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L’islam nei media, tra semplificazioni e pregiudizi

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Il panel dei relatori di “Islam e informazione” a Palazzo Ceriana

Gli strumenti che il giornalismo ha adottato per contrastare l’ignoranza, terreno fertile per la cultura dell’odio, sono quelli giusti? Con questa domanda lanciata ai presenti da Stefano Tallia, segretario dell’Associazione Stampa Subalpina, e dopo i saluti della presidente del Caffè dei Giornalisti Rosita Ferrato, si è aperto l’incontro «Islam e Giornalismo. Immagini, racconti e manipolazioni sui media italiani», moderato da Beppe Gandolfo, consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, che ha invitato il pubblico a prestare molta attenzione, assicurando: «Prenderò appunti anche io come voi. Dovremo uscire di qui sapendone un po’ di più».

A inaugurare il dibattito Laura Silvia Battaglia, giornalista e documentarista, con il suo intervento «Uno, nessuno, 100 mila Islam per narrazioni pre-pregiudizievoli». La semplificazione – non la semplicità, che consiste nello spiegare cose difficili in modo semplice – produce inevitabilmente pregiudizi: il compito del buon giornalismo non è quello di sradicarli ma di imparare a gestirli. Laura Silvia Battaglia parla di «giornalismo sineddochico», laddove con una parte si intende spiegare il tutto. «Quanto i pregiudizi influenzano la nostra lettura dei media», si chiede. «E quanto i media cavalcano i pregiudizi? E ancora quanto i pregiudizi determinano fattori di notiziabilità?». Domande aperte, per suggerire una riflessione e una presa di coscienza.
Quando un giornalista è chiamato a scrivere di una civiltà che non conosce, che non vive in profondità, di cui non conosce la lingua, il rischio è che commetta errori di prospettiva e che proietti uno sguardo «neo-colonizzatore», producendo in sostanza una narrazione unica e appiattita che alimenta il pregiudizio. È quanto accade nelle cronache sul mondo arabo e islamico, una realtà complessa e ricca di sfumature che invece per molti si riconduce banalmente a «uomini barbuti e donne velate». Secondo l’American Press, per i media americani l’islam è il capro espiatorio per tutto ciò che di spiacevole accade: per la destra rappresenta la barbarie, per il centro uno sgradevole esotismo, la sinistra sceglie la linea filoislamica in funzione antisionista, dimostrando così di non conoscere che l’islam non sposa il comunismo su basi marxiste per la sua negazione di Dio e la sua filosofia materialista. Piuttosto è la destra che dell’islam apprezza l’anticomunismo!

Edward Said aveva individuato alcune parole chiave per direzionare l’opinione pubblica: islam, nazione, democrazia e cristianità. Oggi il linguaggio dei media, influenzato dall’11 settembre, dalla seconda guerra del Golfo, dall’occupazione americana dell’Iraq e dell’Afghanistan, dalle primavere e dagli inverni arabi, ne richiede di nuove. «Terrorismo», innanzitutto, che è per forza di cose islamico: «E i baschi? Gli irlandesi? I curdi del PKK?», si chiede Laura Silvia Battaglia. La stessa cosa vale per «fondamentalismo». «Al Qaeda» è usato come termine che identifica gruppi di matrice anche molto diversa, così come «Fratelli musulmani», utilizzato indistintamente per tutti i seguaci dell’ex presidente egiziano Morsi. Accanto a queste parole resiste «islam», che continua a essere considerata una categoria senza storia o con caratteristiche cristallizzate nel tempo. Un’interpretazione distorta e fuorviante anche quella di «jihad», che non è la crociata contro gli infedeli, ma piuttosto lo sforzo di fare il proprio meglio sulla via di Allah.
A questa accurata analisi si lega l’intervento di Tiziana Ciavardini, giornalista del Fatto quotidiano: alla scarsa conoscenza della cultura e della religione islamica, all’approssimazione e alla semplificazione si unisce la disinformazione come strategia per manipolare l’opinione pubblica. Le foto fake che mostra ne sono un chiaro esempio: quella di un manifestante arabo che regge un cartello su cui è stato sostituito lo slogan con un insulto indirizzato al popolo italiano, quella delle damigelle a un corteo nuziale, che il titolo dell’articolo identifica con «spose bambine», quella delle donne iraniane sedute tra la platea di un convegno «cancellate» per mettere in evidenza un gruppo di studentesse sedute a terra e lasciare intendere così una presenta sottomissione delle donne iraniane agli uomini, comodamente accomodati sulle sedie. «I musulmani sono associati geograficamente al Nord Africa o al Medio Oriente», commenta Tiziana Ciavardini, «trascurando che la loro presenza sia molto più consistente in altri Paesi, come l’Indonesia, ad esempio».

Da sinistra: Laura Silvia Battaglia, Sherif el Sebaie, Stefania Miretti, Rosita Ferrato, Tiziana Ciavardini, Andreja Restek e Beppe Gandolfo

«Tendiamo a non riconoscere agli altri quella complessità che noi rivendichiamo come diritto», afferma Stefania Miretti, giornalista che ha lavorato a La Stampa, è stata vicedirettrice di Gioia e dopo anni di lavoro sul campo in Tunisia, con la collega Anna Migotto ha raccolto le testimonianze delle famiglie di giovani jihadisti nel libro «Non aspettarmi vivo». «A mio parere peggio delle fake news sono le no news, le notizie che non diamo». E a questo proposito, per restituire dignità a una delle tante storie che passano sotto silenzio cita quella di Mabrouk, un ragazzo tunisino di 16 anni, la più giovane delle vittime dell’Isis, decapitato nel suo villaggio tra le montagne al confine con l’Algeria poche ore prima di quella che è stata giustamente battezzata come «la strage dei giovani» a Parigi del 13 novembre 2015. «Ci dimentichiamo che la maggior parte delle vittime del terrorismo sono musulmani», conclude Stefania Miretti, sottolineando come le notizie perdano di interesse se non confermano i nostri stereotipi: è stato così, ad esempio, per quella dell’attacco alla moschea di Quebec City, il cui autore si è rivelato essere Alexandre Bissonnette, cittadino franco-canadese, e non, come era più comodo pensare, Mohamed el Khadir, marocchino, trattenuto dalla polizia solo come testimone.
Questa tendenza a identificare «il male» con una comunità di persone è per la fotoreporter Andreja Restek «razzismo culturale»: «Il razzismo prende la forma del periodo in cui si insinua. E oggi, anche se i musulmani in Italia sono il 2%, la gente percepisce che siano il 30 o 40%». Per Sherif El Sebaie, opinionista di Panorama ed esperto di diplomazia culturale e di rapporti euromediterranei, parlare di «comunità islamica» è privo di senso e ragionare per stereotipi che nutrono la fascinazione dell’esotico serve solo a nascondere i problemi: «Non esistono vie di mezzo nelle narrazioni legate all’islam. È l’assenza di normalità che crea l’islamofobia».

Infine, è giusto dare spazio a notizie sul terrorismo? Se lo chiede Beppe Gandolfo, rilanciando la questione ai relatori: «Durante l’epoca del terrorismo in Italia si decise di non dare troppo spazio alle notizie su questi temi, mentre oggi al terrorismo internazionale vengono dedicate edizioni straordinarie e il dibattito è molto acceso». Per Stefania Miretti è importante dotarsi di competenze, data la responsabilità che il giornalista ha nella costruzione dell’opinione pubblica, e fare piuttosto delle contro-narrative. Sherif El Sebaie è a favore anche della pubblicazione delle immagini più cruente purché «contestualizzate con analisi di peso. Ed è importante avere sempre un contraddittorio».
Andreja Restek, invece, ammette: «Io a volte mi autocensuro. Oppure temporeggio». La chiave per non lasciare spazio all’odio nei media può essere quella di contrapporgli messaggi positivi di integrazione: «In ogni storia di migrazione – continua Andreja Restek – ciascuno porta con sé un conflitto tra ciò che si vuole mantenere e ciò che si vuole acquisire. La mia famiglia è italiana, danese, io sono croata, mia figlia è nata in Ungheria, ho un cognato senegalese. Abbiamo combattuto per buttare giù i muri, non possiamo consegnare ai nostri figli nuovi muri».

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