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L’uomo tranquillo

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Werner BischofLa mia foto preferita della mostra di Werner Bischof in questi giorni a Palazzo Reale a Torino (fino al 16 febbraio 2014) l’avevo già vista a Parigi qualche anno fa, alla Maison Europeenne de la Photographie. Ritrae un gruppo di fotoreporter durante la guerra in Corea: il nugolo di colleghi giornalisti è evidentemente di attesa e l’atteggiamento è di fibrillazione, di arrivo imminente (ma non troppo) di qualcosa o qualcuno. E allora c’è chi cambia la lampadina al flash, chi si appresta a scrivere sul taccuino, chi ha una sorta di microfono, tenuto in alto, rimasto penzolante tra la piccola folla. La foto si intitola Reporter della stampa straniera e venne scattata a Kaesong, in Corea, nel 1951. Bischof era lì, e al tempo lavorava per la rivista Life che allora era distribuita in 120 paesi. In quel periodo, grande era la competizione fra i fotoreporter per gli incarichi, soprattutto nei paesi post bellici. “Adesso sono diventato un reporter – scrive Bischof – parola che ho sempre profondamente odiato”.

La natura del giovane fotografo infatti era un’altra: contrario alla guerra, di natura tranquilla, voleva mostrare alla gente gli effetti devastanti del conflitto su un popolo, su un territorio; ma più di tutto, voleva rappresentare gli stili di vita, il quotidiano, l’essere umano, anche se la sua professione spesso lo aveva portato altrove.

Vissuto solo 38 anni, Bischof ebbe una vita breve ma intensa: fu considerato “l’uomo tranquillo” della celebre agenzia di stampa Magnum (in confronto ad esempio allo scatenato Robert Capa o Henri Cartier Bresson) a cui prese parte nel 1949. Lavorò come reporter anche per celebri testate come Life, Illustrated, Observer, Epoca, Du. Svizzero di nascita, girò il mondo: prima l’Europa post bellica, poi l’Europa dell’est, poi l’India, l’Indocina, ecc…

La sua vita fu ricerca anche interiore, e questo lo si coglie dal suo lavoro, che trasmette una crescita, la ricerca di un senso. Iniziò come pittore, e questo si comprende dall’uso sapiente della luce, presente già nei suoi primi lavori: influenzato anche da Man Ray, raffigura una natura dalle geometrie perfette e in pace (la Svizzera non partecipò infatti alla guerra, e quindi non ne venne toccata). Nelle sue prime immagini, allora, vi sono colline, foglie, chioccioline, modelle, nudi molto casti, volti. Il tutto all’insegna della tranquillità.

Ma è una prima fase che non dura: Bischof ha bisogno di qualcosa di diverso per trovare un senso, sia nella sua professione che dentro di sé. Al padre scrive: “Voglio intraprendere un cambiamento radicale come essere umano. Non riesco più a fotografare belle scarpe, oggetti di lusso…”.

E allora intraprende un viaggio nell’Europa post bellica per comprendere l’essere umano sofferente. Gira l’Europa per capire e documentare gli effetti della guerra sulle persone e sul territorio. Dirà: “Volevo comprendere quale fosse il volto vero del mondo”. 

Tuttavia, ancora qualcosa rimane della serenità della Svizzera che lascia: dalle foto esposte, sembra quasi che il dramma in cui Bischof si è immerso, sia avvenuto da un’ altra parte. A Berlino, donne fra le macerie sorridono, le case bombardate rivelano una statua di grande bellezza ancora intatta, a Montecassino un prete mette in salvo l’ultimo libro della biblioteca, in Ungheria dei contadini danzano, in una piazza dei bimbi giocano… Ma lui affermerà: “Mi sono liberato dall’appagamento personale e ora appartengo alla gente”.

Negli anni ’51 e ’52 è la svolta: un viaggio in India lo cambierà per sempre. È il primo incarico per la Magnum e Bischof si trova a documentare una terribile carestia nello stato del Bihar. Il suo reportage sarà molto intenso e gli porterà il riconoscimento internazionale. Il salto di qualità è evidente: si identifica con la gente, dichiara di rendersi interprete di coloro che non hanno voce, ed è contento perché grazie alla fotografia può raccontare le loro storie.

Nonostante il dramma di migliaia di persone che muoiono, lo sguardo attento e gentile di questo fotografo non si soffermerà esclusivamente sugli aspetti tragici di quella situazione di cui si farà testimone di un’umanità a tutto tondo, e così sarà anche per i viaggi successivi.

Nel ’51 è in Giappone, dove tra l’altro dichiarerà di essere sempre in bilico fra la sua integrità come artista e il bisogno di denaro. Nonostante ciò, riuscirà a dipingere la raffinata semplicità e l’armonia della natura, tipiche di quel paese, elementi che molto lo ispireranno.
Ancora una volta cerca di far comprendere tramite l’immagine, lo stile di un popolo e il suo atteggiamento verso la vita.

Sempre nel ’51: Corea. Bischof è contrario alla guerra, ma vuole mostrarne gli effetti. Sono le foto più intense e tragiche. Nelle immagini, il filo spinato è usato come corda di bucato, vi sono prigionieri cinesi malati, un prigioniero bambino “il più giovane”. É il reportage sul campo di prigionia di Geoje-do. Bischof è diverso, molto drammatico: “Ne ho abbastanza. – scrive – Questo andare a caccia di storie mi è diventato insopportabile. Sia fisicamente che mentalmente”.

Arriviamo al 1952: dopo Hong Kong, viene mandato in Indocina. L’incarico è da parte di Paris Match, che gli commissiona un reportage in stile cinegiornale; lo scopo, quello di glorificare lo sforzo bellico francese.
Alla fine di questo lavoro, Bischof è stanco, ha perso la fede nella fotografia e la capacità di avere un impatto positivo sulla gente. Vuole qualcosa di diverso, forse una sorta di ritorno alle origini; e allora parte per un viaggio in Nord e Sud America. Per tornare alla natura, alla ricerca della serenità, di un mondo incontaminato, “intatto”.

Purtroppo però, la sua ricerca finisce tragicamente: spintosi, con due colleghi, in un territorio inesplorato, finirà con l’auto in un burrone delle Ande Peruviane. E la sua ricerca termina così, per sempre.

Dei suoi dieci anni dedicati alla fotografia, ci rimangono dei capolavori assoluti come Ragazza india, l’immagine del volto di una bellissima ragazza, scattata sulla strada per Cuzco in Perù nel 1954, e l’indimenticabile ragazzo con lo zufolo, Perù, 1954. Le ultime foto in Sud America sono forse le più belle, quelle che davvero lasciano al mondo l’essenza del suo animo gentile.

 

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