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Migrazione, le parole per dirlo e i doveri del giornalismo

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Migranti, rifugiati, richiedenti asilo: tante parole per raccontare il mondo che ci circonda, le crisi, le emergenze. Ma anche una situazione che di emergenza non è, che diventa strutturale, quotidiana. Di questo e di molto altro si è parlato nel convegno nazionale della diaconia valdese “Tutti a casa – Il sistema di accoglienza in Italia tre emergenze e dispositivi strutturali“, organizzato a Torino il 25 gennaio scorso.
Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti: come non cadere in semplificazioni e mistificazioni, come affrontare il tema della migrazione utilizzando nei nostri articoli una terminologia corretta, oggettiva, libera da sovrastrutture ideologiche e di parte? Come fare, insomma, informazione di qualità?

Ci viene in aiuto la Carta di Roma, la carta del 2008 per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione.
«Questo codice deontologico – spiega Paola Barretta dell’Osservatorio di Pavia, che svolge da anni progetti di ricerca e sensibilizzazione su temi di interesse sociale, politico ed economico – serve proprio a vigilare sui toni e sulle parole legate all’immigrazione. Dobbiamo impegnarci per diffondere un’informazione di qualità, indipendentemente dalle nostre valutazioni soggettive».
L’Osservatorio di Pavia pubblica ogni anno un report per sorvegliare sulla maniera in cui i media rappresentano i migranti. Leggendolo, si può notare come ultimamente siano aumentati i toni ansiogeni, dopo anni più tranquilli in cui si respirava un clima di maggiore accoglienza: ad esempio, la foto del piccolo Aylan morto sulla spiaggia trasmetteva sentimenti di empatia e comprensione; ora, invece, si assiste a un’inversione di tendenza. «La correlazione tra stranieri e criminalità – continua Barretta – è in aumento, sui media nostrani. Prima c’erano i volti delle persone, i loro racconti; nell’ultimo anno, invece, è cresciuto l’allarmismo. Un esempio è il linguaggio utilizzato dal quotidiano Libero, che sceglie intenzionalmente di cavalcare i toni allarmistici».
Anche le parole utilizzate nel 2017  per raccontare questi temi rafforzano il legame tra immigrazione e criminalità: «Nei Tg si parla di sicurezza, paura, povertà, disagio – dice ancora Barretta. Si nota l’assenza di un contraltare. Lo straniero è quello irregolare, quello che arriva sui barconi, non è mai normalizzato, non si parla di lui quando si parla di scuola, lavoro e altre situazioni di normalità. Non viene mai intervistato o rappresentato, se non nei servizi sugli immigrati».

Ma chi sono gli immigrati, in Italia? La maggioranza è di origine cristiana: le comunità più numerose arrivano dalla Romania, dall’Albania, seguono Marocco e Cina. I rifugiati, in Italia, sono lo 0,4% della popolazione totale. Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, spiega che il 67% di chi fa domande da asilo riceve una protezione umanitaria di qualche tipo. «Ma non bisogna pensare che siano tutti uguali – dice. Sono persone che partono da posti diversi per motivi diversi. È fuorviante mischiare migranti e rifugiati, hanno condizioni esistenziali, economiche e psicologiche diverse. È necessario adottare soluzioni diverse che corrispondano ad aspettative diverse, altrimenti si sprecano fondi e risorse. La migrazione dipende dalla povertà, da condizioni terribili, ma è diverso rispetto a chi fugge per problemi politici o per discriminazioni di genere, religione, politica e che ha diritto all’asilo». Che fare, quindi? Ad esempio monitorare i Paesi d’origine per tempo, prevedere le crisi, prepararsi ad affrontarla, conoscere le persone e i problemi di una determinata zona del mondo. «Le persone, spesso, si muovono prima verso il Paese limitrofo, magari lavorano un po’ lì e poi tornano a casa, poi cambiano posto, poi viaggiano verso l’Europa – continua Sami. Ci sono tante forme di migrazione e verso tanti Paesi. Nel mondo ci sono 65 milioni di persone che si spostano: di questi, 45 milioni sono sfollati, 20 milioni sono migranti. Molti di loro restano nei Paesi poveri e limitrofi al proprio. Solo il 5% di questa cifra, a livello mondiale, arriva in Europa. In Italia l’11% del Pil arriva dai migranti, così come il sistema pensionistico è sostenuto anche da queste persone. L’opinione pubblica ha una percezione di paura, che spesso è una paura generica, la paura di perdere qualche cosa in termini di sicurezza, la paura di perdere benessere, di vedersi sottrarre l’identità culturale».

E i giornalisti cosa devono fare? «Abbiamo il dovere di prestare attenzione alle parole che utilizziamo, per rispetto delle persone – dice Carlo Verna, presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti. Il no-hate speech deve essere valorizzato non solo con le Carte deontologiche, anche se restano comunque un punto da cui partire. Come il Manifesto di Assisi – il manifesto della “buona comunicazione” firmato da 200 tra scrittori, giornalisti, associazioni e religiosi, per contrastare la violenza verbale e scritta sui social  – che parte dall’attenzione a certi principi di base, come il non scrivere degli altri quello che non si vorrebbe vedere scritto su di sé. C’è anche una “deontologia del titolo” – continua Verna – cioè il prestare attenzione al tono scandalistico che a volte si trova nei titoli, soprattutto sui social. È fondamentale evitare le notizie false, evitare i toni scandalistici, essere di esempio per gli altri comunicatori. Sarebbe bello fare un vero e proprio opuscolo da regalare a tutti i colleghi che sostengono l’esame di Stato, nel quale riportare i dati della Carta di Roma. E poi bisogna ribadire il sistema di sanzioni per i comportamenti contrari alle regole deontologiche».
Le regole ci sono, è nostro dovere usarle al meglio.

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