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Le libertà negate in Turchia

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Il giornalista turco Can DündarSe la colpa di un giornalista può essere stata l’aver pubblicato uno scoop in cui si documenta il traffico di armi dalla propria nazione verso i territori controllati in Siria dai terroristi dell’Isis, ed è il capo di accusa che l’ex premier turco, ora capo di Stato, Recep Erdogan ha invocato per il direttore del Cumhuriyet Can Dündar, è opportuno scandagliare la situazione della libertà di stampa in una nazione che, da tempo, è candidata all’ingresso nell’Unione Europea.

Il solo fatto che un pubblico ministero abbia chiesto il “fine pena mai” per un direttore di giornale reo di aver compiuto il proprio dovere è sufficiente per misurare la negazione della libertà di parola, opinione e stampa in un Paese formalmente democratico ma sostanzialmente basato sulla soppressione dei diritti fondamentali. L’accusa, sostenuta in prima persona anche dallo stesso Ergodan che ha presentato denuncia penale contro  Dündar, è quella di spionaggio: il convoglio ritratto in fotografie del gennaio 2014, infatti, è scortato da mezzi del servizio segreto turco e la versione offerta dal governo è che non si trattasse di un carico di armi per rifornire i ribelli armati ma di aiuti umanitari. Il pubblico ministero, ligio ai desideri del presidente, ha chiesto per il giornalista turco la pena dell’ergastolo. La sentenza arriverà a settimane.

Dündar, giornalista, documentarista e attivista per i diritti civili, aveva già conosciuto la mano pesante della censura: nell’estate di due anni fa il proprietario del quotidiano Milliyet, Erdogan Demirören, lo aveva licenziato per il contenuto di alcuni suoi articoli, ritenuti sgradevoli per l’autorità. Ora, con l’avvicinarsi di una possibile condanna abnorme e assurda, il Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti di stanza a New York, il Cpj, ha invitato il presidente turco a «smettere di fare bullismo contro i giornalisti». Ma l’intenzione del presidente sembra essere opposta. Nella classifica di Reporter senza frontiere, la Turchia è il 149esimo Paese tra le 180 nazioni osservate dall’organizzazione internazionale. Quando, nel gennaio 2015, il Parlamento europeo ha invitato ufficialmente le autorità locali a prendere provvedimenti per rivoluzionare il campo delle libertà di espressione, ha sottolineato che il mantenimento del piano di assistenza finanziaria alla Turchia dipenderà  anche “dai progressi conseguiti in relazione all’attuazione della strategia di preadesione (all’Unione, ndA), compreso il pieno rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali”. L’arresto, nel dicembre 2014, di decine di giornalisti accusati di associazione eversiva e il successivo atto di accusa contro Dündar rappresentano segnali decisi di una sterzata in direzione opposta alla democrazia, verso l’autoritarismo.

La legislazione turca è ancora impregnata di concetti e ideologie dei secoli scorsi, improntati alla difesa e all’utilizzo della censura come mezzo di controllo dell’opinione pubblica. Il quotidiano Cumhuriyet era già stato soggetto a chiusura d’imperio, durante la seconda guerra mondiale e, fino alla sua abolizione vent’anni fa, una legge antiterrorismo veniva spesso utilizzata come scusa per togliere di mezzo giornalisti scomodi, accusati a più riprese di propaganda separatista. Spesso, però, non c’è bisogno di introdurre norme ad hoc: è sufficiente la falsa applicazione di norme pensate per scopi totalmente diversi dalla repressione delle idee. In Turchia i giornalisti possono finire sotto processo o per spionaggio, come nel caso di Dündar, oppure vengono chiamati a rispondere di reati comuni quali la minaccia all’ordine pubblico, l’incitamento all’odio razziale o religioso, l’attentato alla sicurezza nazionale, la frode, la calunnia. Esistono, poi, norme che a un cittadino europeo paiono palesemente anacronistiche, come il divieto dell’uso di una lingua diversa dal turco, una legge che fa parte del filone di norme repressive della minoranza curda e armena, il cui genocidio è tuttora negato dal governo: al festival bolognese “Il cinema ritrovato“, edizione 2015, è stato proiettato un filmino inedito di quattro minuti, girato nel 1923, che mostra una parte della popolazione armena scampata al massacro del 1915. Un massacro che secondo Erdogan, uso a respingere le critiche dell’Europa invitando l’Unione “a farsi i fatti suoi”, non è mai esistito.

 

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