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L’Aboyeur, la provocazione di Faten Rouissi al Bardo per la libertà di… ragionare

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La mostra personale L’Aboyeur, letteralmente l’imbonitore, di Faten Rouissi, negli spazi storici del Museo del Bardo di Tunisi ha l’intento di offrire al visitatore un’opera contemporanea che dialoghi tra le radici puniche e romane; nel museo è custodita, difatti, la più grande collezione di mosaici romani al mondo. Si tratta di un progetto in partenariato con l’Agence de Mise en Valeur du Patrimoine et de Promotion Culturelle. In tal senso, sembra sanarsi idealmente quella ferita che colpì la cultura e il turismo il 18 marzo 2015, con l’attentato terroristico.
L’iniziativa è importante nell’ottica di una riflessione, a sette anni dalla rivolta, sulla rinascita delle arti figurative all’indomani della caduta del regime di Ben Ali, che spesso è stata una vera e propria deflagrazione. L’esposizione rappresenta un’occasione per fare il punto sul post-rivoluzione con tutta l’onda di entusiasmo, la sua voglia di libertà ma anche molto rumore per nulla, sia a livello politico sia della stampa. Significativa la scelta dell’artista tunisina classe 1974, plastica, multidisciplinare ed engagée, di creare un evento che va al di là del valore artistico in sé, per cui tutte le opere in mostra rinviano alla figura dell’aboyeur che è «colui che prende la parola in modo intempestivo e ne abusa», come ha dichiarato la stessa Faten. Come è logico che accada, all’indomani di un’apertura dopo ventitré anni di dittatura e di silenzio forzato.

Sono state proprio le donne, infatti, ad alimentare le proteste dal 2011, spesso con la volontà di lottare contro qualcosa, invece che per qualcosa. In questo senso, è importante che una figura di spicco sulla scena tunisina, sempre attenta a un’arte contestualizzata, con forte senso dell’ironia e scevra dalla rabbia e da un spirito talora esageratamente battagliero, sviluppi un dibattito intorno all’esercizio del potere, della vita civile, di quello che trasforma e regge la società contemporanea, non solo in Tunisia. L’arte, evocando emozioni e immediatezza, può diventare uno strumento di esercizio di socialità e perfino di democrazia. «A mio parere – ha spiegato Faten Rouissi – l’arte è una produzione di senso. L’idea o il concetto diventeranno l’essenza dell’arte, a detrimento della sua materialità. La museruola, sul piano artistico, è un’immagine, un simbolo e una metafora, uno strumento talora di misura e moderazione».
Non è certo la nostalgia dell’ancien régime quello che anima l’artista, quanto la voglia di restituire all’arte un ruolo di dialogo e di educazione, dopo il momento necessario di rottura. Gli atteggiamenti incendiari, qualche volta perfino gratuiti, visti in questi ultimi anni, dopo tanto silenzio, hanno avuto un effetto contrario a quello desiderato, provocando comportamenti reazionari. Secondo Faten, «sovversivo, inatteso, spostato, contestatario, l’Aboyeur si disegna come una figura importante nell’equilibrio delle opinioni». Marie Deparis-Yafil, critica e curatrice dell’esposizione, ci suggerisce come questa figura-simbolo sia «nata dall’osservazione che l’artista ha svolto sui media di massa dopo la rivoluzione e nella fase della democrazia nascente».
L’artista spiega, infatti, come nei diversi dibattiti televisivi e radiofonici ci fosse qualcosa di dissonante. «Sentivo voci che si levavano una contro l’altra, provocando un’inaudibile cacofonia, ben poco costruttiva». Chi è abituato, sulla riva nord, del Mediterraneo alla cosiddetta democrazia, sa che sempre più spesso la libertà è confusa con l’anarchia della sopraffazione: mentre democrazia è un esercizio, fatto di regole molto complesse. In Tunisia, al di là della legislazione nuova e della Costituzione che meritano un plauso, è mancata – o non si è ancora esplicitata – la fase dell’istituzione di nuove regole che sostituiscano l’imposizione di codici dall’alto tipici del periodo dittatoriale, salvo poi il rigurgito di alcune forme di censura in occasione di film e mostre d’arte. Faten Rouissi, a differenza di molti altri artisti che peraltro hanno offerto contributi originali, si occupa anche della pars costruens, proprio con il personaggio dell’Aboyeur.
Rouissi auspica di mettere avanti una comunicazione razionale, pacata, nella quale l’argomentazione prenda parte alla decisione. La scelta di portare questo messaggio all’interno del Bardo è stata motivata anche da un modo nuovo di rileggere la storia, superando l’idea che ci siano momenti “buoni” e “cattivi” dell’umanità. In questo senso, la “dittatura” del dopo Ben Ali, di quello che è provocatorio, emancipato del post-rivoluzione, è una nuova museruola, contraddittoria con lo stesso messaggio che gli artisti vogliono far passare. Seguendo la spinta alla convivenza possibile, in una società che vuole il pluripartitismo, nasce l’iniziativa simbolica dell’amicizia tra l’Aboyeur e Virgilio, considerato il più grande poeta dell’antichità: un Virgilio che riceve, appunto, la Medaglia al merito culturale. In questo senso, per evitare l’esasperazione dei toni una cultura di dialogo che tenga conto della ricchezza delle differenze, questa è l’unica strada percorribile: anche per fare in modo che l’arte diventi un’espressione e un’attività tra le altre della società, non una periferia eccelsa e dissidente. Questa tendenza e tentazione, dopo il 2011, c’è stata in tutto il mondo intellettuale tunisino e tuttora rischia di rendere sterile anche quella semina che, invece, era seguita alla caduta della censura. Un’osservazione che torna utile anche alle democrazie mature, comprese quelle… decotte.

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