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Marocco e libertà di stampa: in bilico tra diritti reali e apparenti

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Ogni anno, Reporters Senza Frontiere compila il World Press Freedom Index, una classifica mondiale che valuta lo stato del giornalismo in diversi Paesi e territori.

In generale, l’edizione 2019 mostra come l’ostilità verso i giornalisti espressa dai leader politici di molti Paesi abbia suscitato atti di violenza sempre più gravi e frequenti che hanno alimentato un livello di paura e pericolo senza precedenti per i giornalisti. Inoltre, il numero di Paesi considerati sicuri, ovvero dove i giornalisti possono lavorare in completa sicurezza, continua a diminuire, mentre i regimi autoritari continuano a stringere la presa sui media. In tale contesto, il Marocco è stato confermato al 135esimo posto su un totale di 180 Paesi recensiti.

Tale posizione viene giustificata da diversi fattori. Anzitutto, nel corso di tutto il 2018 così come nei primi mesi del 2019, le autorità hanno continuato a reprimere le proteste in piazza, vessando civili e giornalisti e ostacolando i gruppi di attivisti per i diritti umani, sia nazionali sia internazionali. Oltre ai processi che negli ultimi anni hanno visto alla sbarra una serie di personaggi del mondo dei media, il 2018 è stato caratterizzato da parecchie altre persecuzioni giudiziarie, specialmente nei confronti dei giornalisti.
Secondo l’indice, le autorità avrebbero deliberatamente ostacolato i media nazionali e stranieri, cercando di coprire le cosiddette proteste del movimento Hirak nella regione del Rif, nonché le notizie relative alla situazione dell’immigrazione, argomento ormai diventato off limits per i media marocchini. Il Codice della Stampa e delle Pubblicazioni, adottato dal Parlamento nel luglio 2016, elimina, almeno in linea teorica, le pene detentive per reati legati alla parola. Nel frattempo, però, il codice penale ha mantenuto la pena detentiva per una varietà di reati “verbali” non violenti, incluso quello di causare danni all’Islam o alla monarchia, così come l’incitamento alla protesta e la minaccia all’integrità territoriale, in riferimento alle pretese di indipendenza dei territori del Sahara occidentale.

Elmortada Iamrachen, l’attivista marocchino condannato a una lunga pena detentiva

Secondo il Report annuale di Human Rights Watch (HRW), poi, nel corso dell’anno 2018, le autorità hanno perseguito una serie di cittadini, giornalisti e attivisti per le loro attività sui social media. Un esempio è il caso del trentaduenne Elmortada Iamrachen, importante portavoce del movimento di protesta Hirak e condannato a cinque anni di carcere dal tribunale d’appello di Salé, piccola cittadina vicino a Rabat. Secondo le prove raccolte da HRW, il tribunale avrebbe condannato Iamrachen nel novembre 2017 per incitazione al terrorismo in una serie di post pubblicati su Facebook, sulla base di una confessione che lui nega di aver firmato. Oltre ai processi a cui vengono sottoposti molti giornalisti e attivisti non in linea con l’attività di governo, una delle criticità maggiori riscontrate nel sistema mediatico marocchino risulta essere quello della proprietà dei mezzi di comunicazione. Partendo dal presupposto che i media influenzano il modo in cui i fatti sono visti e discussi in una società, contribuendo a creare l’opinione pubblica, l’indipendenza e il pluralismo dei media dovrebbero rappresentare una forma di tutela di un sano sistema democratico. Il monitoraggio e la garanzia del pluralismo proprietario dovrebbero dunque favorire l’indipendenza e la libertà di scelta, nonché la forza economica e l’efficienza del settore dei media. Secondo quanto riportato da Media Ownership Monitor (MOM), iniziativa che si occupa di fare ricerca e advocacy sul tema della trasparenza della proprietà dei media, ben nove delle trentasei società dei media coinvolte nel sistema mediatico del Marocco sarebbero direttamente collegate allo Stato, al governo o alla famiglia reale. La famiglia regnante risulta essere il principale proprietario di media. La sua holding, la Société Nationale d’Investissement (SNI), ha partecipazioni in quattro società di media, tre delle quali risultano essere tra le prime cinque imprese editoriali del Paese. Alcuni dei più ricchi uomini d’affari del Marocco hanno partecipazioni in cinque delle nove pubblicazioni in lingua francese, due di questi sono anche ministri del governo. L’indagine della MOM, che ha richiesto tre mesi di lavoro, si è concentrata su 46 media e sulle 36 aziende che li possiedono, dipingendo per la prima volta in modo trasparente il panorama mediatico marocchino e i suoi legami con i centri di potere del Paese.

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