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Mappare l’intolleranza

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HateMap-426x268A volte 140 caratteri possono bastare. Le parole, si sa, possono essere macigni da scagliare e allora anche un tweet può trasformarsi in un’arma.

Un team di ricercatori dell’Università di Milano, di Roma La Sapienza e di Bari, ha condotto un’indagine a partire da un’idea dell’Osservatorio italiano sui diritti Vox per esaminare il contenuto di 2 milioni di tweet in un arco temporale di 8 mesi (da gennaio ad agosto 2014) e rilevare la presenza di messaggi discriminatori. Ne è risultata una “mappa delle intolleranze”, presentata oggi a Palazzo Chigi: una geolocalizzazione dell’Italia delle paure e della collera, dell’arroganza e molto spesso dell’ignoranza.

Il bersaglio prediletto sono le donne, gli omosessuali, gli immigrati, gli ebrei e i disabili. Su 1 milione 800 mila tweet analizzati – estratti grazie a un software progettato dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari – ben 1 milione e 102 mila contiene riferimenti volgari e offensivi nei confronti delle donne.
Nella geografia italiana delle intolleranze la palma della regione con più tweet rilevati e con il più alto tasso di omofobia e razzismo spetta alla Lombardia. Spazio all’antisemitismo nei tweet in Lazio e Abruzzo, picchi di razzismo anche in Friuli e Basilicata. Mentre gli insulti ai disabili – quasi 500 mila – corrono lungo tutta la penisola.
I commenti associati alle categorie in esame alludono alla sporcizia e alla contaminazione e sono fortemente lesivi della dignità della persona. Quelli antisemiti spaziano da “rabbino” a “usuraio”, quelli razzisti da “terrone” a “zingaro” a “negro”, per fini estimatori della convivenza plurale.

La ricerca, che si ispira alla “Hate map”, esperimento condotto dalla Humboldt University su Philadelphia, si basa sul primo monitoraggio fatto fino ad ora in Italia e vuole essere uno strumento a disposizione degli enti locali e delle scuole per favorire la consapevolezza e la prevenzione sul territorio e per promuovere politiche che arginino fenomeni discriminatori. Dati di cronaca, infatti, confermano che dove è stata evidenziata una maggiore ricorrenza di termini dispregiativi l’incidenza di crimini correlati è più elevata. Dalla parola all’azione, dunque, il passo talvolta è breve.

Guarda le mappe su L’Espresso 

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