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Libertà dei media nel mondo: a Londra polemiche e proclami

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Mille ospiti da tutto il mondo, compresi ministri, diplomatici, accademici e poi naturalmente agenzie internazionali e giornalisti. Questi i numeri della Global Conference for Media Freedom che si è svolta a Londra nei giorni scorsi, co-ospitata dal governo inglese e canadese (padroni di casa: Chrystia Freeland, ministro degli Esteri canadese, e Jeremy Hunt, ministro degli esteri britannico) per promuovere la libertà dei media e un ambiente più sicuro per i giornalisti.

La conferenza – parte di una campagna internazionale per accendere una luce sulla libertà dei media e contrastare chi cerca di limitarla – si è strutturata attorno a quattro temi: protezione; legislazione; costruzione della fiducia nei media e contrasto alla disinformazione; sostenibilità. Si è discusso così di politiche per lo sviluppo dei media in varie parti del mondo, di come garantire sicurezza e protezione ai giornalisti e di come combattere la disinformazione. Il tutto in chiave globale, dall’Europa orientale all’Asia centrale; dagli Stati Uniti ai Balcani all’Africa. Il primo giorno si è concentrato sulla definizione delle sfide, il secondo sulle soluzioni.

La conferenza è stata anticipata dalla polemica legata al rifiuto, da parte degli organizzatori, di concedere l’accredito a Sputnik e RT (ex Russia Today). Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, lo ha definito assurdo: «Non può esserci discussione seria sulla libertà di stampa in un ambiente in cui ad alcuni giornalisti è negato partecipare. E questa è la manifestazione più vivida dell’assurdità di ciò che sta accadendo» ha detto Peskov. «Non abbiamo accreditato RT e Sputnik a causa del loro ruolo attivo nel diffondere disinformazione», è stata la spiegazione fornita da Jeremy Hunt.

Pannello in ricordo di tutti i giornalisti uccisi dal 2016

Il loro gruppo è accusato di fare propaganda smaccata a favore della Russia; da qui le critiche da parte del governo francese e inglese che più volte ha rilevato come RT avesse violato le regole dell’imparzialità trasmettendo contenuti “palesemente fuorvianti“.

«In un mondo in cui il giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi è stato assassinato in una sede diplomatica saudita e la giornalista Lyra McKee è stata uccisa dai repubblicani nell’Irlanda del Nord, sarebbe facile cedere al fatalismo. Bisogna resistere perché se agiamo insieme possiamo accendere i riflettori sugli abusi e imporre un costo a coloro che aggrediscono i giornalisti e ostacolano il loro lavoro», ha aggiunto Hunt.

A conclusione della conferenza, la Gran Bretagna e il Canada hanno istituito un fondo per formare e fornire supporto legale ai giornalisti in alcuni dei punti caldi del mondo. Le due nazioni, che hanno versato rispettivamente circa 3,8 milioni di dollari e 765.000 dollari, sperano che altri paesi si uniscano a loro per contribuire al Fondo, che sarà amministrato dall’UNESCO. La Gran Bretagna ha anche annunciato un programma separato da 18,8 milioni di dollari per combattere la crisi dei media indipendenti in tutto il mondo. Questo denaro è destinato alla formazione di giornalisti, al pagamento delle spese legali e alla creazione di sistemi di supporto. Ma alcuni giornalisti ed editori presenti alla conferenza hanno chiesto un’azione più diretta e decisiva da parte dei leader politici.

Il giornalista del Ghana Anas Anas. Poi da sinistra Chrystia Freeland, ministro degli Esteri canadese, l’avvocatessa Amal Clooney e il ministro degli esteri inglese Jeremy Hunt

Amal Clooney, avvocato e attivista che ha difeso due reporter della Reuters recentemente liberati dal carcere in Myanmar, ha osservato che «il declino nella libertà dei media non significa solo che i giornalisti hanno meno diritti. Significa che tutti noi ne abbiamo meno». Clooney e Hunt hanno sottolineato che il più delle volte gli assassini dei giornalisti non sono puniti per i loro crimini. Soprattutto se gli autori di questi crimini sono funzionari governativi.

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