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Libertà di espressione, i muri di Tunisi parlano

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TN_mura_270Incontro Luce Lacquaniti nella piazza principale di una Tunisi ancora assolata. Laureata in Lingue e civiltà orientali, ha soggiornato in diversi paesi arabi (Siria, Egitto, Palestina) e a Tunisi è di casa. Diplomata alla scuola romana di fumetti, disegnatrice, fotografa, interprete, Luce è autrice del volume I Muri di Tunisi (edizioni Exorma), volume che ha presentato anche in uno spazio culturale nella medina della città; ha stupito parlando per ore, in arabo e in italiano, a un pubblico numeroso e attento.

Da dove è nata l’idea del libro?

«È partita dalle scritte sui muri: le fotografo dappertutto, anche a Roma, e compongo i miei archivi. Mi piace leggere i messaggi che lasciano i cittadini: lo fanno esplicitamente perché qualcuno li legga, e io li leggo. Nel 2012 sono venuta a Tunisi e sono rimasta un anno: era un periodo particolare della storia del paese, con un’esplosione di scritte, oltre a quelle degli ultrà delle varie squadre di calcio. Che poi non sono da sottovalutare nella rivoluzione, per la loro pratica di lancio di sassi e di contrasti con la polizia. Essendo una studentessa di arabo, ero curiosa di sapere cosa volessero comunicare. Quindi le fotografavo: quelle che non capivo, me le facevo spiegare, senza uno scopo preciso. Tornando a Roma, mi sono resa conto che avevo ormai più di cento fotografie: leggendole, accostandole, ordinandole, veniva fuori un bel quadro del periodo di transizione del paese, dalla rivoluzione del 2011 alle elezioni del 2014».

Per avere del materiale hai contattato gli stessi writer… come hai fatto?

«Non è poi così difficile, Tunisi è piccola. Sarà per la mia età e appartenenza sociale, mi è capitato di incontrarli anche per caso: ad esempio, un mio coinquilino era uno dei fondatori di uno dei tre gruppi di cui parlo nel libro. E poi sono anche molto disponibili».

Articolo ripreso da Babelmed vai al sito
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Come è organizzato il volume?

«Nel libro ho dedicato i primi 9 capitoli a tematiche diverse: la rivoluzione, gli slogan, i commenti a singoli avvenimenti o personaggi politici (trattati con umorismo ma talora con tragicità); ce n’è uno dedicato alle donne, uno all’islamismo, sia chi è pro sia chi è contro, un altro alle diverse forme di repressione, dalla criminalizzazione della marijuana come strumento per colpire i dissidenti alla questione degli ultrà sportivi, o della censura su internet, alla polizia come braccio fisico della repressione…

Gli ultimi tre capitoli, invece, sono dedicati a tre writer, ognuno con caratteristiche peculiari: il primo gruppo, da cui hanno preso le mosse tutti gli altri, è denominato Ahl al Kahf, ovvero “la gente della caverna”, con riferimento a un versetto del Corano. È composto da ragazzi usciti dall’Accademia delle Belle Arti, che hanno cominciato a fare stencil, scritte sui muri proprio nei giorni del sit-in della kasba, quindi della rivoluzione, e hanno poi sviluppato una propria poetica, avendo studiato la filosofia dell’arte francese. Sui muri fanno riferimenti a filosofi come Delouse, Foucault… addirittura rappresentano i visi di questi personaggi con le citazioni, con una ricerca estetica non indifferente.

Poi ci sono i Molotov: la loro caratteristica è quella di citare sempre scrittori arabi. Con frasi di rivolta, fondamentalmente; dicono che l’importante non è l’autore della scritta ma il messaggio, mostrano anche come personaggi del passato abbiano affrontato un certo tema: è un modo per riappropriarsi della propria cultura. E così, un passante che magari quella scritta non la leggerebbe, la vede davanti alla stazione del metrò e gli rimane impressa.

E poi gli Zwewla, cioè i poveri, miserabili proletari, che sono stati anche processati. Si sono dati una missione di solidarietà sociale, per cui scrivono frasi del tipo “Il povero è arrivato alla fonte e non ha potuto bere”; puntano a una rivoluzione rimasta incompiuta, rispetto alle vere istanze di lotta alla povertà e alla disoccupazione, vogliono una maggiore giustizia sociale. Scritte come “Né laico né islamista, la nostra è la rivoluzione del povero” sottolineano la vera questione. Due di loro sono stati arrestati per aver scritto “Il popolo vuole i diritti del povero”, e quello che ha fatto scalpore è che sono stati processati con tre accuse: vandalismo, per scrittura senza autorizzazione su immobili pubblici; violazione dello stato di emergenza (che c’era come anche adesso, ma che in realtà è sempre usata come aggravante di reati lievi!); la terza, quella che ha fatto più scandalo, è la diffusione di notizie false con l’intento di turbare l’ordine pubblico. Alla fine ne sono usciti solo con una multa, ma la percezione è di una grave violazione della libertà di espressione, poiché emerge non la critica per aver scritto sul muro, ma per quello che è stato scritto».

E delle donne cosa dicono?

«È una questione abbastanza complicata, perché la loro realtà viene TN_mura_270bvista solo in bianco o in nero: non sono io a dover analizzare queste cose, tra l’altro, perché faccio la linguista, non sono un’analista politica. Ho tentato, attraverso queste scritte, di fornire una chiave: le scritte stesse sono una chiave per comprendere la Tunisia. Nel libro spiego il minimo indispensabile per comprendere il tema.

Ritengo che i diritti delle donne, di cui qui vanno molto fiere,  siano in verità anche il frutto di un’autorità imposta dall’alto: è il cosiddetto femminismo di Stato, non il risultato di anni di lotte di movimenti femministi dal basso. Sui muri, troviamo un dibattito sulla proposta di una deputata di inserire nella Costituzione il concetto per cui la donna è uguale all’uomo, e scritte come “inseriamo nella Costituzioni leggi che tutelino la dignità e l’uguaglianza”. E poi vi sono movimenti meno istituzionali, di femministe anarchiche, come Feminist Attack».

Ci sono anche donne che scrivono sui muri, o magari donne che scrivono sulle donne?

«Sì, certo. Per esempio, uno dei membri dei Molotov più agguerriti, è proprio una ragazza. La cosa mi ha colpito, perché è un gruppo piuttosto radicale.

Ci sono movimenti meno legati al femminismo di Stato, femministe anarchiche e femministe Attack che hanno fotografato la scritta “Abbasso il Ministero harem del Sultano”, con riferimento al titolo di una popolarissima soap opera che andava nel periodo del Ramadan. L’hanno messa su Facebook e, il giorno dopo, sono state arrestate. La scritta si riferiva al Ministero degli affari della donna, l’equivalente del nostro Ministero delle pari opportunità. Non si sa bene a cosa si riferissero, probabilmente al fatto che la Ministra avesse delle posizioni un po’ troppo ambigue rispetto ad alcuni episodi di stupro e di violenza. Sempre le femministe Attack fanno giochi di parole come “La voce della donna è rivoluzione”, in cui “thawra” è rivoluzione e “awra” indica le parti intime, le parti da coprire tra cui capelli, spalle: loro giocano su questo, perché alcuni fanatici islamisti dicono proprio che la voce della donna è “awra”, quindi da censurare: una donna non dovrebbe parlare e loro, invece, dicono “thawra”, cioè rivoluzione. Molto interessante, e ripreso da un analogo slogan egiziano sempre dello stesso gruppo, è poi un disegno con tre volti: uno con i capelli scoperti, uno con l’hijab e uno con il niqab. La scritta dice: “non mi categorizzare”.

Hai notato delle scritte particolari dopo gli attentati?

«In realtà no. Il lavoro che c’è in questo libro si è concluso nel dicembre del 2014, ma non ho notato alcun commento. Anche perché dal 2014 in poi questo fenomeno è andato scemando: ormai penso al mio lavoro come a una documentazione di un periodo che si è concluso. La vedo sempre di più così: la maggior parte dei muri che ho fotografato, quelli che erano pieni di scritte, e appena si cancellavano ne arrivavano di nuove, ora sono bianchi».

Perché?

«Per una disillusione generale nei confronti della politica che TN_mura_545tende, secondo molti, alla restaurazione. Forse all’inizio c’era l’entusiasmo di volersi riappropriare dello spazio pubblico, anche con gesti simili: prendere una bomboletta e scrivere su un muro uno slogan, come con i sit-in della Casbah che hanno sdoganato la città, anche fisicamente. Forse, adesso, si cercano altre forme di manifestazione del pensiero. Molti spazi culturali sono stati chiusi, però ne nascono di nuovi, più istituzionali: potrebbe essere una strada».

Come vedi il futuro della Tunisia?

«Sono molto preoccupata, e non mi riferisco solo all’incombente islamismo radicale, ma anche alla risposta dello Stato, per il rischio di una deriva insidiosa in nome della sicurezza».

C’è un bello slogan: “Non posso sognare con mio nonno”.

«Esatto. Nel 2011 il Primo Ministro del governo di transizione, pluricondannato, fu contestato dal governo di transizione, e uno dei gruppi di writer fece questo stencil memorabile: “Non posso sognare con mio nonno”. Era appena il 2011: pensiamo, oggi, quanto possono essere contenti i giovani tunisini… La questione generazionale, oltre che quella sulle classi sociali e sulla mentalità dei cittadini, è decisamente aperta. Alle ultime elezioni c’è stato un astensionismo pauroso nella fascia giovanile: purtroppo non se parla».

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