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Migranti: emergenza o accoglienza?

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cittadinanzeDue le parole chiave – accoglienza e controllo  dell’incontro sulla questione dei profughi e la difesa delle frontiere che si è tenuto lunedì 20 aprile al Campus Luigi Einaudi di Torino. Temi che, a seguito dell’ultimo terribile naufragio nelle acque libiche, non avrebbero potuto essere più calzanti per riflettere di immigrazione e di diritti dei migranti e tentare di individuare responsabilità e strategie da mettere in campo.

Non è un’emergenza dell’ultima ora. Il problema, come ha evidenziato Ferruccio Pastore (direttore di Fieri, Forum internazionale ricerche immigrazione) esiste da circa vent’anni: per citare solo alcune delle principali stragi di migranti al largo delle coste italiane, Pastore ha ricordato quella del Natale del 1996, in cui davanti a Capo Passero morirono 230 persone, principalmente indiani, pakistani, cingalesi; l’anno successivo, 105 persone persero la vita nel canale di Otranto, quando una motovedetta albanese fu speronata da una nave della marina militare italiana – secondo quella che era la strategia dei respingimenti all’epoca.
Il triste primato del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, che ha fatto 366 vittime, purtroppo è stato superato dalla strage nel canale di Sicilia nella notte tra il 18 e il 19 aprile scorsi.

Come evitare simili tragedie? Sembra che i politici italiani non abbiano perso tempo a suggerire soluzioni, ma a un esame accurato Pastore evidenzia come queste siano poco praticabili. Ad esempio, il blocco navale, tanto auspicato da alcuni esponenti della destra, se inteso come pattugliamento delle coste per evitare il traffico di armi, droga e dunque anche di persone, non è molto diverso dallo spirito di Mare Nostrum, che non si spingeva fino alla riva, ma garantiva controllo e protezione.
Inteso invece come respingimento è inaccettabile, perché in questo modo l’Italia verrebbe meno all’impegno preso sottoscrivendo la Convenzione di Ginevra, in base alla quale è fatto divieto di rimandare indietro una persona esposta a un rischio grave nel suo Paese.

Pastore esorta, piuttosto, a offrire una formazione adeguata alle imbarcazioni chiamate a prestare soccorso, per evitare che si ripeta ciò che è accaduto al mercantile portoghese inviato dalla Guardia Costiera a soccorrere i migranti lo scorso 18 aprile.
“Occorre una formazione specifica per i natanti. Le imbarcazioni devono essere tutelate e assistite perché se perdono giorni di pesca o di trasporto questo dovrà essere a carico dell’Unione Europea o della comunità internazionale con l’istituzione di un apposito fondo”.

Ma perché in Italia si ha la percezione che sia in corso un’invasione? Tiziana Caponio, ricercatrice e docente del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, prova a suggerire delle risposte esaminando i flussi migratori. Effettivamente in Italia tra il 2013 e il 2014 c’è stato un incremento degli arrivi del 140% . Può sembrare una percentuale molto alta, ma se la si confronta con l’aumento del 126% registrato in Ungheria – tradizionalmente non considerato tra i principali paesi d’approdo – o con quello del 60% in Germania o del 90% in Olanda, forse si può ridimensionare l’allarme sbarchi.

cartaromaAd alimentare il mito della minaccia alla sicurezza nazionale procurata dal pericolo-migranti contribuiscono in buona parte i mezzi di informazione, perché se è vero che è aumentata la copertura mediatica relativa al fenomeno dell’immigrazione, tuttavia i temi principali delle notizie in cui compaiono gli immigrati sono il razzismo, la legislazione e i flussi migratori. Inoltre, nella loro rappresentazione sui media si fa uso disinvolto delle loro immagini, si infarciscono le informazioni di stereotipi, i rifugiati vengono ritratti come attori passivi. Tra i promotori dell’incontro, la professoressa Marinella Belluati, docente di Sociologia dei Media e membro della rete Associazione Carta di Roma, ha presentato un’indagine che prende in esame gli articoli comparsi su Lampedusa nell’ottobre del 2013: non più una meravigliosa isola del Mediterraneo, è diventata sinonimo di tragedia, sbarco, barconi, immigrazione clandestina: “È un luogo che ha cambiato la sua definizione pubblica”.

Il rischio di un’informazione poco accurata sul tema dell’immigrazione – nonostante la Carta di Roma inviti i giornalisti italiani a “osservare la massima attenzione nel trattamento delle informazioni concernenti i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta ed i migranti” – è quello di proporre categorie che fanno parte di visioni del mondo e che allontanano dalla realtà. “Oggi – continua Belluati – il discorso è polarizzato tra progressisti che invocano misure e riforme e chi grida ‘Affondiamo i barconi! Rimandiamoli indietro!’. I media riproducono immagini del mondo e così facendo alimentano, a destra così come a sinistra, sempre lo stesso tipo di cultura informativa”. È nella cronaca locale che, contrariamente a quello che si crede, si può trovare una maggiore complessità nell’affrontare il tema dell’immigrazione: l’aspetto della tragedia è stemperato, l’emergenza non è la parola chiave dominante e il fenomeno è presentato attraverso una pluralità di attori.

Ma chi sono questi migranti? Si è parlato di profughi, di richiedenti asilo, di disperati che scappano da guerre, fame, ingiustizie. Federico Ferrero, in rappresentanza del Caffè dei Giornalisti, è intervenuto introducendo un’altra categoria di migranti, quella degli esuli, costretti a fuggire perché nel Paese d’origine non hanno la libertà di manifestare il loro pensiero. Il rimando inevitabile è alla Maison des Journalistes, che dal 2002 ha ospitato oltre 300 giornalisti in fuga dalle persecuzioni, offrendo loro un rifugio e un ambiente di lavoro protetto. È, a oggi, l’unica struttura al mondo ad accogliere giornalisti in esilio.
I giornalisti sono infatti bersaglio di dittature e regimi antidemocratici in tutto il mondo e l’esilio è spesso l’unica alternativa per salvare la propria vita e quella dei propri familiari. Federico Ferrero ha fatto riferimento alla giornalista russa di origine cecena Zara Mourtazalieva e al giornalista azero Agil Khalilov, ospitati il 27 e 28 novembre scorsi in occasione dell’evento “Voci scomode”, organizzato dal Caffè dei Giornalisti.
Alle loro voci scomode e a quelle di coloro che chiedono aiuto per evitare un destino di soprusi e violenze dobbiamo prestare l’orecchio, perché anche nel nostro Paese prevalga una cultura ragionata dell’accoglienza.

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