre in atto, poi, sono sistemate sempre in ordine alfabetico, senza favoritismi o attenzioni particolari. Per ogni guerra nel mondo abbiamo riservato lo stesso spazio, quattro pagine. L’unica nostra convinzione, va da sé, è che che le guerra sia sempre una scelta sbagliata».

– Dopo cinque anni, qual è il bilancio della missione di informazione?
«Dire molto buono. Siamo diventati uno strumento di lavoro affidabile per colleghi e una fonte di informazione autorevole per tutti gli interessati, per il mondo di coloro che lavorano nelle associazioni legate a contesti esteri di difficoltà. Almeno questo obiettivo è stato centrato, nel senso che l’Atlante viene considerato un prodotto editoriale credibile: la collaborazione con La Stampa di Torino, stretta quest’anno, credo contribuisca a testimoniarlo».

– Come si regge, economicamente, un progetto senz’altro oneroso come quello dell’Atlante?
«Nel 2008, quando decisi che era venuto il momento di colmare una lacuna secondo me evidente nell’informazione sulle guerre, ho messo in piedi un gruppo di lavoro straordinario, che peraltro collabora a titolo gratuito. Per alcuni di noi, per la redazione, questo è un lavoro a tutti gli effetti, anche se portato avanti con un budget ridicolo: ma tutte le 4.000 copie vengono vendute regolarmente, quindi forse ciò che facciamo piace e viene apprezzato. Ogni anno, poi, mi occupo anche di tenere i rapporti con i clienti che sostengono il progetto. Un compito impegnativo, che mi assorbe tempo libero e ferie, ma che dà soddisfazioni. Ne vale la pena».

– Come ti spieghi la difficoltà di raccontare ciò che avviene all’estero, nel nostro Paese?
«Secondo me la questione è piuttosto semplice: in Italia vige un non-criterio, usato in generale per l’informaziome e in particolare per ciò che arriva da fuori. Ho girato sufficienti testate, in questi decenni di lavoro, per capire come si ragiona: la logica italiana è quella della notizia del momento. Del resto, tradizionalmente, gli esteri in Italia non funzionano molto, sono considerati di élite, di nicchia. Il motivo è semplice: non c’è cultura, la gente non viaggia, anzi, crede di viaggiare andando al Club Med. In tutti questi anni ho visto pochissimi giovani italiani che, magari dopo aver finito l’Università, prendevano lo zaino e per un anno se ne andavano in giro per il mondo, per capire com’è fatto. Pochissimi parlano lingue straniere. Nei programmi politici dei partiti, per fare un altro esempio, sono ridicole le posizioni sugli esteri, anzi, è più corretto dire che sono ignorate: non è un caso, ci manca la consapevolezza dell’importanza di conoscere il mondo».

– Un problema di scarsa cultura civica e di arretratezza culturale, quindi.
«Non solo: in Italia non abbiamo editori puri. Abbiamo editori che fanno altri mestieri, quindi ogni testata ha interessi che vanno al di là di ciò che è pura informazione. Poi c’è un altro aspetto: la scomparsa dell’inviato. Ormai l’inviato sta alla storia come il dinosauro all’umanità. I giornali si accontentano degli omogeneizzati offerti dalle agenzie di stampa, quindi tutte le notizie hanno la stessa fonte e pochissimi battono le strade per andare a cercare storie, a vedere e a raccontare secondo coscienza: questo è, anzi, sarebbe un ruolo del giornalista, quello di mediare. Ma non si fa più».

– Cosa c’è di nuovo nella quinta edizione dell’Atlante?
«Nelle ultime due edizioni dell’annuario ci siamo inventati una sorta di mini atlante, un tema di approfondimento. L’anno scorso abbiamo puntato l’attenzione sul fenomeno della pirateria, questa volta invece abbiamo scelto le donne e la guerra: le donne, ormai, sono e rimangono sì vittime dei conflitti ma, purtroppo, ne sono anche protagoniste, sono presenze sempre più costanti negli eserciti, sparano. Dopodiché abbiamo stretto alleanza con altre realtà di supporto: una con con Medici Senza Frontiere, l’altra con il Centro documentazione conflitti ambientali di Roma. Un istituto che si occupa degli effetti delle guerre sull’ambiente o che nascono a causa di questioni ambientali: sono aspetti balisari per comprendere l’origine di certi conflitti, che fino a qualche anno fa raramente venivano presi in considerazione».

Per saperne di più: www.atlanteguerre.it

 

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