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Mediterraneo e media, conoscersi per crescere insieme

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Da sinistra: Cheiguer El Moctar, Henda Hendoud, Mario Salomone, Ignacio Fernandez-Bayo, Marai Garcia de la Fuente, Magali Reinert
Da sinistra: Cheiguer El Moctar, Henda Hendoud, Mario Salomone, Ignacio Fernandez-Bayo, Maria Garcia de la Fuente, Magali Reinert

Il giornalismo scientifico ed ambientale nel Mediterraneo sta andando sempre più verso il digitale, i social media e il bisogno di porsi un livello più centrale nell’agenda dei temi dell’informazione e della comunicazione. Sono molte le associazioni di giornalisti scientifici che si trovano nei vari paesi del Mediterraneo e la COP 21 di Parigi è stata un palcoscenico importante per mettere alla prova l’interesse dei media per questi temi. Il Primo meeting di giornalisti ambientali e delle agenzie di stampa del Mediterraneo che si è svolto nei giorni scorsi in Spagna, a Malaga, è servito a parlare anche di questo e a costruire una rete tra i vari operatori internazionale. «È importante – ha detto Ignacio Fernandez-Bayo, vice presidente dell’associazione spagnola della comunicazione scientifica (AECC) – incontrare colleghi e riportare le questioni ambientali in altri contesti territoriali».

La situazione italiana è descritta da Mario Salomone che, presentando la FIMA (la Federazione dei media ambientali italiani che presiede), lancia alcune proposte concrete per continuare a scambiarsi informazioni. «Il Festival internazionale del giornalismo di Perugia e la Fiera Ecomondo di Rimini sono i due momenti più importanti nel panorama italiano, in cui la Fima può diffondere i temi qui condivisi». Secondo Salomone la stampa italiana ha coperto male la COP 21 preferendo parlare di scandali e politica locale. «L’ambiente non dev’essere un argomento episodico, se ne deve parlare anche a livello locali, sui giornali più legati al territorio e con temi che interessino la vita di tutti».

Henda Hendoud, giornalista di Nawaat e membro della rete tunisina di reporter ambientali, spiega che la mancanza di libertà di stampa sui media tradizionali tunisini ha portato molti blogger a esprimersi online. «Gli attivisti, sono le forze vive del paese – dice – . Pochi media parlano di ambiente, ma i movimenti sociali ne parlano e quindi si finisce per parlarne non dal punto di vista scientifico, ma dal basso, dalla gente. Ad esempio vi sono molti articoli legati al problema della mancanza di acqua. La politica dice che dipende dai cambiamenti climatici, ma noi di Nawaat diciamo che dipende anche dalla cattiva gestione dell’acqua e quindi affrontiamo il problema con questa impostazione».

Contesto diverso per l’associazione francese dei giornalisti ambientali (AJE) che comprende circa 250 giornalisti impegnati su tutti i media, più della metà freelance. «Abbiamo molte attività legate alla formazione, per aiutare i colleghi a utilizzare i big data e le nuove tecnologie – spiega Magali Reinert – Ci appoggiamo a laboratori, esperti, scienziati. A volte organizziamo dei viaggi di formazione, come ad esempio in Giappone per vedere Fukushima».

Il problema della formazione è sentito anche da Ihssane El Marouani della fondazione marocchina Mohammed VI per l’ambiente: «Noi organizziamo incontri specifici, ad esempio all’inizio anno prossimo abbiamo in programma un seminario sui cambiamenti climatici rivolto a 50 giornalisti provenienti da otto paesi dell’Africa».

Per quanto riguarda la COP 21 di Parigi, secondo  Teresa Ribera, direttore dell’IDDRI (Istituto per lo sviluppo sostenibile e le relazioni internazionali) ed ex segretario di stato per i cambiamenti climatici in Spagna, i media hanno dimostrato maggior capacità di comprensione e maggior ricchezza rispetto al passato.

«La rete africana dei giornalisti ambientali della Mauritania – dice il loro referente Cheiguer El Moctar – comprende circa 700 giornalisti di tutta l’Africa, quattro lingue, ed è attiva dal 2002. Fino al 2008 non c’erano giornali o programmi specializzati in ambiente, si parlava solo di politica. Ora ogni media ha una rubrica su questi temi. Il nostro segreto? In tutte le occasioni possibili, alle quali partecipiamo (conferenze, incontri ecc) in cui vi sia un presidente di Repubblica lo “costringiamo” a impegnarsi sull’ambiente, a promettere di ridurre l’inquinamento, i rifiuti, e così via. E poi controlliamo che mantenga le sue promesse».

«Parigi è stato un punto di partenza – sintetizza Caty Arevalo, giornalista dell’agenzia EFE – ora dobbiamo continuare a parlarne». Ma perché impegnarsi in una piattaforma comune? Lo spiega Maria Garcia de la Fuente, segretario generale dell’associazione dei giornalisti ambientali spagnoli (APIA) «Prima non ci conoscevamo ora possiamo imparare gli uni dagli altri».

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