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L’Ucraina nei media

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Considerata l’evoluzione della situazione in Ucraina, riproponiamo il dialogo intercorso i primi di maggio fra Lucio Caracciolo (direttore del periodico Limes) e Paolo Mieli (Rcs) al Festival del giornalismo di Perugia, dibattito condotto da Renato Coen, giornalista di Sky TG24. Un confronto incentrato sul modo in cui i mezzi di informazione trattano gli avvenimenti in quella terra martoriata dai conflitti.

[L’immagine ritrae un dipinto del pittore francese Adolphe Yvon, “La battaglia per il bastione di Malakoff”, avvenuta in Crimea nel 1855]

“I fatti si raccontano – esordisce Coen – usando suggestioni e immagini ma specialmente le parole, lo strumento più importante a disposizione di un giornalista. Le parole definiscono, descrivono, a volte addirittura stabiliscono ciò che avviene. Ciò è potenzialmente molto pericoloso: usare il termine errato, relativamente a un evento, significa determinare una percezione sbagliata di quanto sta avvenendo. Questo si verifica in quasi tutte le crisi internazionali e pure nei fatti di casa nostra, e rischia di avvenire nelle notizie di cronaca che giungono da est, dall’Ucraina e dalla Crimea: che è uno spazio di confine, forse una terra di conquista da parte di Russia e Occidente, o forse è solo un luogo che deve trovare una sua nuova definizione, storica e politica”.

Lucio Caracciolo cerca di definire gli avvenimenti ucraini: “Si è letto sui giornali di “guerra civile”, a volte si parla di eventi “sull’orlo di una guerra civile”, alcuni invece la descrivono solamente come una crisi, altri si spingono a dire che è un’aggressione della Russia nei confronti di un altro Paese. Definire quello che accade è già una scelta importante, non solamente un modo per dare una notizia. Quando si è in clima di guerra, si entra in un clima strategico e l’informazione non è mai neutrale, a cominciare da quella delle parti in causa. Siamo in una fase che potrebbe sfociare in una guerra civile ma ancora non si è arrivati a quel punto: non solo per ragioni di pura contabilità macabra delle vittime, ma soprattutto per il fatto che le fazioni ancora non hanno scelto quale strada imboccare.

“Le forze in campo, inoltre, sono in gran parte invisibili: uno degli aspetti mediaticamente più sconvolgenti di questa crisi è l’uso delle figure mascherate. Nei conflitti non abbiamo mai visto dei soldati (che pur appartengono a uno Stato) indossare una sorta di tuta da combattimento senza mostrine, senza gradi, senza alcun tipo di riconoscimento. E questi sarebbero i rivoluzionari… Dall’altra parte, l’esercito di Kiev è misto: quando i russi hanno deciso di annettere la Crimea, quei pochi marinai e militari o sono passati dall’altra parte, alla marina ucraina, o sono tornati a casa: quasi nessuno ha tentato di resistere. Da non sottovalutare, poi, il fatto che fino a poco tempo fa costoro facevano parte dello stesso esercito: l’Unione Sovietica è morta da 20 anni, che non sono molti. Tanti dei militari che hanno prestato servizio nell’Armata Rossa ora si trovano separati, in teoria costretti a spararsi contro; non hanno molta voglia di farlo e questo è forse uno dei fattori che impedisce il dilagare di una vera e propria guerra civile. Certamente, infine, il rischio che questa situazione sfugga di mano è notevole. Si ddiscute molto delle influenze di questo o quel Paese straniero, della Russia che manipola e così via. Tutto vero, ma il problema è che, quando cominciano queste partite, poi è la gente sul terreno quella che decide, e coloro che combattono non stanno a sentire il loro sponsor”.

Nel suo ultimo libro, “I conti con la storia”, Paolo Mieli mette in rassegna gli errori che intellettuali e storici, insomma chi analizza un avvenimento, possono incontrare se lo osservano con lenti deformate dal pregiudizio. Con riguardo a ciò che sta accadendo in Ucraina, insomma, c’è il rischio di guerra civile, di una “balcanizzazione”? L’esercito ucraino non ha molta voglia di sparare sui civili, certo, ma sono possibili vari scenari: andare a ritrovare nel passato un modello da dove partire per analizzare il fatto significa semplificare troppo?

Mieli ne è convinto. “Uno degli aspetti importanti della Crimea è il fatto che proprio in quei luoghi è nata la libertà di stampa nel senso moderno, e lì sta morendo la libertà di stampa nel suo senso più complesso. La guerra di Crimea fu quel conflitto con il quale il conte Camillo Benso di Cavour entrò nel grande consesso internazionale. Fu una guerra molto importante, anche se ai margini del mondo. Siamo nel 1854-56 e proprio da lì iniziò il rapporto di Cavour con Napoleone III, che per gratitudine rispetto alla nostra partecipazione diede una mano a… fare l’Italia.

“Durante questa guerra accadde un episodio molto famoso, poi passato alla storia, ripreso dal cinema e dalla letteratura: è quello della carica dei seicento di Balaklava. L’Inghilterra possedeva una cavalleria strepitosa nelle cui file tutti i nobili e le migliori famiglie mandavano i loro rampolli a fare apprendistato. Era un’armata invincibile, composta con elementi di eccellenza negli equipaggiamenti e nella preparazione tecnica. Questi seicento, un giorno, vennero mandati contro i cannoni russi e furono sterminati. Fu uno shock per l’Inghilterra, come per noi lo fu l’abbattimento delle Torri Gemelle.

“Un piccolo giornale londinese venne in possesso dei dispacci che i due principali generali si erano mandati e ci si accorse che questi due ufficiali, per rivalità private, avevano mandato questi ragazzi a morire, solo per ripicca. Il giornale pubblicò i dispacci e fu uno shock nello shock: la notizia venne subito ripresa dalle grandi testate, come il Times, l’autorità politica cercò di impedirne la diffusione ma inutilmente. L’ostinazione dei giornali ebbe la meglio e quell’episodio denunciato cambiò la visione della battaglia, nonché il corso della storia. Avvennero fatti importantissimi e noi giornalisti consideriamo questo episodio un elemento fondatore del rapporto fra la stampa e potere nel mondo moderno. Quando si fa un esempio di chiarificazione sui danni dei poteri costituiti, ci si riferisce alla guerra di Crimea proprio perché è un precedente fondante.

“Oggi è successo esattamente il contrario: tranne alcune eccezioni, come Limes, la stampa non approfondisce il lavoro con saggi o studi in modo da evidenziare gli aspetti peculiari del presente e del passato: il lettore rischia di non capire molto, di quanto sta avvenendo in Crimea oggi. Sentendo pareri attorno a me rispetto a questa crisi, l’unica cosa che motiva il giudizio sembra essere la simpatia o l’antipatia per Vladimir Putin e questo mette in luce un limite: l’informazione della modernità è mobilitante, serve a portare le persone in piazza, a dare gli appuntamenti per la lotta e gli slogan, ma nel contempo non riesce a fare quello che l’informazione tradizionale si prefiggeva, ovvero di accompagnare questi slogan con un pensiero, per riuscire in un’analisi completa dei fatti storici. La mancanza di questo pensiero fa sì che, oggi, i ragionamenti di cui leggo siano viziati da contraddizioni quasi insolubili.
Si analizza questa crisi senza avere gli strumenti per venirne a capo e formarsi un’idea coerente, adatta a introiettarsi nel passato e a darci un’idea di un indirizzo per il futuro. Che atteggiamento dobbiamo avere nei confronti di conflitti simili? Questo della Crimea potrebbe essere l’inizio di una storia simile a quella dei Balcani degli anni ’90, che presenterà a piè sospinto nuovi problemi; ho il timore che, prima o poi, qualcosa di incendiario scoppi, anche perché quella è una zona di popoli bellicosi, animata da tensioni fortissime tra entità geopolitiche molto diverse fra loro.

“L’Ucraina è stata restituita dai russi – si è data la colpa a Krusciov: si disse che nel 1954, in una notte di ubriachezza, avesse regalato la Crimea all’Ucraina, ma è una notizia infondata – comunque si è trattato di una spartizione all’interno dello stesso Stato. L’Ucraina e la Crimea provenivano da un retroterra diverso, giacché l’Ucraina era una zona contesa tra lituani e polacchi nel ‘500, diventata russa nel 1654. La Crimea, contesa invece ai turchi, diventò russa 130 anni dopo, nel 1783. Tutti elementi che si compongono in una gestazione molto diversificata: oltretutto, la Crimea è oggetto di una guerra già a metà dell’800, una guerra importantissima, e continua a essere una zona contesa anche nel secolo successivo.L’Ucraina e la Crimea sono zone di forte resistenza dei tartari, eredi di quelli che arrivarono in questa regione nel 1250 con l’orda di truppe di Gengis Khan che conquistarono questa parte d’Europa, quindi una popolazione asiatica. Oggi i sentimenti, gli odi, la presenza di religioni diverse hanno anche a che fare con tutti questi aspetti. Fu una regione cardine pure al tempo dell’invasione nazista, con tutto il conseguente portato dell’antisemitismo, ben radicato in quella regione, che peraltro spiega alcuni episodi di questi giorni. La mancanza di una base minima di conoscenza di questa storia, insomma, fa sì che il problema non possa essere compreso e afferrato per davvero.

“Di tutto questo – conclude Paolo Mieli – si sa relativamente poco. Ecco perché, senza una adeguata informazione, è impossibile costruirsi un’opinione precisa. Non basta avere notizia di cosa ha fatto Putin, bisogna essere in possesso degli strumenti per capire. Quando ci trovammo, vent’anni fa,  esaminare la crisi dei Balcani, sui giornali si rinvenivano questi ragionamenti. Oggi, che l’informazione è passata da essere monopolio dei giornali alla condivisione con altri mezzi, queste basi non si offrono più. Eppure, conoscerle fa la differenza”.

 

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