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L’Egitto al voto con il bavaglio alla stampa e la guerra ai laici

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L’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Raad al-Hussein, ha accusato le autorità egiziane di creare un «clima pervasivo di intimidazione» con la soppressione della libertà di espressione in corso nei media locali. In particolare, nel report si fa riferimento ad alcune misure decise dal presidente, Abdel Fattah al-Sisi, in vista delle elezioni. «Potenziali candidati sono stati costretti a ritirare la loro candidatura, alcuni sono stati arrestati», si legge nel rapporto Onu. «La legge impedisce ai candidati e ai loro sostenitori di organizzare manifestazioni pubbliche. I media indipendenti sono stati messi a tacere con oltre 400 testate e Ong completamente bloccate», continuano le Nazioni Unite.

In seguito agli arresti di giornalisti e ospiti televisivi nelle ultime settimane, molte organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto al governo egiziano di fermare la «campagna di intimidazione». Ma la censura diventa ancora più pressante sul web. L’ultima frontiera, dopo aver bloccato i principali siti di informazione critica nel Paese, è la censura dei siti che si occupano di cripto-valuta. L’hardware che viene utilizzato per impedire agli utilizzatori del web di accedere a questi siti è lo stesso che blocca l’accesso ai siti internet di Al-Jazeera e di Human Rights Watch. Il think tank Citizen Lab ha analizzato i mezzi di controllo del web usati in Egitto e ha trovato chiare similitudini con Turchia e Siria. L’hardware più comunemente utilizzato per impedire l’accesso ai siti scomodi è di proprietà della compagnia canadese Sandvine.

Già lo scorso febbraio, l’Accelerated Mobile Pages (AMP) di Google è andato offline in Egitto, bloccando l’accesso dagli smartphone di siti internet internazionali e indipendenti. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) aveva chiesto alle autorità egiziane di assicurare che il pubblico avesse un accesso facilitato ai mezzi di informazione in vista del voto. Secondo l’Associazione per la libertà di pensiero ed espressione (AFTE), tra i siti che non sono visibili in Egitto ci sono il Washington Post, il New York Times e il sito indipendente Maswry. Il coordinatore del programma Medio Oriente e Nord Africa di CPJ, Sherif Mansour, ha richiesto l’immediato ritorno online dei siti bloccati.

Le autorità egiziane avevano duramente criticato un servizio firmato dalla corrispondente della televisione pubblica britannica BBC, Orla Guerin. Lo speciale della BBC si occupava della repressione dei diritti umani nel paese. I Servizi di informazione pubblici (SIS) avevano  definito il reportage “privo di basi” e “pieno di menzogne”. Parlamentari egiziani hanno annunciato una strategia per rispondere alle “notizie false” diffuse dai media stranieri sull’Egitto. Questo era avvenuto già in seguito ad un articolo del New York Times sulle operazioni militari israeliane nel Nord del Sinai.

La lista di giornalisti e fotografi che restano in carcere, dopo il noto caso dei tre reporter di al-Jazeera detenuti in seguito alla copertura dei massacri di Rabaa al-Adaweya, è ancora lunga. Il caso più recente riguarda Mohammad Hashem, un giovane ateo, invitato negli studi televisivi di Alhadath Alyoum per partecipare a un dibattito con uno dei più noti sheikh di al-Azhar, Mahmoud Ashour. Tuttavia la sua dichiarazione, secondo la quale non esiste un’evidenza scientifica dell’esistenza di Dio, e il suo tentativo di parlare della teoria del Big Bang hanno provocato la dura reazione del presentatore, Mahmoud Abd Al-Halim. Prima di essere espulso dal programma per «idee distruttive» e «inappropriate», sia lo Sheikh Ashour sia il presentatore Abd al-Halim avevano consigliato al giovane di recarsi in «un ospedale psichiatrico».

 

Dopo il colpo di stato militare del 3 luglio 2013, una dura campagna contro atei e movimenti Lgbt è stata condotta dalle autorità egiziane per presentarsi come moralizzatori, nonostante la dura repressione cui hanno sottoposto gli islamisti moderati, attivi in politica prima del golpe. Infine, Khairi Ramadan, un noto ospite televisivo dei talk-show egiziani, è stato rilasciato su cauzione dopo essere stato accusato di «diffamare la polizia». La pubblica accusa ha chiesto invece la pena di morte per il fotogiornalista, Mahmoud Abou Zeid, conosciuto come Shawkan, in carcere da oltre quattro anni per il suo lavoro durante il massacro degli islamisti nel 2013. Reporter Senza Frontiere (RSF) ha duramente criticato la richiesta di condanna.

 

 

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