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La Tunisia scossa da nuove rivolte

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kasser_545Erano i primi giorni di gennaio. Camminando a El Jam, nel centro del paese, un ragazzo in motorino grida verso i suoi coetanei: “C’è stata una rivolta, sono volate pietre”. Il giorno dopo sui giornali cartacei in lingua francese non si trova nulla, si parla come sempre di politica, terrorismo e crisi.

Qualche giorno dopo, il 15 gennaio a Tunisi, nel centro città capita di rimanere bloccati in taxi per una manifestazione o una piccola rivolta. Ragazzi giovani con la felpa con il cappuccio sciamano mentre arriva la Polizia (che dirotta il traffico e blocca la circolazione). Volano sassi. I giorni successivi una vera e propria escalation: le proteste si sono moltiplicate velocemente da Kasserine ad altri centri, estendendosi anche ad alcuni quartieri popolari di Tunisi, dove dei negozi sono stati saccheggiati.

Dopo gli attentati del Bardo, di Sousse e alla guardia presidenziale, l’atmosfera in Tunisia è diventata più nervosa, e la presenza della Polizia ancora più massiccia. Un piccolo grande segno: è stato innalzato un muro nel giardino di piazza del governo, già recintata di filo spinato. Uno dei luoghi simbolo di Tunisi è ormai quasi totalmente chiuso e per entrare nella medina si deve fare un lungo giro.

La Tunisia in questo periodo è molto controllata. Il 14 gennaio ha festeggiato il quinto anniversario della Rivoluzione; uomini, donne, famiglie, tanti giovani nel corso principale. Avenue Bourguiba gremita da persone con la bandiera dalla mezza luna rossa e bianca; chi è felice di questo anniversario, chi deplora la situazione attuale del paese (prezzi alti, disoccupazione, povertà). “Cinque anni sono passati e i nostri mali sono sempre gli stessi”; “il numero di disoccupati è aumentato, la vita è sempre più cara e il tasso di povertà non è diminuito”. Sono alcune voci raccolte da Abdelhamid Gmati del quotidiano La Presse. C’è chi attende l’arrivo di un nuovo uomo forte che ristabilisca l’ordine, c’è persino chi rimpiange Ben Alì. La gente è tanta, e gli accessi al boulevard controllati da agenti. In strada ci sono anche fotografi e giornalisti, ma occidentali sempre meno. Ci si sente sempre più “mosche bianche”, rari i visitatori. È un paese dove la crisi si sente fortemente, e questo è uno dei motivi principali delle rivolte di questi giorni.

Dopo la rivoluzione, che ha fatto sperare e sognare tanta gente, la situazione economica non è migliorata, anzi, si è aggravata. La crisi del turismo ha portato giù tante altre voci. Il 2015 da questo punto di vista è stato un anno orribile. Il settore che dà lavoro a quasi il 14% della popolazione è a rischio crollo: la chiusura di tanti alberghi (si è terminato l’anno con quasi 200 hotel chiusi, mentre tanti propongono prezzi stracciati per attirare i tunisini, che altrimenti questi posti non potrebbero permetterseli), cantieri bloccati, compagnie aeree sull’orlo del fallimento, porti come La Goulette e aeroporti come Enfidha e Tozeur, senza passeggeri, souk semivuoti. L’artigianato, che impiega più di 350 mila tunisini, è in grande sofferenza (superato ormai spesso da prodotti cinesi, poco costosi ma di bassa qualità); l’agroalimentare ha subito perdite di milioni di dinari in quanto legato al consumo di prodotti agricoli da parte dei visitatori; il terrorismo e l’insicurezza hanno scoraggiato i viaggiatori, ed è un tema che sollecita da tempo grandi dibattiti.

avenue Bourguiba, Tunisi
avenue Bourguiba, Tunisi

“La Tunisia non ha saputo reinventare la sua offerta” si legge su La Presse del 2 gennaio. “Il suo prodotto balneare classico non attira più visitatori. Si è mancato l’appuntamento della diversificazione e non ha saputo diventare haute gamme”. Su La Presse Magasine del 17 gennaio, un numero speciale è dedicato a questo tema. “Il cliente stesso è cambiato – afferma Wahid Ibrahim ex direttore generale dell’ONTT (Office national du turisme tunisien): non si accontenta più di bronzer idiot: vuole scoprire la cultura e la natura del paese dove passa le vacanze. Vuole immergersi nella vita quotidiana dell’habitat”. Non solo tintarella, quindi, vanno trovate nuove attrazioni: ad esempio il turismo responsabile ed eco compatibile, quello culturale (e quanti siti archeologici, quante meraviglie sarebbero da valorizzare). “Si può passare da un turismo di massa che non funziona che d’estate – prosegue Wahid Ibrahim – a un turismo nuovo, una scelta di offerte che funziona tutto l’anno, che garantisce impieghi più stabili”. Altre proposte: il turismo legato alla salute (per le eccellenze degli ospedali), della chirurgia plastica e della thalassoterapia”. Insomma, la Tunisia ha ancora molte carte da giocare, ma i problemi sono tanti.

Per ora infatti è tutto in discussione. Per fortuna il Capodanno è passato tranquillamente, aiutato forse dal coprifuoco nell’area Grand Tunis (da mezzanotte alle 5 del mattino, ma da venerdì esteso dalle 20 alle 5 dopo gli scontri durante le manifestazioni di protesta contro la disoccupazione), e da controlli di polizia capillari (allo scadere dell’anno vecchio tutti a casa, niente botti, unica concessione una bella cena e un dolce con la scritta 2016).

“Per i terroristi che avevano giurato di guastarci le feste di fine anno 2015 – si legge su un quotidiano del 6 gennaio in un articolo che si intitola ‘Mantenere la pressione’ – la loro macabra promessa non è stata fortunatamente mantenuta”. “Non si dirà mai abbastanza – prosegue – che non si parli di una tregua della vigilanza: guai agli allentamenti e alla minima distrazione”.

Ci si accorge di questo controllo tanto aumentato negli ultimi tempi, già appena arrivati e soprattutto se si fa l’esperienza di arrivare in nave: la dogana tunisina, all’arrivo e alla partenza, apre i bauli delle macchine e con cura guardano dentro l’abitacolo, sotto il veicolo (con una pila o con uno specchio) e ad alcuni, con l’auto piena, fanno tirare fuori tutto il contenuto. Documenti, assicurazione, domande. Meno lunghi e complicati i controlli se si arriva in aereo o per una viaggiatrice straniera come me che se la cava con poche domande. Posti di blocco ovunque per le strade (fermano molto le auto a noleggio, le si riconosce dalla targa azzurrina, perché pare più usate dai terroristi o dai delinquenti), mentre le targhe straniere sono poco fermate: in 15 giorni mi è capitato una volta.
Controlli serratissimi anche nei centri commerciali e nei supermercati. Negli alberghi i cancelli sono chiusi e piantonati; per entrare devi prima passare il metal detector e il controllo dell’auto (documenti, baule e il sotto della macchina), dopodiché ti vengono messi dei braccialetti di riconoscimento (quelli che usano negli ospedali, per capirci, tutti del medesimo colore e da mostrare ogni volta che si rientra in albergo). All’interno degli hotel c’è sempre qualcuno della vigilanza (che guarda gli ospiti, e soprattutto i tunisini con attenzione, e forse con più sospetto) e capita, ad esempio in un bel resort di Mahdia, di vedere passare ogni sera, al ristorante, una guardia armata di mitra. Nessuno ci fa caso, ormai è routine.

L’atmosfera del paese è questa. Nervosa e attenta. Buon Anno Tunisia e buon anniversario alla tua così giovane democrazia.

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