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L’Iraq abbandonato dai media

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Iraq 19 maggio: la coalizione elettorale che sostiene il primo ministro Nuri al-Maliki ha vinto le elezioni parlamentari in Iraq, ma non ha ottenuto la maggioranza dei seggi…
Laura Silvia Battaglia, giornalista freelance, grande esperienza in paesi del Medio Oriente, collaboratrice con testate illustri tra cui il quotidiano Avvenire, e amica del Caffè dei Giornalisti, ci parla della situazione attuale in Iraq, paese dove si è recata più volte e dove ha vissuto fino ai primi di maggio.

Ci racconti la realtà di questo paese, ormai un po’ dimenticato? E perché ti interessi proprio dell’Iraq?
È la mia settima volta là, e ho fatto questa scelta perché dopo l’exit strategy americana è un paese totalmente uncovered dai media: per motivi tecnici, non perché i media internazionali non ci vogliano andare; è infatti molto difficile ottenere un visto giornalistico, il quale presuppone l’accoglimento delle regole riguardanti i cronisti, che sono sottoposti ad una legge molto restrittiva. La maggior parte dei reporter che ha frequentato l’Iraq è sempre stata embedded o con dei fixer che ruotavano intorno alle forze cosiddette di occupazione, e dopo l’exit strategy americana il paese è comunque molto rischioso: è pericoloso anche solo portare la telecamera con sé.

Per quanto riguarda la libertà di stampa, è il primo paese nella black list per il comitato di protezione di giornalisti nel mondo, e anche per Reporter sans Frontieres, in quanto vi si uccidono più giornalisti e, soprattutto, perché, per qualsiasi collega ammazzato in circostanze in cui si possa provare che è stato ucciso per il lavoro che svolge, i colpevoli rimangono impuniti, non ci sono processi, non si cercano i colpevoli.
È quindi un sistema complesso, in cui i reporter sono sottoposti a due forme di targhettizzazione parallela: vengono uccisi dai terroristi in aree come Ninive, Falluja, ecc, ma rischiano se si mettono in posizione critica nei confronti del governo, perché a volte spariscono. Sono rapiti temporaneamente, spariscono ai check point, vengono violentati, scompaiono dal paese. Drammi che nessuno riporta.

Ti riferisci ai cronisti locali?
Sì; per quelli internazionali invece è un po’ più facile, perché di mezzo ci sono le ambasciate. Ma qualsiasi forma di investigazione è estremamente pericolosa.

Perché l’Iraq è un paese da conoscere, da scoprire?
Due i motivi, e uno ci interessa molto direttamente e profondamente. Quando parliamo della guerra siriana, non la si può comprendere se non si conosce la realtà per esempio dell’Isis, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. La ragione per cui la guerra in Siria è diventata un conflitto pesantissimo è dovuto alla presenza e all’intervento di questa nuova sigla terroristica che ha acquistato forza e si è “ingrassata” e ingrossata proprio in Iraq; questo a causa anche del fatto che i sunniti sono stati messi fuori dai giochi nella realizzazione di questo nuovo stato che prevede una partecipazione delle cosiddette rappresentanze settarie al potere. Non è stato positivo che l’establishment governativo curdo e sciita abbia cercato di eliminare i propri oppositori anche politici, per esempio con dei raid in cui venivano arrestati i principali esponenti politici di quest’area in diverse zone del paese. Il cuore più terribile, pesante, di questa resistenza si è ingrossato: chi avrebbe preferito soltanto protestare per essere in qualche modo ascoltato, è passato nelle fila dei combattenti, e non ci ha pensato due volte. Oggi invece si tratta di Siria spesso non conoscendo nulla dell’Iraq. Per la cronaca e la lettura di affari esteri ciò è completamente sbagliato.

Qual è la tua percezione della realtà attuale di questo paese?
Uno dei motivi per cui ho deciso di occuparmi di Iraq è proprio legato agli aspetti di vita quotidiana, alla gente che ci vive. Mi sono sempre chiesta: un paese così ferito in profondità, con anni di dittatura pesantissima, di guerre con i vicini (Iran, Kuwait), con una prima guerra del golfo, 10 anni di occupazione americana, come si fa a ricostruire? Queste persone che sono rimaste, chi sono? Hanno ancora delle speranze, dei sogni, chi sono i giovani che 20 anni fa erano bambini, cosa ricordano dell’infanzia? Ho trovato una società complessa dove la gioventù non ha memoria della sua infanzia, ma ora vuole che gli altri ne abbiano; vogliono lasciare qualcosa: girano dei film, si inventano delle soluzioni, e alcune realtà di ragazzi sono uguali a Bagdad come ad Amman o al Cairo: sono quelli che sono riusciti a studiare, che provengono da una famiglia con qualche agio, che magari fanno parte dell’establishment governativo, ma hanno una visione molto vicina ai loro coetanei in altre parti del mondo, e soprattutto vogliono assolutamente ricostruire il luogo dove sono nati. Molti di loro non chiedono solo un lavoro, ma un paese che non sia corrotto.
Una società in ricostruzione è nel pieno della sua energia e potenzialità e quindi è molto più interessante per un cronista rispetto al coprire la guerra, perché quello che c’è dopo la guerra è ancor più devastante di quello che c’è stato prima. Magari si finisce di sparare, ma ciò che rimane sul terreno sono famiglie distrutte, disperse, magari senza casa e senza speranza nel futuro.

Per una società come quella, che è debole, come si può portare una soluzione, quanti anni ci vogliono per rialzare il paese?
Nella società post bellica, quando tutti i media mainstream vanno via, rimane il deserto: non c’è più da parlare di politica, ma della gente. Ed è difficile parlarci, perché le persone non hanno più fiducia nei giornalisti. E poi ci sono tanti interessi: le società dopo una guerra sono i principali bacini dei migliori affari del mondo (la ricostruzione di autostrade, rete elettrica, acquedotti, aeroporti), e coloro che hanno distrutto prima, generalmente guadagnano anche dopo. Sono quindi molti i fronti su cui fare luce: le nuove dirigenze che da questo business ci guadagnano, i denari li distribuiscono ai cittadini? Creano effettivamente per loro dei servizi? La costituzione nuova, che dicono essere democratica, ha comunque una base che è tale e laica in uno stato che dice di rispettare la presenza delle minoranze, gli articoli di legge sono attivati? La risposta non sempre è sì.
E i diritti umani? Sono riconosciuti? Sono rispettati? Prima si parlava tanto di Saddam, che torturava i suoi oppositori politici, è vero, ma cosa succede oggi nelle carceri agli oppositori politici di questa attuale dirigenza? Anche sulla questione dei diritti umani ci sono aspetti che non vengono coperti e diffusi, vengono letti sotto una lente che è troppo spesso quella del passato.

Cosa deve fare allora un buon giornalista?
Aprire gli occhi su quello che succede ora. Ed è quello che mi porta lì.

di Rosita Ferrato

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