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Michele Serra e gli sdraiati

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Per una volta abbandona lo sguardo del giornalista, abituato a osservare il mondo dal di fuori e si colloca in una nuova prospettiva, per guardarlo dall’interno e da “sdraiato”. Quello che affiora nel libro “Gli Sdraiati”, presentato al Teatro Gobetti di Torino, in collaborazione con il Circolo dei lettori, è un Michele Serra più introspettivo, che parte dall’esperienza personale e assume la posizione preferita dei suoi figli e degli adolescenti in genere: quella distesa sul divano!
La narrazione è un corpo a corpo padre-figlio, densa di contenuti, articolata lungo tre fili narrativi: il padre che racconta la fatica di comunicare con i figli; il padre che vorrebbe scrivere la Grande Guerra, nella quale in futuro si fronteggeranno i giovani e i vecchi, guidati dal generale Brenno Alzheimer (eroe che tradirà per permettere ai giovani di vincere e al mondo di andare avanti); e il padre che vorrebbe fare una passeggiata con il figlio al Colle della Nasca, luogo immaginario e proprio per questo irraggiungibile.

L’incipit è a effetto: Ma dove cazzo sei?. “È la frase che i genitori pronunciano in media tre volte al giorno”, precisa Serra. Non si riesce a stare al loro passo, i giovani oggi hanno una diversa concezione del tempo, sono in connessione perpetua e sono immersi in un pluralità contemporanea di contatti: guardano la tv, indossando le cuffiette per la musica, con il pc acceso e un libro aperto.
Sono fan degli eccessi, per cui tutto è acceso, niente è spento. Tutto iniziato, niente concluso.
E poi, come suggerisce Serra, sono i consumisti perfetti: “I figli sono più spensieratamente consumisti. Mi chiedo come si possa fare una doccia di 25 minuti, consumando tanta acqua quanto una nazione africana. Non hanno cura di ciò che li circonda e hanno una sovrabbondanza di cose, cibi, attività che disorienta e non aiuta l’ordine mentale e fisico”.
A questo proposito, introduce l’esempio di un esperimento di Land Art che ha messo a confronto gli oggetti di uso comune di un indiano Cherokee – circa 27 – con quelli di una casalinga americana – circa 12 mila. Non che Serra guardi con rimpianto a quando anche noi vivevamo dell’essenziale come i Cherokee, ma invita a guardare alla bulimia di oggetti delle nostre case come a qualcosa che crea confusione e smarrimento.

Detto ciò, lungi dallo sventolare il manuale del perfetto genitore, si tiene stretta la sua impossibilità di dare risposte: “La cosa buffa è che mi sento proporre: ‘Lei che ha scritto un libro sugli adolescenti, verrebbe in tv a parlare di prostituzione minorile?’ Io non sono un esperto di adolescenza. Questo è il libro di un inesperto“. A lui piace la mancanza di un decalogo, elogia l’imperfezione, è incapace di dare ordini precisi.
Inoltre Serra non crede che il conflitto intergenerazionale sia qualcosa che si ripete sempre nella stessa forma. Oggi un elemento di discontinuità importante è la tecnologia, per cui si sente molto più vicino culturalmente ai suoi genitori di quanto non lo sia ai suoi figli. Con i suoi genitori restano le cicatrici del conflitto, ma la trasmissione culturale è stata di gran lunga maggiore rispetto a quanto avviene con i suoi figli.

Essere l’ultimo anello di una catena familiare spezzata gli provoca un certo dolore: attraverso un efficace aneddoto su un vaso di portulache, che suo padre gli aveva insegnato ad annaffiare, avendo ricevuto lo stesso insegnamento dalla nonna, offre lo spunto per una riflessione sulla cura del mondo come atteggiamento che si eredita. La sua preoccupazione, da cui trapela una certa amarezza, è che non ci sarà nessuno nella sua famiglia ad annaffiare le portulache dopo di lui: questa forma di amore per il mondo e per il bello con lui è arrivata al capolinea.
“Ci sono cose che i padri non capiscono, o meglio che non hanno la forza, la fantasia, l’ordine mentale di comprendere. Sono per noi impensabili, ma non voglio credere che siano un abominio. Fa capolino la speranza che parte dall’incapacità di capire, ma concede a loro una chance a noi negata”.
E conclude: “In un mare che a noi sembra incomprensibile, speriamo che sappiano trovare la rotta. Noi tifiamo per loro“.

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