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Le (non) libertà di stampa e parola nello Zambia

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Lo Zambia non è un Paese libero. Freedom House ha declassato la nazione africana, due anni fa, da parzialmente libera a non libera per le pressioni indebite del governo guidato dal presidente Michael Sata su pubblicazioni indipendenti e giornalisti, sostanziate in intimidazioni, arresti e azioni legali temerarie.

Finalmente, però, qualcosa sembra muoversi. Gli uffici della Cei, la Conferenza episcopale italiana, hanno dato notizia dell’adesione, da parte del Vaticano, a una coalizione di 23 organizzazioni civili che si battono in favore della libertà di espressione e di stampa e che intendono esercitare pressioni perché vengano riviste le normative che strozzano la libertà di espressione e di stampa. Alcune leggi che il governo utilizza contro i giornalisti risalgono all’epoca coloniale ed erano state imposte dall’invasore britannico per controllare meglio le sacche di resistenza locale.

Non è la prima volta che i prelati africani, spalleggiati dai vescovi occidentali, chiedono più libertà per lo Zambia; ora, in un comunicato, ribadiscono la necessità e l’urgenza di mettere mano alla Costituzione e ai codici penale e civile, perché “venga garantita la libertà di espressione, di associazione e di coscienza in un Paese il cui governo ha l’imprescindibile obbligo di promuovere e rispettare i diritti umani dei cittadini, mentre la situazione si sta deteriorando in maniera preoccupante per l’uso arbitrario del potere, di intimidazioni e di minacce contro chiunque non sia filogovernativo”.

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