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Libertà per Raif Badawi

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Raif BadawiLe sue parole hanno la forza dirompente del coraggio, velate della disperazione di chi ha molto da perdere. “Liberate al più presto mio marito dalle prigioni saudite e fate terminare i colpi di frusta“: si rivolge così alla comunità internazionale Ensaf Haidar, moglie del blogger saudita e attivista per i diritti umani Raif Badawi, arrestato il 17 giugno 2012 con l’accusa di avere minacciato la sicurezza nazionale e insultato l’Islam. Le autorità saudite gli hanno contestato la violazione delle norme del diritto informatico e di aver infamato le autorità e i simboli religiosi.
Il reato? Aver dato vita al sito web “Free Saudi Liberals”, spazio pubblico di discussione sociale, politica e religiosa e di esercizio pacifico del diritto alla libertà di espressione.

Ricorso in appello nel 2014, è stato condannato a 10 anni di prigione e come se ciò non bastasse a 1000 frustate e a pagare una sanzione pecuniaria di 1 milione di rial sauditi, poco meno di 230 mila euro.
La prima serie di frustate – 50 – gli è già stata inferta il 9 gennaio scorso pubblicamente, di fronte a centinaia di spettatori accorsi davanti alla moschea di al-Jafali a Gedda. Ad oggi le ferite non si sono ancora rimarginate, come attesta il referto medico. Quando è stato trasportato alla clinica del carcere per essere sottoposto a controllo, i medici hanno constatato che il suo corpo non avrebbe potuto sopportare di più. Dopo ore di esami, una commissione formata da 8 medici ha concluso che Raif Badawi soffre di pressione alta e ha raccomandato alle autorità di non procedere con la seconda sessione di frustate.

Punizioni queste che l’Unione Europea giudica inaccettabili: ferma, infatti, la condanna del comportamento dell’Arabia Saudita che ha portato all’approvazione di una risoluzione dell’Europarlamento con cui si chiede immediatamente e senza condizioni il rilascio di Raif Badawi e la cessazione delle fustigazioni: “le sentenze giudiziarie che impongono punizioni corporali, inclusa la fustigazione, sono rigorosamente vietate dal diritto internazionale in materia di diritti umani, compresa la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani e degradanti, che l’Arabia Saudita ha ratificato”.

Il caso di Raif Badawi è emblematico di una più generale inosservanza della libertà di espressione in Arabia Saudita  e solleva la questione delle censure a cui sono sottoposti i media: molti siti web sono bloccati, per aprire un blog occorre una licenza ministeriale, esiste un controllo costante da parte della Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, nota anche come “ polizia religiosa”.
La detenzione del blogger e le torture a cui è stato costretto hanno suscitato l’indignazione internazionale, sono state  organizzate manifestazioni di massa e i governi di Canada e Stati Uniti hanno lanciato appelli ufficiali per il suo rilascio.
La giornalista inglese Polly Toynbee ha scritto sul Guardian , “Oggi [giorno in cui si sono svolte le manifestazioni contro l’attentato a Charlie Hebdo] altre 50 frustate sono piovute su Raif Badawi in Arabia Saudita”. E ha aggiunto che nel caso del blogger è ancora più grave il fatto che a infliggere questa atrocità a un uomo sia uno Stato, non un gruppo di terroristi.
Intanto lo slogan “Je suis Raif” ha cominciato a diffondersi sui social media e a fare tendenza. Che risuoni nelle orecchie di chi può prendere la giusta decisione.

Leggi anche Il Caffè a “La radio ne parla”su Radio 1

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