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La “voglia di andare a vedere” di Alessandro Rocca

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Alessandro Rocca

Ha detto di lui Paolo Manera, di Film Commission Torino Piemonte: “Alessandro Rocca utilizza lo strumento del cinema prendendosi però tempo nella narrazione. Il suo è un viaggio in profondità. Ha cura delle relazioni con le persone e luoghi. Lascia spazio all’inchiesta, ma anche al coinvolgimento emotivo”.

Fotografo, documentarista, tv reporter, la sua carriera si intreccia a quella del giornalista Davide Demichelis. «La mia esperienza di documentarista è iniziata nella casa di produzione Nova-T, realtà torinese che mi piace ricordare, e il Paese da cui ho cominciato è stato il Belgio. Poi sono venute le collaborazioni con Il pianeta delle meraviglie, Timbuctu, Alle falde del Kilimangiaro, fino a Radici.
E poi le produzioni per conto mio. In collaborazione con la società di produzione SGI ho deciso di scrivere una storia sul Ruanda». L’idea gli è venuta dopo aver letto – o meglio, divorato – durante un viaggio in Congo il libro di Luciano Scalettari La lista del console. Ruanda, 100 giorni un milione di morti.

«Ho pensato che quella storia andasse raccontata, così nel 2006 ho deciso di fare una docu-fiction: ho scritto il soggetto, ho trovato un finanziamento del Doc Film Fund Piemonte, ho preso contatti con Rai Cinema che ha deciso di produrre questo lavoro. Dal 2009 al 2010 abbiamo realizzato il documentario, anche se il finanziamento ha coperto appena un terzo dei costi effettivi di produzione. È stato trasmesso su Rai Uno e Rai Storia e ha avuto anche una distribuzione internazionale in sei Paesi, tra cui Estonia, Portogallo, Spagna e Francia. Peccato però che nel 2014 per il ventesimo anniversario del genocidio non ci sia stata alcuna messa in onda in Italia».

Di che cosa parla “La lista del console”?
«Il racconto della guerra tra Tutsi e Hutu ha come filo conduttore Pierantonio Costa, console italiano in Ruanda. Aiutato dal figlio Olivier, Costa agisce di concerto con rappresentanti della Croce Rossa e di svariate Ong e alla fine del genocidio avrà perso beni per oltre 3 milioni di dollari e salvato quasi 2000 persone, tra cui 375 bambini di un orfanotrofio della Croce Rossa.
Ho dato spazio ai sopravvissuti per contestualizzare il periodo e le situazioni anche con voci non strettamente legate a Costa. Non ho inserito una voce fuori campo per lasciar parlare le persone che c’erano. Io non c’ero, ho solo raccolto le loro testimonianze. Così le accuse fatte alla Chiesa, ai Francesi, al contingente Onu sono fatte da chi ha vissuto il genocidio.
È pur vero che quando racconti una storia, una posizione devi prenderla. E poi non è possibile essere esaustivi, bisogna lasciare dei punti interrogativi».

Il lavoro tratta un tema che si sarebbe prestato a facili spettacolarizzazioni e ricostruisce ciò che è accaduto con grande rispetto per la storia e per i protagonisti.
«È un racconto delicato, le immagini crude sono appena accennate con dei flash veloci. Ho inserito passaggi quasi cinematografici, come quella dell’uomo con il machete in mano che ricorre più volte. Non voglio esagerare, ma il taglio sugli occhi accompagnato dalla musica ha un parallelo nei film di Sergio Leone. Il tempo dell’intervista va spezzato con passaggi di respiro. Del resto, anche in un servizio per il telegiornale, due immagini belle devi metterle!»

Quali sono i rischi che come documentarista accetti di correre?
«I freelance non hanno copertura, non hanno sicurezza. Bisognerebbe imparare a dire di no, che non si fa più. Poi, però, spinto dalla passione e dalla voglia di andare a vedere, decidi di correre il rischio».

Perché hai scelto di fare questo mestiere?
«Me lo chiedo tutte le mattine. È logorante viaggiare male e di corsa, stare in posti senza corrente elettrica, senza acqua calda, perennemente sotto stress. È pesante doversi occupare da solo dell’organizzazione, della logistica, dei contenuti, delle riprese, senza una redazione, né una segretaria di produzione».

Ti ricordo che la domanda è “perché hai scelto di fare questo mestiere”…
«Perché da bambino sognavo di fare il fotoreporter e il sogno si è realizzato. L’aspetto positivo è la possibilità di vedere il mondo, conoscere le situazioni da vicino ti arricchisce e crea una coscienza critica diversa rispetto a quello che propinano i media. Chi viaggia vive due volte, si dice. Oggi si è più connessi, ma molti anni fa era diverso. Potevi stare 15 giorni senza telefonare a casa e allora sì, che vivevi una vita parallela».

Ecco il trailer de La lista del console e la pagina Facebook.

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