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Laura Tangherlini, giornalista e sposa siriana

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Giornalista e conduttrice di Rainews24, Laura Tangherlini è autrice di reportage e scrittrice. Studiosa di lingua e cultura araba, appassionata di Siria, ha dedicato due libri alle conseguenze umanitarie del conflitto siriano: Siria in fuga nel 2013 (premio Fiuggi Storia come miglior opera prima) e Libano nel baratro della crisi siriana nel 2014, coautore Matteo Bressan (premio Cerruglio 2015 come miglior saggio).
Il suo ultimo lavoro, Matrimonio siriano (Infinito Edizioni, 2017) è un reportage in parole e video sul dramma di un Paese che conosce profondamente, un diario di viaggio da un matrimonio e, soprattutto, una raccolta di voci e testimonianze dei tanti profughi – in maggioranza bambini e donne – incontrati nei campi in Turchia e Libano.
Con la prefazione di Gian Antonio Stella e l’introduzione di Corradino Mineo, il libro, corredato di documentario in Dvd, è una nuova finestra di verità; la donazione dei diritti d’autore è destinata a progetti di Terre des Hommes a favore dei bambini siriani che hanno bisogno di sostegno.

Nel suo libro emerge quanto le disastrose conseguenze del conflitto trascendano i confini della Siria. Cita anzitutto il Libano, dove l’altissima concentrazione di profughi siriani ha innescato dinamiche di intolleranza e sospetto. Ci può raccontare questi effetti, spesso trascurati nel racconto della guerra?

«Il Libano è un Paese di 4 milioni di abitanti: è grande quanto l’Abruzzo. Ufficialmente ospita un milione e trecentomila profughi siriani ma sono cifre di due anni fa, quando l’Onu ha smesso di registrarne di nuovi. Le cifre reali sono, e lo erano soprattutto negli anni precedenti, ben più alte, probabilmente il doppio. Beirut ha inizialmente adottato una politica delle porte aperte, va detto che è l’unico Paese confinante a non aver istituito (al contrario di Turchia e Giordania) campi profughi per i siriani. Questi ultimi si sono dunque mescolati alla popolazione, senza però arrivare a una vera e propria integrazione. Inizialmente erano bene accolti, col passare degli anni hanno cominciato a essere percepiti come un problema dalla popolazione libanese, preoccupata per la propria sicurezza e la scarsità di case, lavoro e servizi assistenziali. Una guerra tra poveri in una società già incline al razzismo, anche per la memoria di un conflitto civile che ha devastato il Paese dal 1975 al 1990 e per una lunga ingerenza siriana nelle vicende del Paese, terminata almeno ufficialmente solo con la primavera dei Cedri nel 2005. L’intervento di Hezbollah a fianco di Assad ha ulteriormente complicato le dinamiche».

Che giudizio si è fatta, come giornalista e testimone, sulla copertura mediatica del conflitto in Siria?

«Secondo me è stata una copertura fortemente lacunosa, per cecità dei media occidentali e perché il regime di Damasco non facilitava il racconto giornalistico. Quando tentai di chiedere un visto per la Siria, nell’agosto 2011, mi venne negato. Dopodiché è una copertura faziosa, da una parte e dall’altra, e comunque parziale e distorta per l’uno o l’altro scopo dalle parti in causa. In ogni caso, un racconto confuso, che non ha reso giustizia al popolo siriano, complici le agende politiche internazionali che perseguono interessi ben diversi da quelli umanitari».

Nel testo c’è ampio spazio per le storie. Quando si smette di parlare di numeri e ci si immedesima nei volti e nei vissuti, la Storia entra a far parte delle nostre storie. In che modo la guerra in Siria è entrata nella sua vicenda personale e familiare?

«I miei amici siriani mi definiscono… una siriana. La Siria è parte di me, come lo è il suo popolo. Ci andai nel 2009, rifiutando un contratto giornalistico in Rai, per perfezionare il mio arabo. All’epoca il direttore era Corradino Mineo, che mi concesse di rifiutare un contratto estivo. A settembre sarei dovuta rientrare, un altro contratto mi attendeva ma chiesi al direttore di restare ancora in Siria. Mi rispose che, se avessi rinunciato anche a quel contratto, per me la strada in Rai si sarebbe probabilmente chiusa. Allora tornai a Roma a malincuore, ma la Siria non mi ha più abbandonata. È rimasta dentro di me. Credo che raccontare il dramma siriano per storie, oltre che per numeri e analisi geopolitiche, sia fondamentale per far capire al pubblico l’enormità della vicenda».

Cosa è rimasto della Siria vissuta in tempo di pace a Damasco e cosa della Siria martoriata dalla guerra?

«Un ricordo bellissimo e indelebile. Ricordo la stanza in cui abitavo, il cortile, la porticina, il vicolo per entrare nella casa, le innumerevoli lezioni private di arabo in stanza o all’istituto di cultura francese, il mio professore Salim e la sua famiglia, il mio amico Mahmed, il campo di Yarmouk e il ristorante iracheno che era il mio preferito. Il romantico Monte Qassioum, le donne velate e le donne vestite all’occidentale. L’impossibilità per le coppie di andare in giro tenendosi per mano. Ricordo anche, però, che tutti mi dicevano di non dire che fossi una giornalista e che era pieno di spie. Come pure qualche episodio in cui mi trovai faccia a faccia con uno stato dittatoriale e poliziesco, quando fermarono me e il mio amico che in auto mi stava accompagnando all’aeroporto per tornare in Italia. Lui si allontanò per un po’ con i poliziotti e tornò con un sorriso forzato dopo più di mezz’ora. Solo settimane dopo, dopo il mio rientro in Italia, mi raccontò di aver dovuto pagare una mazzetta pari a due stipendi per non farmi perdere l’aereo e di aver perso anche il lavoro.
invece la Siria martoriata dalla guerra l’ho solo vista in tivù e ascoltata nella parole delle centinaia di profughi che ho intervistato in questi anni. In me è rimasta solo rabbia, per un mondo intero che ha preferito girarsi dall’altra parte, o guardare a quel lembo di terra solo per appagare i propri interessi. Una rabbia che questo popolo però non prova; al suo posto, rassegnazione e una domanda: perché ci hanno abbandonato?».

Qual è il senso più pieno di essere stata una “sposa siriana”? Qual messaggio ha voluto lanciare con questo inconsueto bis del gran giorno? E quale il regalo più bello?

«Il messaggio ho voluto rivolgerlo a tutti i siriani che ho conosciuto dal 2009 in poi, nei miei viaggi da giornalista e scrittrice e, prima ancora, nel mio soggiorno damasceno da turista-studentessa. Ai miei amici ma anche alle persone viste una sola volta. Ed era questo: non vi ho dimenticato, non vi dimenticherò, il vostro dolore è anche il mio, non vi ho abbandonati. E intendo fare in modo che prima o poi il resto del mondo si accorga della vostra tragedia. Un messaggio che tento di far arrivare già dal mio primo libro, «Siria in fuga», scritto quando ancora della Siria e dei profughi siriani si parlava pochissimo. E forse è stato anche un messaggio alla mia coscienza di fortunata occidentale, che di guerra non ha mai vissuto nulla sulla propria pelle. Nel mio giorno più bello avrei gioito a metà, sapendo che i miei amici siriani, ora profughi o esuli o cadaveri, non sarebbero stati presenti. E allora ho voluto avvicinarmi io, anche fisicamente, con questo matrimonio. uno dei regali più belli è stato quello della direttrice dell’orfanotrofio di Reyhanli, la signora Mayada, assieme ai 120 orfani aiutati coi nostri regali di nozze: quando, vestiti da sposi, siamo andati a trovarli per offrire loro un ricevimento di nozze e portare loro giacconi, materiale di cancelleria e giocattoli, sono stati loro per primi a offrirmi dei regali. Due foto, scattate a mia insaputa solo mezz’ora prima e già stampate e incorniciate, di me e mio marito con quei bimbi e una sciarpa fatta a mano da una delle piccole ospiti del centro».

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