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Libia: otto anni dopo Gheddafi, la primavera è sfiorita

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Non ancora emersa dal suo silenzio mortale, la Libia è ancora in crisi. Il 17 febbraio 2018 “celebrerà” gli otto anni della caduta di Muhammar Gheddafi in un contesto di divisione. Ancora in costruzione, questo Paese è sempre più perso tra la violenza interna e il silenzio delle forze internazionali. Diversi governi e milizie competono per la legittimità istituzionale, mentre la situazione dei diritti umani evidenzia i tragici risultati di queste guerre interne.
Com’è la Libia di oggi? Ha perso la sua battaglia? Nonostante il fallimento, la transizione politica è ancora possibile?

Cosa è rimasto di Gheddafi
Amministrata dalle milizie e da tre governi, la Libia è divisa, secondo il rapporto dell’Analisi della situazione in Libia all’inizio del 2017, tra:
• Le milizie di Misurata, con le quali i servizi italiani hanno mantenuto stretti legami nel 2016, i cui fratelli musulmani hanno ricevuto un intervento umanitario
• la milizia di Zintan, che ha partecipato ampiamente alla liberazione di Tripoli; ha firmato un accordo politico con i gruppi armati di Khalifa Haftar, l’ex generale di Gheddafi
• Milizie islamiche e Daesh

«Le Nazioni Unite, sotto la pressione delle grandi potenze occidentali, si impegnano in negoziati per formare un governo di accordo nazionale», scrive Patrick Haimzadeh, ex diplomatico francese a Tripoli (2001-2004). Ma l’accordo politico firmato a Skhirat (Marocco) nel 2015 non è stato rispettato, la crisi libica è ancora lì con un numero crescente di danni per la popolazione.

Censura, paura, giornalisti libici sotto pressione
La Libia occupa la posizione 163 nella classifica di Reporters Sans Frontières (RSF) nel ranking mondiale della libertà di stampa nel 2017. I giornalisti, secondo RSF, sono «presi di mira dalle milizie armate o dal gruppo armato dello Stato Islamico».
«L’ambiente è ostile agli attivisti e ai giornalisti, essi sono costantemente minacciati e rischiano di essere condannati. Un giornalista che lottava per i diritti delle donne è scomparso da più di un anno», conferma Mehdi Ben Youssef, ricercatore e funzionario per i diritti umani di Amnesty International in Libia.
Adil, un giornalista locale con sede a Tripoli (abbiamo cambiato il suo nome per motivi di sicurezza), nota che «il governo riconosciuto a livello internazionale lascia alcuni dei suoi gruppi armati del tutto incontrollati». Per Adil, il capo del governo non è stato in grado di controllare i grandi danni provocati da questi gruppi armati, che hanno causato diverse vittime tra cui giornalisti, donne e migranti. «Il governo di al-Wefaq è ancora fragile, tanto da non potere nemmeno condannare le violazioni dei diritti umani di questi gruppi. I giornalisti sono minacciati dalle milizie stesse del governo» sostiene Adil, che svolge il suo dovere di informare il popolo: «Ma se parliamo apertamente di questi crimini, rischiamo di scomparire». La milizia armata libica, questo indicano gli elementi in mano ai cronisti liberi, ha lanciato una campagna di sparizioni forzate per schiacciare oppositori, giornalisti e difensori dei diritti umani.

Un’opinione vale una vita, una parola fa passare guai
Abbiamo contattato una di queste vittime: Reda Elhadi Fhelboom, giornalista libico e accademico con sede a Tripoli. «Sono stato rapito il 22 agosto 2015, dopo il mio ritorno da Tunisi, in seguito a un dibattito a cui ero stato invitato per partecipare alla riunione delle Nazioni Unite. Precisamente, si trattava dell’accordo nazionale e del ruolo della società civile libica per la stabilità del nostro Paese». Fhelboom è stato rapito quando il gruppo armato El Bouni ha ottenuto il controllo dell’aeroporto di Tripoli. Le ragioni del rapimento? Avere denunciato il degrado dei diritti umani e il coinvolgimento di politici e milizie in queste violazioni e crimini. Il governo dell’accordo nazionale, oggi, è più efficace nella lotta contro i gruppi jihadisti, come nel caso di Sabratha: Reda El Hadi Fhelboom ha confermato questa efficacia ma il governo, per lui, è completamente corrotto e incompetente.
«I posti di governo sono stati distribuiti in base a lealtà e interessi personali: nulla è stato fatto a favore dei diritti umani». Una realtà sorprendente, che difficilmente potrà far compiere progressi significativi nella maggior parte dei settori della società. «Questo governo non è in grado di gestire la sicurezza e la situazione istituzionale», ha commentato ancora il giornalista.

Fallimento: istituzioni distrutte e divise
Quel che è certo è che l’instabilità rende sempre più difficile il lavoro dei difensori dei diritti umani e dei giornalisti. È in questo contesto di “guerra” che la società civile libica agisce tra mille difficoltà; la libertà, oggi, è in pericolo. La maggior parte delle istituzioni è stata pesantemente colpita dall’instabilità politica e della mancanza di sicurezza, sono state distrutte e divise istituzioni come la Banca centrale, l’Ufficio di Audit libico (l’organo supremo di controllo e contabilità in Libia, con l’autorità di istituto finanziario indipendente, affiliato all’autorità legislativa).
«La società civile è indebolita da questa situazione» conferma Marouan Tachan, direttore esecutivo del Centro per i difensori dei diritti umani in Libia. Marouan, attivista per i diritti umani nella regione e ora residente in Tunisia, aggiunge che «nonostante la complessità di questo contesto, abbiamo istituzioni che lavorano troppo lentamente» .
Minassa (piattaforma della Libia), composta da 16 Ong locali, ha lanciato un appello urgente agli Stati membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, invitandoli a prendere rapidamente una posizione decisiva sulle violazioni sistematiche dei diritti umani. La dichiarazione delle Ong congiunte conferma che alcune di queste violazioni possono costituire crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Giustizia: lo stato dell’arte
Mehdi Ben Youssef di Amnesty International approfondisce questi temi: «Gravi violazioni dei diritti umani in Libia, arresti, rapimenti, torture, sono commessi da tutte le parti in conflitto. Le sparizioni forzate sono pratiche regolari e inaccettabili. Queste pratiche sono spesso commesse da gruppi armati affiliati sia per conto del governo, sia del ministro della difesa o dell’interno, o da altri leader».
Di fronte a questi crimini contro l’umanità, il sistema giudiziario non è in grado di perseguire i responsabili. In realtà, il sistema giudiziario è collassato nella maggior parte delle regioni, a causa di minacce e uccisioni contro giudici e pubblici ministeri. Dal 2014, molti difensori dei diritti umani, compresi giudici e giornalisti, sono stati oggetto di rappresaglie da parte di varie milizie e gruppi paramilitari. Molti di loro hanno lasciato il Paese. Il caso del rapimento di Salem Mohamed Beitelmal, un professore dell’Università di Tripoli, da parte di gruppi legati all’amministrazione di Tripoli, illustra fino a che punto il governo appoggiato dall’ONU non è stato in grado di controllare queste milizie. Detenuto per 47 giorni in una stanza, con un pasto al giorno, Beitelmal è stato rilasciato gravemente malato e dopo una perdita di peso di 30 chilogrammi. I gruppi armati continuano a rapire e nascondere civili, giornalisti, compresi politici ben noti. Senza patire alcuna sanzione. Abdel Moez Banoun, attivista e blogger critico, è scomparso misteriosamente: dal suo rapimento, avvenuto il 25 luglio 2014 a Tripoli da un gruppo armato sconosciuto, non si sa più nulla di lui. Jabir Zain, attivista per i diritti umani, è stato portato via con la forza il 26 settembre 2016, così come molti altri che sono dispersi e detenuti probabilmente al di fuori della Libia.

Italia ed Europa: silenzio e complicità?
Amnesty International crede che le forze internazionali siano complici: l’Unione europea e l’Italia, in particolare, hanno deciso di ripristinare la capacità delle autorità libiche di risolvere la situazione. «I funzionari europei e italiani non possono sostenere in modo credibile di non essere a conoscenza delle gravi violazioni commesse da alcuni degli agenti incaricati della detenzione», afferma un comunicato di Amnesty International.
La questione dei migranti e dei rifugiati è fortemente all’ordine del giorno di Libia, Italia e Unione Europea. I migranti e richiedenti asilo sono soggetti a sistematiche violazioni gravi dei diritti umani, tensioni ufficiali e non. Il 2 febbraio di un anno fa, la prima firma del Memorandum tra Libia e Italia, un accordo di cooperazione che però ha omesso le basi della politica di concerto tra Libia e Italia e che, da allora, è stato approvato dagli altri membri dell’Unione europea. «In questo memorandum vediamo linee di cooperazione che non contengono i diritti umani di migranti e rifugiati come priorità. La priorità assoluta è di impedire alle barche di arrivare sopra l’equatore», conferma Mehdi Ben Youssef. «La detenzione non dovrebbe essere uno strumento per gestire l’immigrazione. I migranti non dovrebbero essere detenuti», aggiunge.

Il governo libico è quasi bloccato a livello amministrativo e politico e, sul versante socio-economico, è anche peggio. Il potere giudiziario è in stato di k.o., le istituzioni rimangono corrotte e manipolate. Il vuoto istituzionale prodotto dalla logica del potere dell’ex presidente non è stato privo di effetti negativi sui diritti umani e sulla ricostruzione politica. La Libia può uscire dalla crisi?

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