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Occhio e cuore: il mestiere dell’inviato per Marco Imarisio

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Vi riproponiamo un dialogo di Federico Ferrero con l’inviato del Corriere della Sera, piemontese di Casale Monferrato, Marco Imarisio. Un cronista che ha raccontato i conflitti in Iraq, Afghanistan e Kosovo prima di dedicarsi ai fatti più importanti di cronaca accaduti in Europa negli ultimi anni. Firma di punta del quotidiano milanese, Imarisio è ospite dell’edizione 2018 di Aspettando Voci Scomode, in cui racconterà la sua esperienza professionale.

imarisioCome si arriva a essere inviati?
«Nel mio caso, con un fallimento. Nel 1994 c’era stata l’alluvione in Piemonte, lavoravo per La Notte. Alle 5 del mattino si entrava in redazione, ero un abusivo. Da piemontese, ero stato colpito da quel dramma anche personalmente. Ero timido ma mi proposi, convinto di essere un talento cui mancava solo l’occasione giusta per dar sfogo alla penna. Mal me ne incolse: Massimo Donelli, il direttore, mi umiliò pubblicamente. Lo odiai. Ore dopo, tornò alla mia scrivania per darmi un consiglio: prima di candidarsi a fare il nuovo Pansa, toccava imparare a fare un pezzo di cronaca, a scrivere un titolo. A conoscere la macchina, insomma».

Per un aspirante inviato, quel Gianpaolo Pansa era un modello. Restando alla scuola piemontese, ignoriamo Giorgio Bocca?
«No, certo. Se posso permettermi, nei suoi pezzi ravvisavo una soggettività che, soprattutto oggi, li rende un po’ datati. Non ho mai scritto in prima persona e ne vado orgoglioso, del resto è la scuola del Corriere. Pansa, prima di mettersi a fare altro, è stato il primo grande inviato moderno; se parliamo di formazione, ho letto molto anche i reportage (che preferisco chiamare resoconti) di Pino Corrias. Bernardo Valli è stato ed è un maestro inarrivabile. Comunque non rimpiango quei primi anni, anzi: è stato un periodo necessario, capisci di cosa ha bisogno chi ti legge. Ti costruisci i contrappesi, impari a non anteporre l’ansia da affermazione scrittoria alla priorità dell’inviato».

Che sarebbe?
«Restituire la enormità o la piccolezza di quello che è accaduto. Non che scrivere bene non sia importante, ma per un giornalista l’esercizio di virtù può sfociare nel solipsismo. Ricordo quando un caporedattore mi fece notare che avevo scelto la parola intonso: “Così ti hanno capito in cento. Avessi usato intatto, avrebbero capito tutti”.  Di tutte le specialità della casa giornalistica, il reportage è la più eterea: è sempre in agguato lo scivolone melodrammatico e autoreferenziale. Se vogliamo parlare di regole, la prima è sapere le cose. Sembra banale, non lo è: bisogna studiare. Detesto sentir dire che si scrive meglio di cose che non si conoscono, perché le si vedrebbero con uno sguardo nuovo: non scherziamo. La prima volta che fui mandato in Kosovo passai una settimana a leggerne la storia, fin dalla battaglia della Piana dei merli del 1389. Oggi, poi, con l’informazione diffusa e il fact checking quasi istantaneo, il disinformato fa solo figuracce».

Qual è la funzione dell’inviato, oggi? È ancora un custode dell’interpretazione della realtà?
«La povera Manuela Righini, mancata troppo presto, quando ero in viaggio per il giornale mi chiamava per domandarmi cosa mi avesse colpito. Non cosa fosse successo, ma cosa avesse catturato la mia attenzione. I dettagli, una storia. L’io non mi piace: devi fare un passo indietro, anche se devi esserci con gli occhi. Soprattutto ora, che tutto è coperto, che c’è una sorta di diretta perpetua, conta raccontare il non filmabile, la sfumatura: il senso del reportage è proprio il dettaglio. Anche perché c’è il rischio dell’assolutismo, della seriosità, che è altra cosa dalla serietà. Chiaramente il solo dettaglio non basta, il racconto deve tendere al generale; dal particolare, passi al quadro di insieme. Devi accompagnare volti e storie con dati, e magari chiudi tornando al piccolo di una storia. E così trasformi quel pastone di sentimenti, persone, fatti e cose in una storia esemplare, narrando una parte per il tutto. Provi a fare aprire gli occhi al lettore che non sa, o che forse crede di sapere e invece si è formato un pregiudizio».

Come si evitano le insidie del mestiere?
«Nel reportage rischi sempre di sbagliare, sei sempre alla ricerca della giusta miscela. Della giusta distanza, per dirla con Carlo Mazzacurati. Un giorno, Paolo Mieli fece alla redazione un avvertimento generale per un insidioso polpettone sul maltempo. “Se proprio dobbiamo farlo – disse –  non incominciate con L’Italia tagliata in due dal maltempo. Raccontate la storia dell’autista di autobus, padre di famiglia, che ha perso la vita”. Ecco perché la conditio sine qua non, che i giornali tendono a perdere, è che devi esserci, per entrare in quello che vuoi raccontare. Vedere la tragedia non è morbosità: il nostro è un mestiere da marciapiede, bisogna parlare con le persone, immergersi nella realtà. Anche emozionarsi: non è vero che il giornalista deve essere cinico, anche se è un prezzo che si paga come quando, per anni, sogni i bambini ripescati dallo tsunami. Ma è il mio lavoro e penso ne valga la pena: se alla sera sono fisicamente stanco e, per scrivere, mi basta la trascrizione dei pensieri e degli appunti della giornata, sono abbastanza convinto che il giorno dopo non dovrò vergognarmi».

La domanda delle domande rimane quella sul futuro: la tecnologia sta uccidendo la razza degli inviati?
«C’è qualcosa che le moderne tecnologie non hanno corroso.  Se gli inviati hanno una speranza di sopravvivere è proprio questa, riuscire a far intuire l’inguardabile, l’inesprimibile dagli altri media: la gioia, il dolore, la desolazione, la violenza. Devi dare qualcosa in più: bisogna avere sensibilità quasi animalesca, ed essere sensibili non è una diminutio dell’inviato, anzi, è un complimento. Bisogna avere rispetto di ciò che si racconta, riempirsi delle sensazioni che animano un avvenimento. Noi siamo dei filtri e dobbiamo restituire: sennò è televisione, sennò è agenzia, è già tutto detto e scritto. Questo non vuol dire trovare per forza qualcosa di nuovo, ma immergersi nella storia. Quando ho scritto dell’alluvione del 2011 a Genova, con i morti nel sottoscala, mi dissero che quel pezzo era emotivo, con un attacco appassionato. Bene: la soggettività è lì, nel far vedere che ci sei. Anche piangendo e stando male».

Eppure la gente sembra poter fare a meno del giornale, dei resoconti. Forse, anche dei giornalisti.
«Cito Valli: dobbiamo prendere atto che noi giornalisti eravamo cinema, ora siamo teatro. Il pubblico si è ristretto e questo condiziona il nostro modo di agire, anche se al Corsera abbiamo un Lorenzo Cremonesi che passa quattro mesi nelle terre dell’ISIS o Francesco Battistini in Tunisia… Certo, viviamo in una fase in cui si vede una luce nella notte e nessuno sa se è il faro del porto o il treno che esce dalla galleria. Ma sono convinto che, al termine della notte, il bisogno di conoscere resterà. Tra pochi anni, magari, la gente avrà capito che affidarsi ai soli social network porterà a credere alle scie chimiche della Cia, al falso allunaggio e così via. Il mio direttore, De Bortoli, lo chiama efficacemente “il chiacchiericcio globale”. E anche se il panorama editoriale sarà mutato, c’è già chi campa bene facendo giornalismo di qualità come Mediapart di Edwy Plenel, l’ex direttore di Le Monde. Niente pubblicità e centomila abbonati. Ci sarà sempre spazio per una informazione di qualità, magari ci sarà interazione, un combinato disposto di scritto e video, chi lo sa. Ma rimarrà una condizione essenziale: andare, esserci».

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