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Le grandi manovre del Google cinese

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Un mondo dai numeri spaventosi, che in Occidente conosciamo superficialmente. Si parla spesso delle restrizioni delle libertà di pensiero, parola e informazione in Cina, degli opinabili accordi con Google e gli altri motori di ricerca da parte del governo della Repubblica Popolare, stretti per limitare l’accesso alle fonti in Rete con l’odioso strumento della web-censura. Raramente, invece, ci si sofferma sulle dinamiche che coinvolgono i colossi editoriali d’Oriente.

Ebbene, il motore di ricerca cinese Baidu, nato a Pechino nel 2000, una sorta di equivalente di Google da 40 miliardi di dollari, si sta muovendo con aggressività nel campo dell’editoria digitale. La società cinese, infatti, ha appena acquisito un enorme ebook-store, Zongheng, pagandolo 31 milioni di dollari. Una mossa che dimostra, anche in altri mercati rispetto ai nostri, lo stretto legame esistente tra le aziende che lucrano sui naviganti in Rete e la realtà dell’informazione e dell’editoria. Giunge voce, infatti, che Baidu sia anche interessata a rendersi pressoché monopolista nel settore della vendita di libri online: l’Amazon cinese, Shanda, sarebbe nelle mire del gruppo, che già mette in vendita 100mila titoli elettronici per il mercato interno. La mossa sembra voler anticipare proprio Amazon, che sta lavorando per aprire le sue filiali anche in Cina.

Baidu è la prima compagnia cinese inclusa nell’indice Nasdaq 100 e, nell’anno appena concluso, ha condotto in porto acquisizioni societarie per un controvalore di 2,74 miliardi di dollari. Il mercato dell’informazione in Cina, nonostante i fatturati giganteschi, sconta un evidentissimo ritardo nel riconoscimento delle libertà fondamentali: i cittadini cinesi non possono accedere né a Facebook né a Twitter, e il governo ha “oscurato” anche il sito del New York Times dopo che il quotidiano statunitense si era permesso di denunciare le fortune accumulate in sordina dall’ex premier Wen Jiabao. Nel Paese vige tuttora uno stretto controllo sui contenuti accessibili dal web, per evitare sia che la popolazione abbia accesso a informazioni pregiudizievoli per le istituzioni, sia che studenti, giornalisti o spiriti liberi informino il mondo dei risvolti meno edificanti del regime comunista. Ultimamente si sono registrate timide aperture al progetto di liberalizzazione della Rete in determinate aree, come la Free Trade Zone di Shanghai. Per ora, tuttavia, solo le merci in uscita godono di un regime di totale libertà: le notizie, purtroppo, ancora no.

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