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L’uso dei media nella guerra islamica: dalla propaganda al web

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Immagine © Andreja Restek

L’autoproclamato Stato islamico ha mobilitato decine di migliaia di persone provenienti da 120 Paesi di tutto il mondo per combattere in Iraq e Siria. Mentre lo Stato islamico continua perdere territorio, le lezioni tratte da precedenti conflitti, dove erano coinvolti foreign fighters, potrebbero essere indicative e utili da osservare. La “jihad anti-sovietica” in Afghanistan degli anni ’80 fu il primo conflitto moderno a vedere un alto livello di partecipazione di combattenti stranieri. Una comunità militante globale è riuscita a stabilire reti di finanziamento, credibilità e competenza in campo bellico, rese operative nei conflitti in Bosnia e Cecenia un decennio dopo.

Le reti costruite in Afghanistan si sono rafforzate in Bosnia e in Cecenia e sono state fondamentali per dare forma ai conflitti in Iraq e in Siria. I guerriglieri che tornavano da precedenti conflitti hanno continuato a fondare molte reti terroristiche che hanno dato vita a organizzazioni jihadiste come al Qaeda, Stato
islamico e altre. Con l’evolversi della tecnologia, anche i combattenti hanno aperto la strada a nuove forme di reclutamento e propaganda, come la “jihad attraverso i media”. La diffusione è iniziata già negli anni ’80 in Afghanistan, con l’invio di newsletter a scopo di propaganda, mentre oggi i militanti internazionali trasmettono le loro battaglie usando videocamere e social media.
Non è certo il numero di combattenti stranieri che hanno preso parte alla guerra in Bosnia negli anni ’90, le cifre oscillano tra le 500 e le 5.000 persone. Per sostenere la jihad nel Paese sono arrivati da Egitto, Arabia Saudita, Yemen, Stati Uniti, Turchia, Iran, Giordania e Siria. Più di 42.000 persone, provenienti da 120 Paesi, hanno viaggiato per combattere le guerre in Iraq e in Siria e per unirsi al cosiddetto Stato Islamico (IS). Tra questi, tra 900 e 1.000 combattenti sono arrivati dai paesi dei Balcani dal 2011 al 2016, secondo un rapporto pubblicato dal S. group Center.
Gli “esportatori” più attivi di viaggiatori di guerra sono stati Kosovo, Bosnia ed Erzegovina, Albania e Macedonia. Ma anche i cittadini di Serbia e Montenegro hanno contribuito alla mobilitazione di combattenti stranieri.

Alcuni jihadisti dei Balcani (circa 300) sono tornati a casa, e gli esperti sono preoccupati che questi “viaggiatori della guerra” potrebbero rappresentare un certo livello di rischio per la sicurezza europea. Nel caso degli stati dei Balcani, non ci sono stati attacchi da parte di combattenti che sono ritornati ma tuttavia, nel giugno 2017, la versione bosniaca della rivista IS Rumiyah ha pubblicato un articolo dal titolo “The Balkans – Blood for Enemies and Honey for
Friends”. Il testo fa esplicite minacce ai serbi e ai croati, riguardo ai loro ruoli nelle guerre balcaniche.

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