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La vittoria di Khadija Ismayilova contro il governo liberticida

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Khadija Ismayilova, classe 1976, lavora per Radio Free Europe

L’Azerbaijan non è un bel posto in cui esercitare la libertà di stampa. Qualche anno fa, il Caffè dei giornalisti si era occupato della drammatica vicenda di Agil Khalilov, cronista azero minacciato di morte e addirittura vittima di un tentativo di omicidio per le sue inchieste. Ecco perché è importante segnalare una sentenza emessa della Corte di Strasburgo (la corte per i diritti dell’uomo, organismo non europeo creato sessant’anni fa per salvaguardare le libertà fondamentali) contro l’Azerbaijan, in una casa promossa da Khadija Ismayilova.

Khadija Ismayilova è una cronista di inchiesta: anche lei, come Khalilov, si era occupata di alcuni affari dai contorti loschi, che coinvolgevano membri della famiglia del presidente Ilhan Aliyev. In particolare, si trattava di vicende di corruzione. Appena pubblicati gli articoli, Ismayilova era stata destinataria di minacce esplicite, sotto forma di revenge porn: una lettera anonima minacciava di mettere sul web un video che riprendeva sue performance sessuali con il fidanzato. La minaccia aveva avuto sèguito, perché il video era stato diffuso su Internet, e altri ne sono stati pubblicati successivamente. In quel periodo, Ismayilova si era resa conto che, nella sua abitazione, erano state nascoste parecchie telecamere e che anche la sua linea telefonica era sotto controllo. 

Nonostante la pronta denuncia presso le autorità, gli inquirenti azeri non avevano sostanzialmente fatto nulla. Non si erano scoperti mandanti né esecutori del reato, anzi, il responsabile dell’indagine aveva reagito alle lamentele pubbliche della giornalista per l’immobilismo della polizia diffondendo un rapporto che svelava dettagli sensibili (nomi, cognomi, indirizzi) degli amici della giornalista. Ai più era sembrata una mossa fatta non per dimostrare che l’indagine era stata compiuta, ma per dare in pasto alla collettività altri nomi che gravitavano intorno alla cronista. 
Resasi conto che dal proprio Paese non avrebbe ottenuto giustizia, Khadija Ismayilova si è rivolta allora alla Corte di Strasburgo. Che, nella sentenza con cui condanna lo Stato a pagare 15.000 euro alla giornalista e circa 1.800 euro di spese legali, riconosce che le lettere e gli atti successivi avevano l’obiettivo di intimidire la cronista, in un contesto in cui, è evidente, si è operato con la certezza dell’impunità. La Corte ha sottolineato che gli Stati hanno il dovere di garantire un clima favorevole alla diffusione di notizie e opinioni, anche se di notevole impatto e capaci di provocare sdegno e choc nella società. Non basta che si limitino, passivamente, a sorvegliare sulla libertà di diffusione delle notizie. In più, la sentenza si è soffermata sul comportamento degli inquirenti, che non solo non hanno indagato con serietà sul caso ma, al contrario, si sono permessi di divulgare notizie sulla vita privata della giornalista e dei suoi amici, rigorosamente riprese e pubblicate dai giornali “amici” del governo. Infine, ha ribadito che queste azioni violente non punite hanno un effetto “chilling”, insomma, di blocco della libertà di stampa e di espressione, perché i giornalisti sanno che tutte le voci scomode possono essere fatte tacere con l’avallo, se non addirittura la connivenza, del governo.

La Corte ha riconosciuto la violazione di due articoli della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, l’8 e il 10, e non è la prima volta che Ismaiylova viene perseguitata dal potere: nel 2016 era stata arrestata con l’accusa di istigazione al suicidio, e aveva già scontato due anni di detenzione prima di essere liberata dalla Corte Suprema del suo Paese. 

Il testo integrale della sentenza

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