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Maurizio Molinari e l’anima nera del Califfato

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Maurizio Molinari e Mario Calabresi
Maurizio Molinari e Mario Calabresi

“Lo Stato islamico è grande 250.000 km quadrati, si estende dalla periferia di Baghdad alla periferia di Aleppo; ha un bilancio annuale di 2 miliardi di dollari con un surplus di 250 milioni, con una forza che si aggira tra i 30 – 40 mila uomini”. Così Maurizio Molinari, corrispondente da Gerusalemme de La Stampa, risponde al direttore Mario Calabresi durante la presentazione del suo ultimo libro, Il Califfato del terrore (ed. Rizzoli): perché lo Stato islamico minaccia l’occidente?

Molinari, che dopo 13 anni negli Usaè stato trasferito a Gerusalemme, non è tanto il corrispondente da Israele ma dal Medio Oriente. Un’area ampia, dalla Libia alla Siria, dal Libano fino all’Arabia Saudita e all’Iraq. “Bisogna essere lì perché è in quell’area che la storia sta ripassando”, disse Calabresi a Molinari un anno fa (e così La Stampa, oggi, è l’unico giornale italiano con una sede a Ramallah, nei territori palestinesi). Anche da quella situazione nasce questo saggio, in cui Molinari racconta di come lo Stato islamico abbia ridisegnato la geopolitica mediorientale con un progetto ben definito per la realizzazione di una società retta dal potere assoluto del Califfo.

La copertina del libro Il califfato del terrore

Il Califfato si distingue con grande chiarezza dalla strategia del terrorista Bin Laden, che attaccava gli americani perché se ne andassero dal Medioriente e perché non ci fossero basi americane nella penisola saudita.  “Ma l’idea – chiarisce Calabresi – non era quella di esportare uno Stato islamico fuori da territori islamici per definizione”.
E Molinari sottolinea: “Al suo interno convivono una struttura amministrativa e una religiosa: la prima garantisce una buona amministrazione, la seconda impone un dominio assoluto sulle coscienze e i comportamenti dei singoli. Questo è frutto di un’offensiva militare che Isis, lo stato islamico dell’Iraq e della Siria, ha iniziato nel giugno 2014 e che, in un tempo molto breve, ha permesso di conquistare uno spazio di 250.000 kmq, superiore alla Gran Bretagna o alla Francia. Un vero e proprio blitz, una guerra lampo nel nord dell’Iraq, che si è estesa fino alla Siria”.

“La conseguenza è stata la trasformazione delle mappe del Medioriente, un’accelerazione della storia, come raramente avviene, e per capirlo bisogna tenere presente che la mappa del Medioriente che abbiamo studiato, visto e letto, non esiste più: non esistono più l’Iraq, la Siria, il confine tra l’Egitto e la Libia, il confine fra il Libano e la Siria: esistono a metà, oppure sono stati cancellati e vengono controllati da gruppi jihadisti fedeli al Califfo. A nord di Baghdad, il governo iracheno non è più sovrano, la Siria è divisa in due zone: un 40% in mano a Isis, un altro 40% ad Assad, il restante 20% ad altri gruppi. La mappa che conosciamo non corrisponde più alla realtà del territorio.
Un’accelerazione della storia, che sta andando in una direzione che non conosciamo e si riflette anche in altri eventi che superano la nostra immaginazione: pensiamo a uno degli elementi di forza del califfato, ovvero la sua capacità di raccogliere conversioni in occidente, che sono istantanee, solo dopo aver visto un video. Questa è l’anima del Califfato che fa tremare i polsi, perché la sua componente identitaria si basa sull’uso della violenza”.

Sunniti e sciiti: Molinari racconta di un recente viaggio in Libano, durante il quale è rimasto colpito dal grande sostegno da parte dei sunniti al Daesh, e spiega: “I sunniti hanno la percezione di essere aggrediti dagli sciiti che avanzano e stanno vincendo. E gli sciiti sono la repubblica islamica dell’Iran e tutta una serie di minoranze sciite a essa collegate, e che in diversi Paesi sono in una fase di progresso militare ed economico. In Iraq (che con Saddam Hussein era dominato dai sunniti, e oggi è guidato da premier sciiti), in Siria, (Assad che pure appartiene alla minoranza degli alawiti è considerato dai sunniti come uno sciita), in Yemen (oggi nelle mani di un’etnia, i ribelli Hutu, considerati un’espressione degli sciiti), in Libano (oggi di fatto nelle mani di Hezbollah, che è un partito militare molto efficace dal punto di vista dell’amministrazione del territorio, anch’esso sciita). Se siete un sunnita e vivete nello spazio fra Aqaba in Giordania, Baghdad e Beirut, vi sentite aggrediti dagli sciiti. Vedete che i vostri sovrani o presidenti sono incapaci di fermare l’offensiva degli sciiti dietro la quale si vede l’Iran, e quindi la reazione istintiva è quella di sostenere Isis”.

Che organizzazione ha Isis e come consegue i suoi obiettivi? “Lo Stato totalitario che il Califfo sta costruendo ha due anime: una militare e l’altra che cura l’amministrazione. Non appena un gruppo di militanti occupa un centro, si crea una tenda, aperta ai quattro lati, dove viene insegnato il corano in continuazione, 24 ore al giorno. Subito dopo, funzionari del califfato iniziano a occupasi della distribuzione dei beni di prima necessità, il pane, l’acqua, l’elettricità, molto spesso gratis”.

“La fase seguente è la creazioni di tribunali, basati sulla legge islamica, che consentono ai cittadini di avanzare rimostranze contro gli amministratori pubblici (ad esempio se la qualità dei cibi distribuiti non è buona). Questo produce nella popolazione la sensazione che improvvisamente qualcosa funzioni; inoltre, tutto ciò si unisce a una diminuzione notevole della criminalità comune, quindi, improvvisamente, in queste regioni che erano erano state governate o da dittatori come Saddam e Assad, oppure completamente dimenticate dalle amministrazioni centrali, esiste una forma di amministrazione del territorio che addirittura risponde alle sollecitazioni dei cittadini”.

Contemporaneamente, si dà molto impulso allo studio nelle scuole della vita e opere di Maometto, e della lingua inglese, per esportare il messaggio del Califfato, ma non si sostengono le scienze, le arti, la musica a cui si accompagna “l’imposizione violenta del dominio del Califfo: se uno fuma gli si amputa la mano, le adultere sono fustigate o lapidate, le spie decapitate”. Contemporaneità, quindi, fra violenza e buona amministrazione, tratto tipico dei regimi totalitari classici, che ha comunque bisogno del terzo elemento per risultare attraente: la nazione del Levante. Il termine che ricorre spesso nei discorsi del Califfo, infatti, fa riferimento a uno spazio umano, sociale ed economico che risale alle origini di Maometto, e definisce un’identità comune collettiva, molto più forte della fedeltà agli Stati moderni, e alla quale il califfo si richiama con grande abilità. Il suo messaggio più efficace è riferirsi ad un califfato, ovvero un’unione che supera i confini, con la cancellazione della mappa di stati che vengono percepiti come imposizione dell’occidente: questo galvanizza i suoi seguaci. Esiste allora un grande stato arabo, un Califfato, la grande Umma, che l’occidente ha diviso e indebolito, e a cui si deve tornare.

In quest’ottica si definisce un preciso ruolo per l’Arabia Saudita: “I finanziamenti inizialmente arrivavano dal Qatar, dal Kuwait, dall’Arabia Saudita e da singoli; poi vi è stata la fase dell’autofinanziamento, ovvero quella attuale: la capacità di vendere il petrolio, imporre dazi e tariffe, il tutto con la complicità della Turchia, che consente che questo avvenga (e che è anche il Paese su cui ci sono i maggiori interrogativi)”.

Il Caffè dei giornalisti ha chiesto conto a Molinari della Tunisia, colpita duramente in questi giorni da attacchi terroristici.
“È il Paese più avanzato e liberale – risponde Molinari – con la costituzione più aperta del mondo arabo; ma è anche il Paese in cui, grazie a queste libertà, gli jiadisti hanno proliferato. La Tunisia dà il maggior numero di volontari del mondo arabo a Isis: sono almeno 3.000, ma potrebbero essere di più, e il fatto che adesso Isis si sia insediato in Tripolitania, ovvero nei territori della Libia ai suoi confini, le pone un rischio esistenziale, ovvero la possibilità che le cellule della Tripolitania di Isis contagino, si alleino con quelle islamiche al suo interno, ponendo un rischio vero di instabilità”.

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