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Marocco: fallita la riconciliazione, tornano gli anni di piombo?

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Centinaia di vittime marocchine sono state in grado di testimoniare sui tempi della tortura e della sparizione forzata, guidata da Hassan II (1961-1999), grazie ai cinque anni di “nuovo testamento” dichiarati da suo figlio e attuale re del Marocco, Mohamed VI. L’obiettivo? «Girare la pagina nera», frase che era anche lo slogan politico ufficiale del figlio: girare pagina su storie di torture e di dolorose sparizioni, che hanno segnato le audizioni pubbliche organizzate dalla Instance équité et réconciliation (IER), un organismo pubblico creato nell’aprile 2004 dal re per riconciliare il popolo marocchino con quel periodo di lutti. Eppure, dopo questa cosiddetta «esperienza eccezionale» del nuovo regnante, dovremmo forse parlare del suo fallimento?

Alla fine del 2003, il Marocco decise di andare oltre gli anni di piombo: un periodo difficile, segnato dalla tortura sotto il regno di Hassan II. Ecco perché il Consiglio consultivo per i diritti umani (ora National Human Rights Council – CNDH) organizzò audizioni pubbliche in cui le vittime di quegli anni erano chiamate a testimoniare sulla loro sofferenza. Per gli organizzatori delle audizioni si trattava “non di non giudicare, ma di ripristinare la verità per riuscire a riconciliarsi con il passato”.

Nessuna sanzione, se non una compensazione pecuniaria

Driss Benzekri, presidente della Instance équité et réconciliation (IER), ha dichiarato a Human Rights Watch (l’organizzazione internazionale per i diritti umani) che lo IER «rimane un organo consultivo, e in alcuna parte dei suoi testi di riferimento, si fa riferimento a obblighi dello Stato di applicare o prendere seriamente in considerazione le sue raccomandazioni. L’unica area in cui le azioni dell’IER sono vincolanti per lo Stato è quella del risarcimento delle vittime».
La relazione IER sul risarcimento danni puntualizza che migliaia di vittime riceveranno un risarcimento e ulteriori somme a titolo di riparazione. Mohamed Neshnash, presidente dell’Organizzazione per i diritti umani marocchina, un’istituzione indipendente, nel 2007 affermò che circa 60.000 vittime, un numero sorprendentemente alto, erano emerse dai due processi avviati dalla Commissione Arbitrale e dallo IER.
Secondo un rapporto della Federazione internazionale dei diritti umani (FIDH), pubblicato nel 2015, «questo organismo (lo IER, ndr) aveva il compito di stabilire un bilancio sulle violazioni gravi dei diritti umani in Marocco dopo la morte del re Hassan II (1999), di proporre riparazioni alle vittime e di formulare raccomandazioni per garantire, con l’attuazione delle riforme istituzionali, la non ripetizione delle violenze contro la persona».

Audizioni pubbliche: una verità parziale?

Driss El Yazami

Driss El Yazami, figura dello IER e attuale presidente del CNDH, è stato ospite d’onore del dibattito “Saggezza e verità”, organizzato nella città francese di Lille il 19 novembre 2017 durante il festival Citéphilo, accanto a Barbara Cassin, Elisabeth Claverie e Danièle Wozny. El Yazami ha affermato che «il ruolo dello IER era quello di ricreare una comunità politica, di ottenere garanzie di non ripetizione di queste gravi violazioni dei diritti umani». Per lui, è esattamente questo «il significato della riconciliazione». Il lavoro di raccolta delle testimonianze delle vittime, secondo El Yazami,  «è uno strumento per la transizione della cittadinanza all’inizio della cittadinanza». Una delle condizioni imposte era quella di non nominare personalmente i responsabili ma solo le istituzioni. «I testimoni – ha aggiunto – hanno tutti affrontato questa condizione». Alla domanda sulla differenza tra la Commissione “verità e riconciliazione” in Sud Africa e la commissione “equità e riconciliazione” in Marocco, la filosofa Barbara Cassin, presidente del Consiglio di amministrazione dell’International College of Philosophy, ha dichiarato, in risposta a El Yazami, che «nel caso del Marocco, è impossibile rivelare la verità fino alla fine, proprio perché i responsabili dei crimini non sono mai stati nominati». Nel 2010, lo IER ha presentato il suo rapporto finale con raccomandazioni centrali per la promozione della democrazia, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani. Secondo Amnesty International, tuttavia, la situazione è tutt’altro che risolta, perché «le autorità marocchine stanno compiendo una massiccia ondata di arresti, prendendo di mira molti attivisti, giornalisti e blogger, incluso Hamid El Mahdaoui». Barbara Cassin ha chiuso il dibattito affermando che «le domande e l’indignazione sul successo dello IER continuano a essere poste, e il rapporto riconciliazione-impunità rimane una dqustione spinosa».
Maati Monjib, uno storico marocchino attualmente perseguito per aver minato la sicurezza dello Stato su Internet, sostiene che ci siano stati «due aspetti positivi nell’esperienza di Equità e Riconciliazione: la compensazione materiale e morale di alcune delle vittime di Hassan II e il parziale riconoscimento, da parte dello Stato, dei crimini del passato».

Una riconciliazione che non si coniuga al presente

Per Monjib, autore di un saggio sulla monarchia marocchina e la lotta per il potere, «Il grande fallimento dello IER sta nella sua incapacità di porre fine alla situazione di illegalità che affligge gli attuali oppositori del regime. Così, proprio quando le ex vittime hanno testimoniato pubblicamente davanti alle telecamere sulle atrocità del passato, altri marocchini venivano torturati nelle stazioni di polizia di Casablanca e altrove».
In effetti, uno degli scopi del regime era di riconciliarsi con la sinistra laica, per poter sfruttare la cosa, negli anni seguenti, contro il movimento islamista integrandolo nel sistema attraverso il Partito authenticité et modernité (PAM), fondato da Fouad Ali El Himma, attuale consigliere del re.

Secondo l’attivista marocchino Imad Abdellatif, «il Marocco ha attraversato tre fasi chiave fino agli anni di piombo». Una prima fase, durante cui Hassan II ha negato l’esistenza di prigioni segrete, come in questa intervista televisiva. Una seconda fase, il periodo dello IER, in cui si è ristabilita una «verità parziale», tuttavia limitata dalle condizioni imposte alle vittime e alle loro famiglie di non nominare i funzionari responsabili della repressione. Infine il «ritorno della menzogna», dove le stesse pratiche, repressione, tortura, detenzione e processi politici contro attivisti e giornalisti, sono tornati in auge.

Fallimento dello IER, degrado dei diritti e ritorno agli anni di piombo

FIDH conferma che «la libertà di espressione, in Marocco, non è ancora garantita». Lo scrittore Abdellatif Laâbi, ex prigioniero degli anni di piombo (in carcere dal 1972 al 1980, esiliato in Francia nel 1985), ha un appello: «Il Marocco, il potere superato dai suoi demoni», pubblicato nel novembre 2017 e firmato da 300 personalità. Nel testo si legge: È scritto: «La repressione che si è abbattuta sui manifestanti del Rif (regione settentrionale del Marocco, anima di proteste dimenticate cui il Caffè ha dedicato un approfondimento), attivisti di associazioni per i diritti umani, giornalisti che hanno cercato di informare sulla realtà dei fatti, è stata condotta usando gli stessi metodi che si erano dimostrati così violenti in passato: uso sistematico della forza contro i manifestanti, arresti arbitrari, sequestri di persona, uso della tortura (comprovato e confermato in molti casi), minacce di stupro, condanna a pesanti pene detentive anche per minori, violazione dei diritti della difesa, reclusione di detenuti in carcere, detenzione in istituti penitenziari lontani dal luogo di residenza degli imputati».

Di recente, l’Associazione marocchina dei diritti umani (AMDH) ha lanciato una richiesta di solidarietà internazionale. La chiamata è stata firmata da diciotto membri del Parlamento europeo, diciotto politici nazionali e molte personalità tra cui Noam Chomsky, il regista britannico Ken Loach e lo scrittore e attivista indiano Arundhati Roy. Per quanto riguarda l’accademico Jamal El Khattabi, il cui padre fu torturato ai tempi di Hassan II, egli mette in discussione le condizioni per il successo Verità e Riconciliazione. Per lui, il contrasto tra l’esperienza del Sudafrica e del Marocco è un esempio lampante: «La fine dell’apartheid ha permesso al Sudafrica di compiere progressi reali su questi temi; mentre in Marocco, con il mantenimento della struttura di Makhzen, le azioni intraprese all’inizio del regno di Mohamed VI sono destinate al fallimento. In dato che è stato evidente fin dall’inizio, con il mantenimento dell’impunità e ciò che equivale a essa per fornire protezione a coloro che erano stati coinvolti nei crimini».

Ma dove sta andando il Marocco?

Per rispondere a questa domanda, diverse organizzazioni per i diritti umani hanno lanciato l’allarme attraverso comunicati o nell’ambito di riunioni interassociative o istituzionali. Ad esempio, in una dichiarazione firmata da 42 Ong internazionali, si legge: «Non passa giorno senza preoccuparsi di notizie sull’attuale situazione dei diritti umani in Marocco. Gli indicatori sensibili sono “rossi” ed evidenziano una pericolosa regressione in termini di rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali».

Secondo la testimonianza di un avvocato marocchino, che ha parlato al simposio organizzato al Parlamento europeo nel settembre 2017, sono stati effettuati 1.005 arresti di giovani attivisti. Di questi giovani, 41 sono ragazzini, tra cui un minore condannato a 20 anni di carcere prima che la pena venisse ridotta a 5 anni in appello. Il regime ha liberato solo metà degli arrestati. Decine di giornalisti sono perseguiti penalmente; inoltre, i giornalisti stranieri sono stati espulsi e alle delegazioni è stato impedito di entrare nel nord del Marocco. Le violazioni dei diritti umani mostrano che c’è un grande divario tra la grandezza dei principi proclamati nei discorsi ufficiali e il basso livello di pratiche che la popolazione soffre ogni giorno.

«La realtà è che, nonostante questi grandi discorsi sulla transizione democratica, la libertà di espressione è vanificata, come la libertà di stampa, con i giornalisti incarcerati. Lo stesso vale per la libertà di manifestare o di associarsi», afferma Zakaria Ait Bouulahsen. L’attivista, membro dell’AMDH Nord-Francia, aggiunge che «la realtà di oggi mostra che, con oltre 400 prigionieri politici del movimento di protesta popolare e pacifico nel Rif negli ultimi sei mesi, con altrettanti detenuti in un periodo così breve e con il perseguimento dei giornalisti per il conseguimento della sicurezza dello Stato, la situazione odierna è anche peggiore di quella degli anni di piombo».

Leggi l’articolo in lingua originale su L’œil de l’exilé

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