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Media e Ong, collaborazione possibile

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2015-06-11-157Inchieste, sviluppo, immigrazione, diritti, guerre, questi alcuni dei temi trattati durante la tavola rotonda Development journalism: come informare il grande pubblico sui temi dello sviluppo e della cooperazione internazionale organizzato a Torino da DevReporter Network. Tra gli ospiti Ahmad Ashour, di Al Jazeera Public Liberties & Human Rights, Chris Arsenault, di Thomson Reuters Foundation, Ziad Maalouf di Radio France International, Cristina Mas di ARA, Stefano Arduini caporedattore centrale di Vita e Alessandra Comazzi, presidente dell’Associazione Stampa subalpina, che apre il suo intervento sostenendo che «Nell’era della comunicazione non si comunica più», non senza avere prima citato un passaggio del grande Kapucinski sul silenzio, quello che più ammazza la verità.

«Oggi il paradosso – continua la giornalista – è che nell’orgia delle informazioni siamo tornati all’importanza del mythos, non tanto più del logos, ovvero la narrazione, la parola di uno vale quanto quella di un altro, non c’è più differenza: siamo in un momento di evoluzione. Vedremo chi sarà l’Omero della generazione di internet».

E proprio di evoluzione parla anche Ahmad Ashour «Tra gli obiettivi del nostro dipartimento – spiega infatti – vi è quello di usare tutti i mezzi tecnologici possibili, come ad esempio i droni, per non inviare i giornalisti sul campo di battaglia e tenerli in vita. Ci occupiamo anche della loro formazione, per aiutarli a lavorare in modo sicuro: ad esempio è importante conoscere la legge del paese in cui ci si reca, per non rischiare inutili violazioni».

Ashour sottolinea come non sia facile fare il giornalista in Medio Oriente. Al Jazeera dispone di un comitato di crisi che interviene se un giornalista viene arrestato. «Il giornalismo è una sfida in Medio Oriente – continua Ashour – soprattutto per quanto concerne i diritti umani».

Per Chris Arsenault, di Thomson Reuters Foundation, l’importante, 11224781_1004984186193405_3898038059992722483_nquando si fanno servizi sulla cooperazione internazionale, è non arrivare con idee preconcette immaginando già di fare un certo servizio, «Bisogna parlare del mondo come si parlerebbe della propria città: lavoro, diritti umani, donne, sono temi universali che si possono trattare ovunque. Se poi posso dare un consiglio alle Ong allora dico che i comunicati stampa che mandano ai giornali spesso non danno notizie utili. Servono personaggi, azioni e motivi. Questi sono gli elementi utili a un servizio giornalistico. C’è poi anche a questione dei tempi, delle scadenze. Ad esempio un progetto in Eritrea si può collegare all’attualità delle migrazioni. Insomma se presentati bene molti argomenti trattati dalle Ong possono andare anche sui media mainstream».

Anche per Stefano Arduini il collegamento virtuoso tra Ong e giornali può venire dall’uso di testimonianze vive, vivaci. «Ad esempio – spiega – per quanto riguarda le raccolte fondi, noi ci occupiamo di vedere che fine fanno questi fondi, come vengono utilizzati. È un modo per andare oltre alla notizia, che si esaurisce in pochi giorni».

Cristina Mas, redattrice della sezione internazionale di Ara, spiega che i media attraversano tre crisi: economica, tecnologica e di fiducia. «La combinazione di queste tre crisi viene anche dai cambiamenti sociali. Non significa che il giornalismo sia in crisi – dice – Noi abbiamo lanciato un nuovo giornale online quattro anni fa, legato alla realtà locale in Catalogna». Per quanto riguarda il rapporto media-Ong bisogna considerare che le notizie dal mondo sono costose quindi diventa sempre più importante collaborare con Ong locali, che sono fonti di informazioni attendibili, con esperienza e contatti sul territorio.

Più critico Ziad Maalouf, di Radio France International, che conduce una trasmissione web e partecipativa basata su una comunità di oltre 16000 membri e Mondoblog una comunità di circa 600 bloggers in una sessantina di paesi. «Nella nostra radio raccontiamo come cambia il mondo, essendo un media francofono abbiamo moltissimi ascoltatori dall’Africa, ben l’80% è composto da audience africana interessata ai temi dello sviluppo. Ci occupiamo dei temi del mondo sempre, in modo continuativo. Siamo una piattaforma che prende atto che il mondo si è orizzontalizzato, il giornalismo è diventato partecipativo. Oggi siamo tutti uguali come capacità di diffusione, con twitter eccetera, ma ciò che conta è la qualità del messaggio. Bisogna scegliere gli interlocutori ai quali rivolgersi non sparare nel mucchio dei media a caso». E per farlo si può citare ancora Kapuscinki: “Se il silenzio generale è un segnale di disgrazia, è il buon giornalismo che rompe il silenzio abbatte i muri e costruisce i ponti”.

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