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Tunisia in piazza: il futuro incerto di un popolo deluso

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Cosa sta succedendo in Tunisia? Sembra essere esplosa una rabbia accumulata da anni, quanto per anni si è assistito al continuo impoverimento dei poveri e della classe media a favore dei ricchi che, per contro, sono diventati sempre più ricchi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’approvazione della nuova legge finanziaria. Questa è la prima sintesi che emerge dai principali quotidiani tunisini e scorrendo i numerosi filmati con la voce dei movimenti di rivolta come Manich Msamah (Non perdono) e #Fech_Nestannew (Cosa stiamo aspettando); stessa opinione hanno gli analisti che seguono questo Paese, le cui coste sono a poche miglia dal nostro e che era stato battezzato, dopo la rivoluzione del 2011, come il vero laboratorio di democrazia nel mondo arabo.

Ma più democrazia, più libertà e la caduta di un regime non sembrano aver riempito la pancia dei tunisini, né essere riuscite a rendere la loro vita dignitosa, offrendo un lavoro sufficiente per mantenere la famiglia e vivere serenamente. Dunque si riaffaccia, violentemente, il vero fantasma tunisino, il reale traguardo mai raggiunto ma necessario per rimettere in pista questo Paese: l’economia. Quel motore che fatica ancora a partire, che è rimasto senza rivoluzione e che spegne tutti gli entusiasmi e le speranze, nonostante il Paese dei gelsomini abbia avuto nove governi, dal rovesciamento del dittatore Zine al-Abidine Ben Ali. Senza che nessuno sia riuscito a risolvere il problema.

La finanziaria tunisina è entrata in vigore il 1 gennaio 2018; il governo la ritiene necessaria, anche e soprattutto dopo aver accettato, lo scorso anno, un programma di prestiti quadriennale con il Fondo monetario Internazionale in cambio di riforme economiche. Ma le misure prese in questi ultimi tempi si sono tradotte in un aumento dei prezzi per molti insostenibile, perché tocca moltissimi beni di consumo della quotidianità di ogni tunisino. E il rialzo non è da poco. Solo per fare qualche esempio: caffè e tè sono aumentati del 25%, dolci e biscotti del 10%; sono stati introdotti dazi doganali su prodotti agricoli, con aggi saliti da zero al 15%. E nemmeno la benzina e il gasolio sono sfuggiti agli aumenti.

Olfa Lamloum, che dirige il lavoro dell’International Alert in Tunisia (una Ong che si concentra sulle aree emarginate ed escluse con particolare attenzione a donne e giovani) è stata intervistata dall’Huffington Post tunisino e spiega, a chi sostiene che la Tunisia non abbia i mezzi per il momento per raggiungere tutti gli obiettivi della rivoluzione, che “la recessione o la disoccupazione non sono inevitabili: dobbiamo cercare di porvi rimedio, ma non lo facciamo. Sarebbe sufficiente osservare l’evoluzione del Paese, per vedere che viaggia a due velocità; impoverimento della grande maggioranza della popolazione, contro l’arricchimento crescente degli altri. I mezzi per rimediare esistono. In realtà stiamo affrontando uno squilibrio nella redistribuzione della ricchezza: il nostro problema, adesso, è che perpetuiamo la politica di Ben Ali, che si basa sull’emarginazione di parte della popolazione, sull’austerità, sulle disuguaglianze sociali”.

Ciò spiega, almeno in buona parte, la rabbia tunisina che si è tradotta in scontri tra le forze di polizia e manifestanti, che si sono riversati in 16 province della Tunisia: da Ibn Khaldoun, nei pressi di Tunisi, a Tebourba, Hammam Lif, Thala, Beja, El Agba, Siliana, Kasserine, Citè Ennour, Sousse, Citè Etthadhamen e altre località dove si sono registrati scontri, sassaiole, blocchi stradali con pneumatici bruciati. Vera guerriglia e atti di vandalismo che hanno causato un morto e più di 300 arresti. A Thala, vicino al confine con l’Algeria, sono state inviate truppe dopo che i manifestanti hanno bruciato l’edificio della sicurezza nazionale. L’esercito è ormai dispiegato in diverse città, perché la situazione è molto grave.

La questione delle disuguaglianze sociali è una vera bomba e lo spiega ancora Olfa Lamloum: “Le disuguaglianze sono una forma di violenza morale e fisica: generano esclusione, disoccupazione, privazione dei diritti fondamentali come salute, sicurezza sociale, istruzione. Alcuni emarginati sentono il disprezzo del popolo ricco (hogra) e l’odio nei loro confronti. Nel mentre, altri tunisini continuano a esprimere giudizi peggiorativi nei confronti degli abitanti delle regioni interne. La frattura è quindi sociale, e peggiora con il blocco dell’ascensore sociale che una volta era fornito dalla scuola. Il che spiega, almeno in parte, l’alto tasso di abbandono scolare in alcune regioni”.

A pochi giorni dal 14 gennaio, anniversario della rivoluzione, la Tunisia si infiamma e scende con violenza per le strade perché è stanca di aspettare e stringere la cinghia senza vedere un cambiamento nella propria economia di casa. Anzi: c’è chi, dati alla mano, evidenza come l’oggi sia lontano dalla realtà e dalle aspettative del passato che hanno segnato la rivoluzione del 2011. Con una disoccupazione che non arretra, giovani laureati senza lavoro e con un occhio verso l’Europa e un business fiorente dell’immigrazione illegale, mentre il califfato di Al Baghdadi aveva già segnalato il primato tra le sue reclute proprio da parte di giovani tunisini.

Il tutto si consuma a pochi mesi da una nuova tornata elettorale: occasione troppo ghiotta per l’arena politica, pronta a cavalcare l’onda del malcontento e a guadagnarsi qualche voto in più. Ancora una volta, la sfida nel mondo arabo arriva dalla Tunisia. Un dittatore non può essere l’alibi per una classe dirigente che fatica a portare avanti, e con coraggio, una visione politica d’insieme, puntando soprattutto sul grande limite delle società arabe: le disuguaglianze sociali.

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