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Luigi Spinola, penna e voce di un globetrotter

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spinolahomeI genitori uscivano dall’ospedale di Santiago del Cile col figlio appena nato; poco più in là, i militari bombardavano il palazzo La Moneda deponendo violentemente Salvador Allende. Era l’11 settembre (del 1973), data ricorrente nella vita di Luigi Spinola; conduttore di Radio3Mondo, condirettore di Pagina99, ex capo degli esteri a Il Riformista, la sua è stata una gioventù da globetrotter.

«Mio padre era un diplomatico, lavorò durante uno dei rari momenti luminosi della diplomazia italiana. Che, infatti, non riconobbe mai la giunta militare di Pinochet. Dopo il golpe l’ambasciata diventò un rifugio per quelli che riuscivano a scampare alle esecuzioni. Quotidianamente riceveva telefonate di minaccia, anche da italiani residenti in Cile: veniva accusato di essere un comunista e di ospitare ribelli».

Come ci si forma, dovendo correre dietro il mestiere di un giramondo?
«Più o meno come aveva fatto lui, a sua volta figlio di diplomatici. L’unica sedentaria era mia mamma, figlia di una famiglia tradizionale – e stanziale – romana. Dei primi anni ho ricordi in chiaroscuro: del resto, quando ti manca il radicamento è difficile ricrearsi una vita dopo ogni spostamento. Ho fatto un po’ di elementari a Roma, alla scuola francese. Poi quattro anni a Bruxelles, quando ancora non esisteva l’Unione ma solo la comunità economica: era un posto agghiacciante. Poi tre in Canada e l’ultimo anno di scuola dell’obbligo in una scuola di lingua inglese: non capivo una parola, ma a quell’età bastano pochi mesi per imparare. Sono tornato in Italia durante gli anni del liceo ma la maturità l’ho fatta a Tel Aviv».

Ciò che si perde in affetti si bilancia in esperienze precluse ai più?
«Col senno di poi, sì. Anche se non sempre è stato facile. In Canada, per esempio, sono stato benissimo; in Israele ho scoperto il valore della geopolitica, del resto eravamo là negli anni della speranza, quelli dei primi accordi. Arafat viveva a Tunisi e, proprio in quel periodo, venne a stare per la prima volta a Gaza. Chiamava la mattina e voleva incontrare tutti… Ricordo  la storica visita del re di Giordania a Gerusalemme. Lasciammo la città quando iniziavano i primi attentati contro i civili».

Perché il rampollo di una famiglia di diplomatici decide di sporcarsi le mani con il giornalismo?
«Innanzitutto perché non volevo fare il diplomatico. Ma le mani sporche mi piacevano: dai quindici ai vent’anni presi a dipingere tutti i giorni. Andai pure a Parigi per il concorso delle Belle Arti. Mi bocciarono e fu un bene: capii prima di tutto di non essere un buon pittore, e poi che non sempre ciò che si ama è quanto riesce meglio. Ero più bravo a scrivere. Iniziai a studiare scienze politiche, credevo che sarei diventato un professore o un ricercatore, magari di storia; intanto trovai i primi lavoretti alle Nazioni Unite. Ma la burocrazia non era divertente. Scrissi, con Vincenzo Cerami, la sceneggiatura di “La fabbrica di Dio”, facevo testi per la tivù, collaboravo qua e là, ma il tempo passava e faticavo a decidere definitivamente la via da imboccare».

spinola1Cosa indicò la strada giusta?
«Il caso. Stavo per diventare padre, ero in cerca di una sistemazione. Un amico mi disse che la Rai aveva bisogno, per Radio3, di qualcuno che si occupasse della rassegna stampa estera. Mi dissero che avevo una buona voce, le lingue le conoscevo bene, la materia era stata parte della mia vita; l’unico ostacolo da superare fu il panico della diretta. Ricordo ancora la prima trasmissione, nell’estate del 2001: affiancavo in conduzione il mitico Toni Fontana, caporedattore dell’Unità. Non mi decidevo ad aprire bocca e lui, a un certo punto, mi diede una pacca sulla spalla, diciamo così, molto vigorosa. Ne uscì una domanda, per il vero piuttosto insulsa, a Demetrio Volcic sui confini dell’Europa, cui rispose con la consueta eleganza».

Finché non tornò un 11 settembre.
«La mia sostituzione estiva era in scadenza. Quel giorno ero in conduzione al mattino, poche ore dopo a New York successe ciò che tutti sanno. Il direttore di allora, Roberta Carlotto, voleva che Radio3 avesse una vocazione giornalistica e non solo culturale, quindi decisero di fare una diretta-fiume. Siccome il conduttore con cui avrei dovuto lavorare, Stefano Cingolani, era impegnato in ApCom in quella giornata concitatissima, dovetti lanciarmi io e andammo avanti per ore fino a tarda sera . Andò bene, intervistai filosofi ed economisti, in un momento in cui ancora non si sapeva chi avesse organizzato l’attentato: la prima rivendicazione era stata di un gruppo di comunisti giapponesi…»

Così è nato il rapporto con la radio. E i giornali?
«Dal 2006 avevo iniziato a collaborare da esterno con Il Riformista. Nel 2008 Paolo Franchi mi propose la redazione esteri: solo che… dovevo diventare giornalista. Solo allora diedi l’esame, a proposito della mia indecisione nel prendere questa strada».

Il Riformista è stata una delle numerose vittime della crisi dell’editoria.
«Sì, ora mi sto occupando del progetto di Pagina99, che al momento è fermo ma che speriamo di rilanciare. L’assunto è il medesimo per tutti: se vuoi vendere giornali devi investire soldi. Se tagli i costi e risparmi sul prodotto, la crisi non finirà mai».

Eppure la ricetta italiana pare opposta: più precari, spesso sottopagati, copia-incolla dal web, riduzione all’osso di trasferte e reportage, spallucce se la qualità crolla.
«Le notizie si trovano anche gratis, su Internet. Ma il web è un business cui manca ancora un vero modello, infatti sono pochissimi quelli che riescono a far soldi. Il progetto di Pagina99 è diverso, puntiamo a fare giornalismo di approfondimento e per questo devi lasciare ai giornalisti il tempo di trovare le fonti giuste per lavorare. E tempo vuol dire denaro. Come si dice, if you pay peanuts, you get monkeys: se paghi un pezzo 30 euro, non puoi aspettarti niente in cambio. Ma l’editore o il direttore che si credono furbi perché riempiono un giornale con articoli sottopagati, non sono realmente furbi: perché quel prodotto non lo venderanno. Ma è una lotta continua».

Anche perché si rischia di non trovare differenze con ciò che si pesca gratuitamente in Rete.
«Proprio così. Se un giornale è fatto coi piedi, giustamente ci si domanda l’utilità del giornalista: a che serve pagare un mediatore, quando dappertutto pullulano blogger, sedicenti reporter e opinionisti che offrono un prodotto gratuito e della stessa qualità? È necessario che gli editori concedano ai giornalisti tempo e denaro: non perché spinti dalla filantropia, ma per fiducia in un modello di business che possa funzionare. I giornali avranno meno lettori rispetto al passato ma devono meritarsi l’acquisto».

spinola2Esiste un modello di riferimento già sperimentato e replicabile?
«Posso citare il premio Pulitzer Dana Priest, del Washington Post. Scoprì le prigioni segrete della Cia, poi lavorò a Top Secret America, un’inchiesta pubblicata in più di dieci puntate. Dana chiese al suo direttore due anni di tempo: per due anni, venne stipendiata lavorando per l’inchiesta. Quell’impegno fruttò non solo uno scoop straordinario, ma anche reputazione e nuovi investimenti pubblicitari sul giornale, rilanciò in maniera incredibile il Post. Per fare un parallelo: se, ai tempi del Riformista, avessi chiesto due giorni al direttore Antonio Polito per produrre un pezzo, forse mi avrebbe concesso due ore».

Quindi la colpa dello scadimento del giornalismo italiano non è solo da imputare a editori senza scrupoli e coi paraocchi?
«Secondo me no. Oggi il giornalismo funziona più o meno così, è un circolo vizioso che non conviene né ai giornalisti né agli editori. Ma la responsabilità è anche dei direttori e dei suoi sottoposti: accettare dai collaboratori pezzi pagati 15, 20 euro significa massacrare una professione. Pubblicare articoli offerti gratuitamente è una vergogna. Non ha senso e non ne vale neanche la pena, perché un pezzo da 20 euro sarà per forza rubacchiato e rimaneggiato. Ed è inutile prendersela solo con l’editore. Qualcosa i giornalisti dentro le redazioni devono provare a fare. Quando ero responsabile esteri del Riformista, tentai una serrata del servizio per costringere l’editore a pagare i collaboratori. Con il praticante Andrea Luchetta, dimezzammo le pagine e i pezzi li firmavamo noi. Andammo avanti così finché l’amministrazione non riprese a pagare. Per la cronaca vincemmo quella battaglia, ma purtroppo perdemmo la guerra. Molti collaboratori del Riformista – come noi della redazione del resto – a quasi tre anni dalla fine delle pubblicazioni ancora aspettano quando è dovuto loro. Ma demandare il lavoro sporco all’amministrazione è da codardi: il caposervizio e il direttore sanno bene se ci sono collaboratori con compensi ridicoli, non possono lavarsene le mani».

Perché in Italia i giornali stanno soffrendo di più, rispetto a molti partner europei?
«Prima di tutto perché, storicamente, abbiamo meno lettori di giornali rispetto, per esempio, a Francia e Gran Bretagna. E poi perché, da noi, chi fa giornali quasi mai si rivolge ai lettori ma al proprio mondo di riferimento. In Spagna, El Mundo apre con dieci pagine di esteri. Noi, con altrettante di politica interna. Il nostro giornalismo è ancillare alla politica e spesso i direttori e i suoi redattori di riferimento arrivano dalla politica o hanno a che fare quotidianamente con quel mondo. Quanti direttori o ex sono stati o sono tuttora portavoce di leader? Vai a cena da loro, ti trovi il politico. Non è che siano subalterni alla politica, è che arrivano dallo stesso ceto e vorrebbero convincerti che alla gente interessa sapere tutti i giorni cosa ne pensa Renzi, cosa Civati, con chi si allea quell’altro… Credo che questo non dovrebbe essere il nostro lavoro».

Ma esiste un pubblico per chi rifiuta i giornali che propinano il polpettone della politica italiana?
«Certo che esiste. Non è un caso che gli ultimi successi editoriali siano pubblicazioni come Limes o Internazionale. Chiariamoci, a me Internazionale piace molto: ma cosa fa, se non selezionare e curare il meglio della stampa estera? Non produce quasi mai un pezzo, eppure vende dieci volte le copie che vendeva il Riformista. Del resto la rassegna della stampa estera di Radio3mondo su Radiorai3 viene ascoltata ogni mattina da centinaia di migliaia di persone. Limes vende più copie non con un numero sul terrorismo, ma con la monografia sul Portogallo… Al festival di Ferrara trovi, ogni anno, file di persone arrivate col treno da tutte le parti d’Italia, in coda per ascoltare conferenze sulla Corea del nord».

Insomma, salvarsi è possibile.
«Sì. E la via d’uscita è, prima di tutto, la qualità. Poi una visione un po’ più ampia, magari si dovrebbe smettere di trattare gli esteri con un atteggiamento ingessato: o si parla di Obama, o dei vertici tra i grandi oppure nulla. Ma il pregiudizio secondo cui certi argomenti non interesserebbero il pubblico è devastante: c’è un blocco di persone acculturate e con capacità di spesa, tra i 30 e i 35 anni, che i giornali italiani tratta come una mandria di idioti. Gente che vuole leggere “di mondo” non per esotismo, ma perché sa che parlare di Italia e di lavoro senza una prospettiva internazionale non ha più senso. Oggi, un giornale si può reggere con 10.000 lettori. Se lo vuoi far bene, puoi sopravvivere. Se invece vuoi rivolgerti a tutti e scrivere paginate di questioni condominiali di partito, non più».

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