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La Tunisia contro le angherie di Erdogan: no alla Turchia “prigione dei reporter”

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Tunisi – La strada che dall’aeroporto conduce al centro città è drappeggiata ai lati da due bandiere, entrambe rosse, simili ma differenti: quella tunisina e quella turca.  L’occasione è la visita di due giorni, il 26 e 27 dicembre, del presidente turco Recep Tayyp Erdogan al suo omologo Beji Caid Essebsi. Un incontro che ha creato anche proteste; alcune organizzazioni  hanno infatti manifestato la loro disapprovazione per la politica condotta da Ankara in materia di rispetto delle libertà in generale e della libertà di stampa in particolare.

Secondo i dati di RSF, dopo il mancato colpo di Stato del 201, sarebbero almeno 140 i media chiusi, 700 le tessere stampa annullate, 100 i giornalisti imprigionati, 149 quelli arbitrariamente arrestati, oltre alla censura di siti internet e i social network; al punto che oggi la Turchia è considerata come la più grande prigione al mondo per i giornalisti.  Il Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini si è mobilitato per un sit-in davanti alla sede del Snjt in solidarietà ai giornalisti turchi dietro le sbarre. Una protesta significativa, secondo Kamel Ferchichi del quotidiano tunisino La Presse, che ha visto la presenza di un gran numero di manifestanti.

In tono concitato, il presidente del Snjt (Syndicat national des journalistes tunisiens) Neji Bghouri ha voluto sostenere i colleghi,  e come Federazione Internazionale dei Giornalisti (FIJ) ha dichiarato di aver approfittato di questa visita per rivolgersi al presidente turco: «Come abbiamo fatto con i giornalisti egiziani in passato, oggi sosteniamo i nostri colleghi turchi, ormai da più di un anno illegalmente detenuti nelle prigioni». E per fustigare il sistema repressivo di Erdogan che ha abusivamente strumentalizzato il tentativo di golpe per rinforzare i suoi poteri e mettere i media in ginocchio. «I governanti che fanno dei media il nemico numero uno, non potranno certamente vincere la battaglia. Ben Alì è uno che l’ha persa». I processi intentati a quei giornalisti, ha dichiarato ancora Bghouri rivolgendosi al presidente turco, «non sono che a fini politici, senza alcun fondamento giuridico. Processi totalmente inventati, volti a ridurre la libertà di espressione a semplice voce propagandista per perfezionare l’immagine compromessa del regime vigente. La suddetta campagna di intimidazione, vigliaccamente orchestrata contro la corporazione, non giustifica assolutamente i pretesti securitari forniti dal governo. È una falsa verità che ne nasconde un’altra, molto allarmante».

La Turchia figura al 155° posto su 180 Paesi, secondo la classifica per la libertà di stampa del 2017 di Reporter sans Frontieres (RSF). «Detto questo – ha concluso Bghouri – ciò che è successo nel 2016 aveva l’aria di un regolamento di conti puramente politico. No alla repressione della libertà di stampa, sì alla liberazione dei nostri colleghi imprigionati in Turchia». Con lui, la gran parte dei colleghi tunisini.

 

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