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Moving temps: cinque storie di partenze (e ritorni), da Tunisi all’Italia e al mondo

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TUNISI – A volte, quel che si ricorda sono le sensazioni. Non solo la paura, l’eccitazione per il viaggio verso una destinazione sconosciuta, ma il freddo. Nogaye, senegalese, 26 anni, arriva a Tunisi a gennaio: non se l’aspettava, non aveva vestiti adatti, ha avuto freddo, e quello è uno dei suoi primi ricordi. Poi si è ambientata. Le è nata una figlia, ha aperto la sua attività, un ristorante; sono arrivati il marito e la felicità, una nuova vita. A poco, poco, bechwaya bechwaya, si è ambientata. Quella di Nogaye è solo una delle storie raccontate per immagini e testimonianze, della mostra Moving temps: 5 histoires de migration ospitata nel complesso di Saint Croix, chiesa e battistero del 1600, un gioiello recentemente restaurato nel cuore della medina e diventato Centre Méditerranéen des Arts Appliqués.

L’esposizione del fotografo italo-argentino Ricardo Wetzler propone esperienze di chi dall’Africa subsahariana è migrato in Tunisia, di un tunisino migrato in Italia e di migrazione interna. Come la storia di Fahmi, 29 anni, arrivato da Sfax nella capitale per gli studi universitari. Le difficoltà. Le differenze, come per le relazioni fra uomo e donna, l’amicizia non tollerata nelle zone rurali; un’altra mentalità, un altro modo di pensare e di vedere le cose. La scelta di spostarsi ma senza lasciare il proprio paese. La diversità delle cose pratiche di ogni giorno: “Con il passare dei giorni sono riuscito ad adattarmi con il modo di vivere qui a Tunisi e con l’ambiente che mi circonda. Ho potuto trovare dei punti di riferimento soprattutto per i mezzi di trasporto perché a Sfax non è la stessa cosa, là c’è solo il bus, qui il metrò, un bus, un treno per la banlieue nord, un altro per la banlieue sud. Per me davvero è stata una scoperta”.

A tutti e cinque i protagonisti della mostra, la stessa domanda: Le bonheur pour moi? La felicità per me? Sentirsi soddisfatti e convinti della propria scelta, sul piano professionale e personale di cui i propri genitori possano andare fieri; oppure realizzarsi sul lavoro e avere una propria famiglia, oppure ancora fare una vita tranquilla e senza problemi, il sogno di una esistenza normale, semplice, andare a lavorare poi stare a casa con la famiglia. “La migrazione non è un problema di oggi, ma lo è sempre stato”, dice Ricardo Wetzler. Per lui, nato dall’unione di due immigrati, spostarsi e conoscere è sempre stata una necessità. “Un desiderio e una preoccupazione che non mi hanno mai lasciato”.

“L’Italia non è un paradiso”: ecco la storia di Mohamed, 47 anni, Tunisi, partito in barca per l’Italia nel 2000 per trovare una vita migliore e un buon salario. “Pensavo di trovare tutto, là: la macchina, la casa, il lavoro”. Invece è stata una lotta, fatta di alti e bassi. Arrivato ad Agrigento è stato messo in un centro; una volta liberato, la sua storia ha avuto inizio. Ha trovato molte forme di discriminazione. Poi anche un lavoro, tante esperienze, il bello e il brutto. Alla fine, ha deciso di tornare in patria. “In Tunisia, però, il governo non aiuta la gente. Ci sono persone che non possono mangiare tutti i giorni, invece in Italia e in Francia mi hanno aiutato e, in genere, si aiutano le persone in difficoltà”. Ai tunisini consiglia di non andarsene: “La gente non mi crede quanto dico che non c’è lavoro, in Italia non è più come una volta. Consiglio loro di restare qui, perché anche gli italiani sono scappati dall’Italia. Ho talmente tanti amici italiani che sono scappati. Sono anche andati via perché non c’è niente, pochi impieghi stabili, a meno che non scelgano di vendere della droga o altre cose illegali”.

Henry, 26 anni, del Camerun, ha imparato ad apprezzare la Tunisia con il tempo mentre Haby, 25 anni, nato in Mauritania, dice che ha trovato in Tunisia alcune persone adorabili e per niente razziste. “Ma alcuni reagiscono male agli stranieri o con chi ha mentalità differenti. La Tunisia è come tanti paesi al mondo e non aspettavo l’Eldorado, ma qui ho imparato a essere indipendente”. Moving Temps propone delle storie per facilitare l’empatia tra i popoli, insomma conoscersi un po’ di più. Conclude il fotografo. “Spero che si sia riusciti a trasmettere qualcosa rispetto all’idea che gli emigranti sono prima di tutto delle persone, e dopo tutto il resto”. La mostra fa parte della campagna di sensibilizzazione sul tema della migrazione del progetto PINSEC “Jeunes, femmes et migrants: parcours d’inclusion sociale et économique en Tunisie” cofinanziato dall’Agence Italienne de Coopération pour le Developpement e realizzato dal Centre d’Education e d’Information pour le Developpement (CIES) in collaborazione con l’Union Tunisienne de Solidaritè Sociale (UTSS) e i suoi partner locali e italiani. Rosita Ferrato

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