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L’affaire Dreyfus scuote l’Ordine dei giornalisti

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Non si placa, e suscita interrogativi ineludibili, la polemica per il reintegro nell’albo dei giornalisti della Lombardia di Renato Farina. Farina, 59 anni, dopo alcune collaborazioni con testate locali aveva fatto strada grazie a Vittorio Feltri, diventando vicedirettore del Giornale prima e contribuendo a fondare Libero poi, quotidiano di cui è stato vicedirettore fino al 2006. Proprio nell’anno 2006 venne indagato, dalla procura di Milano, per essere stato ingaggiato dal Sismi (il servizio segreto militare) grazie ai suoi legami con il capo Niccolò Pollari e il funzionario Pio Pompa, con il compito di captare e “passare” informazioni, carpite anche ai colleghi grazie alle sue frequentazioni professionali.

Nel 2007, Farina patteggiò una pena di 6 mesi di carcere e 6mila euro di multa. L’ex giornalista scrisse un libro sulla vicenda, nel quale peraltro ammise le condotte che gli erano state contestate in tribunale: aveva agito, dietro compenso, con l’alias di “agente Betulla” già dal 1999 per conto dei Sismi, venendo così meno alle basilari regole deontologiche di onestà, fedeltà e trasparenza di un giornalista; sospeso per un anno dal consiglio regionale lombardo e radiato da quello nazionale nel 2007 (ma dopo la sua volontaria cancellazione), in realtà Farina ha continuato a scrivere su Libero con lo pseudonimo Dreyfus. La cui firma è tra l’altro legata a una vicenda molto nota, che portò alla condanna di Alessandro Sallusti per diffamazione aggravata di un magistrato e alla sua carcerazione domiciliare (poi cancellata dalla grazia firmata dal presidente Giorgio Napolitano).

Nel 2008, ormai impossibilitato a lavorare come giornalista nonostante alcuni ingaggi come consulente e autore, Farina è stato eletto alla Camera dei deputati con il Popolo delle libertà.

Il 3 settembre 2014, l’Ordine regionale della Lombardia ha deciso di reintegrare Renato Farina, che potrà quindi tornare a scrivere liberamente e a esercitare la professione giornalistica. Una decisione clamorosa, mal tollerata dal consiglio nazionale dell’Odg, che ha pubblicato una nota:

«Il consiglio prende atto della decisione assunta all’unanimità, nella piena autonomia e rispetto delle proprie competenze e prerogative, dall’Ordine regionale della Lombardia, con la quale si dispone la reiscrizione di Renato Farina all’Albo dei giornalisti; pur consapevole che nessuna azione può competere ai suoi organismi nel merito di questa decisione, riconferma piena condivisione e convinta adesione alle motivazioni contenute nella delibera che era stata approvata dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti il 29 marzo 2007, con la quale si disponeva la radiazione dall’Ordine di Renato Farina specificando tra l’altro come ‘il comportamento di Farina resta incompatibile con tutte le norme deontologiche della professione giornalistica e ha provocato un gravissimo discredito per l’intera categoria‘. Quella delibera venne poi annullata dalla Cassazione, perché Farina si era dimesso dall’Ordine pochi giorni prima del 29 marzo 2007, ma i principi e il giudizio in essa contenuti restano un valido e attuale richiamo al rispetto delle regole etiche e deontologiche per tutti coloro che esercitano la professione giornalistica».

Per manifestare la sua contrarietà al reintegro, l’inviato di punta di Repubblica Carlo Bonini ha rassegnato le dimissioni da consigliere, con una lunga missiva in cui ha sottolineato con schiettezza e durezza l’inopportunità della riammissione di Farina:

«Nei giorni dell’inchiesta su Abu Omar e del coinvolgimento del Sismi nel suo sequestro per mano della Cia, Renato Farina osservava vigliacco i miei movimenti e quelli di Peppe (D’Avanzo, ndr). Nei nostri appuntamenti con le fonti. E se possibile anche nel giardino dell’albergo “Diana” di Milano, dove ci mettevamo a discutere sul da farsi scioccamente convinti di essere lontani da orecchie indiscrete. Ascoltava, annotava, e ne dava tempestivo conto ai suoi “handler” nel Servizio: Pio Pompa, custode per conto di Nicolò Pollari dell’ufficio riservato del Sismi in via Nazionale; Marco Mancini, allora capo della divisione antiterrorismo e oggi dirigente del Dis (Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza). Io e Peppe ci mettevamo la faccia, il lavoro paziente della ricerca della verità. “Betulla”, la doppiezza miserabile di chi ha venduto l’anima al Diavolo. Il nostro lavoro, le nostre vite, diventarono uno scartafaccio impilato nell’archivio dei dossier che il Servizio in quegli anni affastellava sul conto di magistrati, politici, giornalisti da “disarticolare”».

Alle sue dimissioni hanno fatto seguito quelle di Pietro Suber di Mediaset e di Anna Bandettini, altra firma di Repubblica. Numerosi componenti degli ordini regionali hanno espresso solidarietà ai giornalisti dimissionari e preoccupazione; altri consigli dell’Ordine (quelli di Puglia, Campania e Lazio) hanno ufficialmente espresso pieno accordo sulle dimissioni e invitato il Consiglio della Lombardia a procedere a un supplemento di istruttoria sul caso Farina. La vicenda è lungi dall’essere conclusa, mentre Farina sta già pubblicando articoli sulla rivista Tempi.

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