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Mimmo Càndito, instancabile combattente alla ricerca della verità

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Se c’è un segreto del giornalismo, è quello che avete già in testa, il segreto di chi ha orecchio per i suoni del creato, di chi ha occhio per la caccia, dello schermidore che sa parare e tirare. (Giorgio Bocca)

Mimmo Càndito (1941 – 2018)

Non un omaggio alla memoria, piuttosto il ricordo di un modo di fare giornalismo e di un nucleo forte di valori da salvaguardare per il futuro. È stato questo il senso dell’incontro dedicato a Mimmo Càndito, a pochi mesi dalla sua morte, «Uno scrittore, un inviato di guerra molto speciale», ospitato allo Spazio Incontri del Salone del Libro di Torino.
A Marinella Venegoni, giornalista e critico musicale, moglie di Càndito, il ruolo delicato e gratificante di moderatrice di un appuntamento che, se non ha alleviato il lutto, ha però posto l’accento su quanto l’assoluto rigore professionale di Mimmo Càndito sia oggi un faro per illuminare una stagione che rischia di essere fagocitata dalle fake news. «Per lui non era sufficiente informare. La differenza tra informazione e conoscenza dei fatti è stata la spina dorsale della sua attività. Io l’ho imitato, perché da quelli bravi bisogna imparare», ammette Vittorio Dell’Uva, storico corrispondente de Il Mattino, che lo ha conosciuto nel 1982 durante la guerra in Libano. A partire da quell’esperienza si è fatto un’idea precisa di come era Càndito sul campo e lo tratteggia così, tra il commosso e il divertito: «Faceva il condottiero. Ci costringeva a pedalare, ci ha procurato delle biciclette. Abbiamo fatto 300 km in auto in un solo giorno alla ricerca di un telefono. Mi sono sempre fidato delle sue intuizioni. Anche quando ci ha svegliati in piena notte per partire per Kabul perché aveva la percezione che l’indomani la strada sarebbe stata troppo pericolosa. Maria Grazia Cutuli, che ci ha detto “Vi raggiungo domani”, non è mai arrivata.» Per Càndito la verità andava cercata con attenzione accurata e con grande fatica fisica. Chi lo ha conosciuto lo disegna con la schiena dritta, non con le braccia legate dietro la schiena.

Beppe Giulietti, presidente della FNSI, focalizzandosi sulla disponibilità di Càndito a entrare in relazione provando a mettersi dalla parte delle vittime, ne sintetizza la figura professionale con un’espressione efficace: «Aveva senso di sé ma amava gli altri». Citando la sua lezione «Elogio della dignità», che spinge a interrogarsi per andare oltre la banalità, sottolinea come la velocità dell’informazione che è un tratto chiave del giornalismo contemporaneo non possa eliminare la responsabilità della verifica: «In rete non si colgono gli odori, gli umori, i colori.» Consapevole che occorre guardare al di là dei propri confini – nazionali e mentali – per comprendere la realtà, Càndito si è dedicato anche all’analisi della libertà dell’informazione nel mondo ed è stato presidente della sezione italiana di Reporters sans frontières.
Gian Giacomo Migone, storico, collaboratore di importanti testate e primo direttore de «L’indice dei libri del mese», annovera come «primo requisito mimmiano» la competenza, che si collega all’indipendenza: Càndito aveva infatti una rara capacità di analizzare gli eventi e non si è mai lasciato influenzare dal pensiero corrente. Spetta a Migone il privilegio di dare in occasione dell’incontro una notizia: si è deciso di costituire un premio intitolato a Mimmo Càndito – da lui celebrato con l’epiteto di «allegro combattente» – per chi «in diverso modo e soprattutto sul campo, correndo rischi, abbia qualcosa di rilevante da dire».
Un premio che non è un omaggio alla carriera, quanto piuttosto la celebrazione di un modello, come suggerisce Maurizio Molinari, direttore de La Stampa: «Il giornale è una comunità intellettuale di giornalisti lettori e delle loro famiglie, tenute insieme da modelli». E cita come Càndito sia stato un esempio per chi è al desk, perché ha saputo rispettare la misura, il tempo, l’argomento di chi scrive. Ma lo è stato anche per gli inviati per la sua capacità di analisi, per l’abilità nella scrittura e per la coerenza. E, infine, lo è stato per chi aspira a diventare giornalista, ovvero per i giovani studenti del Master di giornalismo di cui è stato professore e che lo considerano un maestro.

Mimmo Càndito ha realizzato i suoi ultimi servizi in Libia, inseguendo la Primavera araba. Fino alla fine, la sua vita e la sua professione sono state un inno allo spirito critico e la celebrazione della passione incondizionata per il racconto della verità.

L’addio a Mimmo Càndito, direttore e caro amico (L’Indice)
Mimmo Càndito, da oggi siamo tutti più poveri (Domenico Affinito per Articolo 21)
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