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Meglio tacere, parola di Alessandro Gilioli

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cover libroÈ un saggio che dà da pensare, quello che Alessandro Gilioli (firma dell’Espresso dal 2002) e l’avvocato  e blogger del Fatto Quotidiano Guido Scorza hanno presentato nel volume Meglio se taci (Baldini&Castoldi). Quanto è malata, la libertà di parola in Italia? Quante contraddizioni, quanti mostri giuridici e quali aneddoti grotteschi discendono dal trattamento che il legislatore e i mezzi di informazione hanno riservato a un bene fondamentale per la società? Chi fa informazione oggi, e che rischi corre?

Ne abbiamo discusso con  Alessandro Gilioli, titolare di un blog di successo sulla piattaforma dell’Espresso, Piovono rane.

Un tempo era elementare individuare chi faceva informazione, insomma, chi era giornalista. Oggi?
«Il giornalismo è cambiato, nelle sue radici. Fino a vent’anni fa, distinguere un giornalista da un non giornalista era come separare tuorlo e albume, mentre oggi c’è… un uovo sbattuto. I confini della comunicazione sono più labili e sfrangiati; chiunque può essere comunicatore. Se proprio vogliamo trovare una definizione, chi fa comunicazione professionale e a tempo pieno viene chiamato giornalista. Ma i contorni sono vaghi,  indefinibili: l’identità dell’essere giornalista si è diluita in una gran varietà di forme di comunicazione offerte da una molteplicità di soggetti tale che, forse, ormai non ha neanche più senso porsi la domanda».

Però ha senso chiedersi se valga la pena tutelare la categoria di chi informa i cittadini. Oppure se il sogno di Pannella, quello del “giornalismo diffuso”, sia la strada indicata dal web.
«Credo che la rottura del confine sia avvenuta prima dell’arrivo di Internet, già trent’anni fa, quando conduttori televisivi iniziarono a fare interviste ai politici. Cominciammo allora, a domandarci chi fosse un giornalista. Poi, nelle radio private, arrivarono DJ che facevano programmi sostanzialmente di informazione. Certo, la Rete e la tecnologia hanno messo chiunque in grado di comunicare molto facilmente, tuttavia credo che l’Ordine dei giornalisti sia anacronistico nel voler creare un recinto laddove quel confine non esiste più, con l’aggravante di voler discriminare chi è giornalista da chi non lo è in base al mero possesso del tesserino».

Un capitolo è dedicato a Facebook, Twitter e ai problemi che pongono alla libera circolazione delle notizie. Quale ruolo avranno nell’informazione? Saranno complementari ai contenitori tradizionali di notizie o finiranno per sostituirli? 
«Sicuramente stiamo assistendo a una individualizzazione della comunicazione. La testata conterà sempre meno come contenitore, mentre crescerà il valore dell’individuo fonte dell’informazione, si tratti o meno di un giornalista».

gilioliMa così, senza mediatori, non si corre il pericolo che l’opinione di uno scienziato valga quanto quella di un ciarlatano, che la libertà degeneri nell’acriticismo?
«Sì, nel senso che il contenuto che produco viene messo online e appare nei motori di ricerca, dopodiché viene condiviso nei social e il rischio che tutto diventi un rumore di fondo indistinguibile c’è. Ma è un rischio che fa parte di una fase di passaggio, ancora infantile della comunicazione digitale, qual è quella che stiamo attraversando. Credo che la successiva sarà quella della scrematura: il che non significa che chi non sarà autorevole non potrà pubblicare, anzi, ma che i comunicatori avranno un rating, un punteggio, proprio come capita su eBay quando si compra o si vende. Si stabilirà una gerarchia delle fonti di informazione. Questo ruolo, un tempo, era svolto dal contenitore, dalla testata, che dava autorevolezza alla notizia. Ma “Lo dice il Corriere” è una frase estinta».

Tuttavia, come viene sottolineato nel libro, l’apparente orgia di libertà di diffusione delle notizie è schiava del suo mezzo, i social e i motori di ricerca. Che non sono pubblici né gestiti in nome dell’interesse collettivo.
«Esatto, tutto questo circolare di contenuti avviene tramite canali di proprietà di corporation private (Google, Facebook) e questo pone la necessità di una vigilanza sociale e collettiva. Bisogna stimolare queste aziende a non creare distorsioni con i loro algoritmi, a non usare l’arma del diritto all’oblio per negare il diritto di cronaca… Ciò che troviamo e non troviamo in Rete dipende molto da loro, quindi è fondamentale uscire dalla logica finora prevalente – figlia della narrazione liberista – per cui, siccome sono società private, possono fare ciò che vogliono. Neanche per sogno: se il mio salumiere ha i topi nel magazzino, anche se è un privato chiamo i Nas e lo faccio chiudere perché la sua attività è rivolta al pubblico».

Un esempio che riguardi l’Italia?
«Facebook non può continuare ad arrogarsi il diritto, per esempio, di cancellare contenuti scritti da un utente, in palese violazione dell’art. 21 della Costituzione. Gli intermediari come i social network devono dotarsi di regole che non possono essere assimilate a quelle di una testata: se nessuno può vantare il diritto di scrivere sul Corriere, al contrario se mi iscrivo a Facebook ho il diritto di scrivere senza che l’intermediario intervenga con censure preventive. Le regole devono essere coincidenti (o un millimetro più avanti in direzione della libertà) rispetto allo Stato in cui vive l’utente, ma mai un millimetro indietro. O qualche metro, come accade ora».

Un capitolo narra in chiave aneddotica il nonsense della legge sulla stampa, nata nel 1948 e che a tutt’oggi viene utilizzata per normare la comunicazione su Internet. Ci sono stati blogger condannati per il reato di stampa clandestina o esercizio abusivo della professione. Colpa solo della politica?
«No, certo. Anche degli editori, responsabili di non aver compreso le potenzialità del web. Nel 1999-2000 i grandi editori ci provarono con i portali, Kataweb, Mediaset con Jumpy, RCS. Sbarcarono in Rete con un pregiudizio colossale: si erano convinti di aggiungere un nuovo canale di vendita al loro business di carta».

Perché non funzionò?
«Non avevano capito che, grazie alla Rete, nel giro di pochi anni le news sarebbero diventate non più un prodotto da vendersi ai cittadini ma commodities gratuite, capaci di prosciugare la loro fonte di reddito principale. Pensiamo a come ci informiamo oggi. Prima vendevi acqua a gente assetata, oggi la gente vive in mezzo ai torrenti: trovi le news gratis in metropolitana, sul telefonino, sul tablet, in ufficio al pc… Non si ha più alcun bisogno di comprarle. In una seconda fase, in parte ancora in corso, gli editori hanno assunto un atteggiamento di avversione, quando si sono resi conto che la Rete uccideva o comunque indeboliva il modello di business che per tutto il Novecento aveva garantito profitti».

gili2Se la carta non vendeva più, si poteva puntare sul digitale. All’estero ci sono editori che guadagnano nonostante la crisi delle edicole.
«Ma i numeri sono molto più bassi, anche perché Google e Facebook hanno iniziato a fare inserzioni mirate sui gusti degli utenti e la spartizione della torta della pubblicità online è quasi tutta per loro e in misura minima per i siti di news. Questa catastrofe editoriale ha fatto nascere l’alterità e la conflittualità di tanti gruppi che, oggi, sono in posizione di sostanziale ambiguità: esistono iniziative come Edicola Italiana, si vendono giornali su iPad, gli editori vedono possibilità di fare profitti sul web ma non hanno ancora capito come. Basta guardare come si comportano tanti giornali: il modello aperto, gratis con i banner e le gallerie stupide per aumentare i clic, è morto. I giornali solo online, come Il Post o Linkiesta, non si reggono in piedi, perché gli introiti della pubblicità online non coprono i costi di produzione dei contenuti. Contemporaneamente, la vendita di contenuti online fa numeri bassi, quindi si tentano altre strade: Forbes in un modo, il New York Times in un altro, pure noi dell’Espresso, offrendo contenuti aggiuntivi con tentativi, se posso dire, ai limiti della disperazione».

I giornalisti hanno responsabilità?
«Una parte della conflittualità deriva indubbiamente dai giornalisti che hanno visto la Rete come l’arma che li stava buttando giù dalla torre d’avorio. Un tempo, se scrivevi una stupidaggine, al più ti arrivavano due lettere in redazione; oggi, dopo due minuti hai pagine piene di commenti sui social e te ne dicono di tutti i colori. I meno giovani non sono abituati a questo vaglio continuo… Si entrava in redazione a 25-30 anni e ci si incollava alla sedia fino alla pensione; oggi sei continuamente giudicato e, se perdi la tua reputazione online, sono guai. Perché è quella il maggior capitale che si ha e lo si mette in gioco ogni mattina. Non c’è più rendita di posizione, bisogna farsene una ragione».

Stando al titolo, però, a fronte di tante aperture pare che, in Italia, convenga sempre più tapparsi la bocca. In questo senso che ruolo potrà avere la nuova legge sulla diffamazione?
«Se rimarrà così farà solo danni.  Ed è l’autocensura l’effetto più dannoso della nuova legge, che è sbagliata perché mostra un’apparente riduzione dell’aspetto repressivo (non c’è più il carcere) ma crea un deterrente economico che punta a intimidire chi ha non ha protezione, come un blogger o un cittadino che mette un contenuto sul web. Si tratta di una legge che aumenta il divario tra aristocrazia giornalistica e il resto, è un testo salva-casta: punisce e intimidisce chi non è garantito. E questo porta a scrivere di cibo, di moda, di cose innocue o stupide ma non di politica, cronaca, economia. Credo sia inaccettabile».

Cosa proponete, tu e Scorza, per correggere questa stortura?
«Una norma controrisarcitoria, quella che è nota come il “comma Luttazzi“, è utile ma onestamente sarebbe un pannicello caldo. L’unico modo per garantire libertà di espressione e, al contempo, la difesa della reputazione è il meccanismo di rating: se io scrivo bugie perdo molto in fretta la reputazione e non la recupero più. Le chiavi della controversia sono il bilanciamento tra il diritto di informazione e il diritto alla dignità: quindi depenalizzazione, certo, diritto al controrisarcimento. Ma la questione sarà sempre meno di competenza giudiziaria e più di reputazione del produttore di contenuti».

Ultimo accenno a un’altra vostra proposta: che l’Italia si doti di una legge sulla libertà di accesso alle informazioni sulla scorta del Freedom of information act. Davvero ravvisate le basi per adottare un provvedimento simile, in un Paese ingarbugliato come il nostro?
«L’Italia è in fase di rinculo, di minor partecipazione dei cittadini alla società, c’è risacca. Ma il processo storico che porterà, sul lungo termine, tutte le società alla maggior ricerca di trasparenza è irreversibile perché è determinato dalla stessa esistenza della Rete. Quindi non credo sia eludibile a lungo. Nel breve non sono ottimista, perché ci sono resistenze fortissime: del resto, un FOIA ben fatto sarebbe un’arma formidabile contro la corruzione, pensiamo solo agli appalti. La resistenza è della politica e di tutti quelli che campano con la malaffare e l’Italia, purtroppo, è un Paese a corruzione capillare».

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