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L’ultimo miglio della legge sulla diffamazione

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aula-camera-770x513A fine giugno è stata approvata alla Camera dei deputati, ora è al vaglio del Senato. Si tratta della nuova legge sulla riforma dell’istituto della diffamazione, con riguardo alla diffamazione commessa da parte di chi si occupa di fare informazione. Il Caffè si sta occupando con particolare attenzione di questo provvedimento, che fa capo a una norma ancorata al testo originale della legge, in vigore dall’8 febbraio 1948.

La novità più interessante e attesa è l’abolizione della pena carceraria per chi si macchia del reato di diffamazione a mezzo stampa. Rimangono le pene pecuniarie: da 5 ai 10mila euro. Se però il fatto attribuito è consapevolmente falso, la somma sale da 10 a 50mila euro.

Secondo Beppe Giulietti,  parlamentare, giornalista e fondatore di Articolo 21, la legge «non risponde in modo sostanziale alle sentenze europee. Nonostante l’impegno del relatore Verini (è il deputato umbro del PD Walter Verini, giornalista, ndr) e l’abrogazione del carcere, resta irrisolta la questione delle liti temerarie». In effetti, con la nuova legge toccherà al giudice, nel caso in cui si ravvisasse una querela sporta unicamente con intenzioni intimidatorie e senza alcun ragionevole motivo, decidere se obbligare il querelante a risarcire il danno al querelato.  «Il testo – dice Giulietti – è persino più debole di quello che il relatore medesimo aveva proposto e che prevedeva l’obbligo di sanzionare il molestatore con una multa oscillante tra il 10 e il 50% della somma richiesta a editore e cronista. Si aggiunga a questo la decisione di far tenere i processi nel luogo di residenza del querelante, e in caso di denunce plurime, editori, cronisti e avvocati dovrebbero fare il giro di Italia con relative spese. Si tratta di un altro modo, più sottile e insidioso, per arrivare alla chiusura di decine e decine di esperienze editoriali, di siti e di blog, che non potranno sostenere la trafila e le spese conseguenti».

Insomma, il lavoro per limare il testo fino all’approvazione definitiva non manca, ed è ciò che ci si attende dal Senato nelle prossime settimane. L’avvocato Caterina Malavenda, esperta di diritto dell’informazione e difensore di parecchi giornalisti sottoposti a giudizio penale per diffamazione, ritiene negativo che «il direttore di un giornale online sia stato parificato a quello della carta stampata. Un giornale online è sempre aperto e per un direttore è impossibile controllare tutto ciò che viene pubblicato. In più, d’ora in avanti un blogger querelato dovrà difendersi nel tribunale del luogo in cui abita la persona offesa, col rischio di dover girare qua e là per difendersi, tutto a spese proprie e senza rimborso».

Anche sull’istituto della rettifica, come sottolineano molti osservatori, sussistono dei dubbi. Infatti è vero che la nuova legge istituisce la rettifica tempestiva, da parte del giornalista che si rende conto di aver scritto una cosa sbagliata, e che ostacola la causa penale. Ma se un tempo la rettifica era fin troppo ingabbiata negli spazi e dava la possibilità al giornalista di commentarla, oggi diventa fin troppo onerosa perché non ha più limiti di spazio e vigerà il divieto di commentarla. Facile immaginare che i giornali potrebbero trasformarsi in un elenco di rettifiche.

Il cammino da qui all’approvazione definitiva della legge sarà decisivo. Inutile dire che la sola abolizione del carcere, che pure era stata la ragione principale di questi lavori di modifica alla norma del 1948, è un passo avanti ma non può bastare.

 

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