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Max Mathiasin, la CNN e la sua lotta “social” per la civiltà

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Max Mathiasin, classe 1956, deptutato del MoDem

Deputato della Guadalupa, Max Mathiasin è stato notato in Francia e oltreconfine per il suo intervento all’Assemblea nazionale sulla schiavitù in Libia, nato da un breve documentario girato dalla CNN. Il suo discorso, che ha ricevuto unanime entusiasmo, ha destato impressione anche presso i cittadini e, grazie alla circolazione delle notizie sul web, ha portato l’attenzione del mondo su un tema poco trattato.

La prima volta che le hanno fatto vedere il video della CNN che mostrava i migranti in vendita, qual è stata la sua reazione?
All’inizio ho pensato che forse si trattava di notizie false, perché avevo già visto video di quel tipo. Ma quando ho visto che era firmato CNN, mi sono indignato e mi sono detto che era una cosa seria. Poco dopo, ho ricevuto richieste di intervento da parte di alcuni concittadini. Una giovane della Guadalupa, che aveva fatto una campagna con me per le elezioni legislative, mi ha detto: “Max, questo video mi ha gelato il sangue”. La sua frase è stata decisiva, per me.

Che cosa ha fatto, quindi?
Ho chiesto a Laurence de Saint Sernin, la mia collaboratrice, di presentare al mio gruppo politico un cambio di interrogazione parlamentare, perché ero registrato per una domanda sulla disoccupazione in Guadalupa. Dal momento che non aveva ancora visto il video, ricordo che mi rispose: “Signore, guardi che ci sono molte cose simili che circolano su WhatsApp”. Le mando il video, lei lo vede e, come me, capisce che è affidabile. Ho  preso il primo volo per arrivare a Parigi, il lunedì mattina sono andato a incontrare il capo amministrativo del mio gruppo politico, che mi ha detto che c’erano già membri di altri gruppi registrati per la stessa domanda e che almeno sei persone sarebbero intervenute sullo stesso argomento. Ho risposto che dovevoo assolutamente porre la domanda sulla schiavitù in Libia, perché i miei antenati erano schiavi. Guardato il registro degli interventi, mi disse “Va bene”.

Come ha preparato l’intervento?
Ho detto al mio collaboratore che per parlare di schiavitù, dovevo fare appello ai miei antenati e al colonnello della Guadalupa dell’esercito francese (ci fu una prima abolizione della schiavitù 1794, restaurata da Napoleone Bonaparte nel 1802). Quell’uomo aveva combattuto, nel 1802, le truppe di Napoleone. Si era opposto al suo comando, alla testa di schiavi e soldati in rivolta: sono stato ispirato da quei fatti. Non ero sicuro del contenuto della sua dichiarazione, che avevo letto una volta nella mia vita, ma c’era una cosa di cui ero certo, che stava parlando ai posteri. Ho avuto la fortuna di avere altri due collaboratori che erano lì. Abbiamo iniziato a scrivere, sapendo che abbiamo un tempo di intervento di due minuti. Lavorammo tutto il giorno e finimmo verso mezzanotte. Dopo una prova, ho detto ai miei ragazzi: “Potete andare a letto, avete lavorato bene”. Al mattino, ho guardato il testo un’ultima volta e ho aggiunto un’altra frase.

Quale?
Ho aggiunto che “Ci sono dei passati che non finiscono di passare”.

Nell’emiciclo, come ha vissuto quei due minuti?
Tre persone, prima di me, stavano per parlare della Libia. Ma ero così sicuro di me stesso che nemmeno le sentivo. Ero sicuro della forza della mia interrogazione: nella misura in cui è una domanda giusta, nel senso vero del termine giustizia. Quando arrivai nel bel mezzo del mio discorso, mi guardai intorno e vidi che i deputati mi stavano guardando. Ho visto in particolare un deputato Reunionese che aveva gli occhi rossi. Lì, mi sono detto che dovevo essere ancora più inclusivo: ecco perché ho improvvisato due frasi brevi. Ho corretto “è la mia vita” in “è la nostra vita” e “la mia storia” in “la nostra storia”, per far sì che tutta la sala si sentisse coinvolta.

Sorpreso dalle reazioni?
Dopo aver concluso, ho vissuto un momento di vuoto e di paura. Ti chiedi quali saranno le conseguenze di quanto è stato detto. Mi sono reso conto della portata della questione quando ho lasciato l’Aula, soprattutto quando i giornalisti si sono precipitati verso di me. Quello che mi ha colpito di più è che alcuni membri del parlamento che sono venuti a salutarmi avevano le lacrime agli occhi. Ho pensato che stesse succedendo qualcosa.

Lei ha evitato di parlare delle cause di ciò che è accaduto in Libia. È stato per paura di scioccare?
No. Volevo affrontare la coscienza delle persone. So che i francesi amano molto l’idea della rivoluzione del 1789 con la sua eredità e i suoi errori. Se rifiutano gli abusi commessi, compreso il terrore, questo rifiuto rimane un patrimonio importante, dal punto di vista dell’influenza della Francia nel mondo. Pertanto, è un atto che volevo fosse politico. Quando ho parlato della “nostra storia”, ho aggiunto che stava accadendo nelle colonie francesi. Quindi non si tratta di nascondere il passato coloniale della Francia e dell’Europa né di negare la propria responsabilità nel sottosviluppo di gran parte del mondo, specialmente nell’Africa subsahariana e nel Maghreb. In questi paesi, cosiddetti poveri, c’è quello che Samir Amine chiamava lo “scambio ineguale”. Amine, che ha provato a misurare il differenziale tra la forza lavoro e il valore aggiunto nel commercio di beni tra questi due blocchi, sollevava la questione del deterioramento dello scambio tra i paesi sottosviluppati in favore del paesi sviluppati. C’è una quota di lavoro, e il valore sottovalutato dei prodotti non lavorati e non manifatturieri, che impoverisce alcuni Paesi.

La comunità internazionale ha promesso di muoversi e Macron ha definito ciò che è accaduto “crimini contro l’umanità”. Come valuta gli atti in relazione alle promesse?
Per il momento, va detto che le cose non sono realmente cambiate. Sia in Francia sia presso i capi di Stato africani, nonostante la grande dichiarazione fatta a Dakar sulla questione del diritto alla protezione e il rimpatrio dei concittadini. Secondo le informazioni che ho, ci sono ancora tra le 400 e le 700 mila persone bloccate in Libia. Sembra che l’Europa sia un po ‘accomodante perché l’esistenza di questi campi impedisce alle persone di attraversare il mare e di venire qui. Ancora oggi alcuni soggetti sono imprigionati o venduti e ad altri viene chiesto di pagare un riscatto. Per me la situazione non è cambiata e non c’è trasparenza sul come possiamo porre fine al fenomeno.

Mancanza di trasparenza da parte di chi?
Francia e Nazioni Unite in particolare. Certo, non dobbiamo essere ingenui. Le persone stanno lasciando l’Africa subsahariana a costo delle loro vite. C’è questo fenomeno in cui tutti pensano che “l’altro non ce l’ha fatta, ma io posso riuscirci ad arrivare”. Le persone lasciano i loro paesi perché c’è attrazione per l’Europa, ma anche per il fatto che coloro che hanno lasciato e sono arrivati qui non parlano delle terribili condizioni in cui si sono trovati stati nel transito.

Pensa che le scene trasmesse dalla CNN rischino di ripetersi?
Sappiamo che il fenomeno persiste. L’Europa ha deciso di aumentare il suo aiuto ai paesi subsahariani: ma questo aiuto, alla luce dei reali problemi economici esistenti, è a mio parere insufficiente. Dobbiamo cambiare la politica africana dell’Europa, una politica ​​che miri non solo alle materie prime, ma anche e soprattutto ai sistemi politici attraverso l’istituzione di veri statisti, che siano non solo uomini di paglia al soldo di governatori stranieri e di grandi compagnie. Abbiamo due esempi, uno vecchio e uno più recente. Il paternalismo non è cambiato e lo stato mentale coloniale non è mai cambiato in Francia, nemmeno con un governo che vuole essere “socialista”, “progressista” o “umanista”. Vorrei anche aggiungere i comunisti, perché quando ero studente a Parigi, al tempo, eravamo liberi e sognatori. E quando abbiamo parlato con loro di indipendenza o di autonomia della Guadalupa, ci replicarono: “Ma perché volete l’autonomia?Siete francesi!”

Pensa che la legge sull’asilo e l’immigrazione possa fornire soluzioni?
Una circolare che richieda che i migranti siano controllati quando sono nei rifugi, col rischio che alcuni di loro vengano portati nei centri di detenzione, non può che trovare la mia assoluta opposizione. La Francia deve chiarire la sua politica migratoria: se non può sopportare tutta la miseria del mondo e se l’Europa non può accogliere tutta la miseria del mondo, dobbiamo aiutare queste persone a restare a casa. Per questo, deve essere un’azione collettiva, inclusiva e significativa. Ovviamente dobbiamo agire contro la carestia, ad esempio, ma è anche necessario stabilire un vero trasferimento di conoscenze, di educazione. Questa è vera cooperazione: perché il grande problema di questi Paesi è la questione della capacità di investimento. Vent’anni fa, la Francia ha abbandonato l’Africa agli investimenti cinesi: e i cinesi non fanno nulla per niente.

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