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Molestie contro le giornaliste in crescita esponenziale: è il momento di dire stop

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Finché saranno considerate “parte del gioco”, non finiranno mai. La conferenza dal titolo “Standing up against online harassment of women journalists – What works? (Schierarsi contro le molestie online ai danni delle giornaliste – Cosa funziona?) organizzata dall’Unesco a Parigi ha voluto analizzare la crescita esponenziale delle molestie in rete contro le giornaliste. Presenti colleghe di Canada, Paesi Bassi, Danimarca e Nigeria, esperti di Twitter, le testate The Guardian e Libération, pubblici ministeri e avvocati che si occupano di casi di molestie online. Moez Chakchouk, vicedirettore Unesco per la Comunicazione, ha sottolineato che l’Unesco «è pienamente impegnata in tutto il mondo a creare un ambiente libero e sicuro per i giornalisti, ma soprattutto per le giornaliste».

Per migliaia di giornaliste le molestie online sono quotidiane. Insulti, intimidazioni e cyber-stalking sono solo alcuni dei comportamenti a cui le giornaliste devono far fronte su Internet. Alcune sono costrette a limitare le proprie indagini per proteggersi, come dimostra ad esempio un recente sondaggio di Trollbusters e IWMF, secondo il quale quasi i due terzi delle giornaliste sono state minacciate o molestate online almeno una volta.

Anche la Federazione internazionale dei giornalisti, IFJ, ha riferito che il 66% delle donne giornaliste vittime di molestie online erano state attaccate in base al loro genere. Ciò si riverbera sul livello della libertà di stampa e di espressione. Secondo Lars Tallert, capo del Dipartimento delle politiche e dello sviluppo internazionale del Fojo Media Institute, dell’Università Linnaus di Stoccolma, che mira al rafforzamento del giornalismo indipendente, «nell’ultimo anno il 65% dei giornalisti ha ricevuto minaccem contro il 5% del resto della popolazione. Il 15% delle giornaliste è stata minacciata di stupro, rispetto al 5% delle donne. Ci troviamo di fronte – ha commentato Tallert – a un’urgenza democratica».

C’è chi reagisce: come Maria Ressa, CEO del Rappler filippino: «Mi rifiuto di lasciar vincere l’intimidazione», ha detto, quando è stata bersaglio di una campagna diffamatoria nel 2016. Il suo giornale ha scoperto una rete di troll creati per influenzare l’opinione pubblica e generare disinformazione. La sua indagine le costò diverse minacce online di stupro e omicidio. Tuttavia, ha risposto agli attacchi con più indagini contro l’identità dei suoi molestatori online.

Tatjana Vojtehovski

In questi giorni è stata pubblicata anche un’ampia inchiesta sugli abusi online contro le giornaliste nei Balcani (a cura di Ivana Jeremic, Maja Zivanovic, Sinisa Jakov Marusic, Lamija Grebo, Blerta Begisholli e Samir Kajosevic). La serba Tatjana Vojtehovski – ad esempio – ha visto crescere gli attacchi nei suoi confronti dopo aver ospitato in un talk-show un’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa ortodossa serba. La Vojtehovski ha un grande sèguito su Twitter (quasi 300.000 follower) poiché è spesso presente in televisione. «Ammiro le persone che affermano di non avere paura – dice – Io ho paura. La gente dice, “è solo online, è il mondo virtuale”. Ma quelle persone esistono. Esistono e sono per le strade». Molte giornaliste non sporgono denuncia perché tanto non ci sono sanzioni. Ma almeno nel caso di Vojtehovski giustizia è stata fatta: il suo molestatore è stato condannato a otto mesi reclusione, dopo che si era dichiarato colpevole di aver minacciato di morte su Twitter la giornalista e la figlia.

E in Italia? La situazione è pessima se, come rivela la prima indagine condotta in Italia dalla Commissione Pari Opportunità della Fnsi sulle molestie sessuali subite sul lavoro dalle giornaliste, l’85% delle donne che lavorano nel mondo dell’informazione ha subito molestie sul lavoro durante la propria vita professionale. L’80% racconta di essere stata oggetto di “battute e sguardi” sessisti, il 51,9% di aver ricevuto “inviti, richieste, pressioni”, il 35,4% di aver subito veri e propri “ricatti sessuali”.

Al sondaggio, realizzato in collaborazione con Casagit, Inpgi, Usigrai e i patrocini dell’Ordine dei giornalisti e di Agcom, con la consulenza della statistica Linda Laura Sabbadini, presentato ad aprile, hanno risposto 1132 giornaliste di quotidiani, agenzie di stampa, radio, televisione, pari al 42% del campione.
Il fenomeno è “molto grave”, spiega Sabbadini, soprattutto perché circa il 35% delle giornaliste ha ricevuto “ricatti sessuali” mentre era precaria o cercava di essere assunta. Il 34% delle intervistate è stata “toccata, abbracciata contro la propria volontà” almeno una volta nella vita. Le molestie avvengono “in redazione in mezzo ad altri colleghi” (35%), in “redazione in una stanza chiusa” (22,7%) , “all’esterno della redazione per lavoro” (19,9%), “da inviata” (6,7%). Esiste quindi un clima di scarsa consapevolezza della gravità delle molestie, che spesso avvengono anche di fronte a colleghi, che assistono senza intervenire. Se il fatto “non è troppo grave” quasi nessuna giornalista passa alla denuncia. E tra chi invece reagisce, il 15,6% “è stata penalizzata sul lavoro” e il 5% ha dovuto lasciare quel posto o ha persino rinunciato alla carriera.

Secondo Raffaele Lorusso, segretario generale FNSI «Serve un cambio di passo culturale. Si usa troppo spesso un linguaggio penalizzante per le donne, ma la professione sta evolvendo e anche noi uomini siamo chiamati a un’evoluzione del nostro comportamento. Esiste un codice europeo contro le molestie già recepito da numerosi Paesi e anche da Cgil, Cisl e Uil. È nostro impegno portarlo anche ai tavoli dei rinnovi contrattuali per farlo diventare parte dei contratti di lavoro della categoria, come le carte deontologiche sono la spina dorsale della nostra professione».

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