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La strada perduta a Mogadiscio

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strada di ilaria«Ilaria era una giornalista, di quelle che sanno fare le domande». Francesco Cavalli descrive così, in modo epigrafico ed efficace, Ilaria Alpi, l’inviata del Tg3 uccisa il 20 marzo 1994 insieme all’operatore Miran Hrovatin a Mogadiscio.

Erano in Somalia per documentare il ritiro delle truppe italiane al termine della missione Ibis, un fallimento della forza multinazionale. Ma Ilaria aveva scoperto dell’altro: si era imbattuta in un affare più grosso di lei, come si legge sul suo taccuino: «Strada Garowe-Bosaso, fondi Fai, cooperazione italiana, 1400 miliardi: che fine ha fatto questa ingente somma di denaro?»
Si era posta e aveva fatto domande, appunto. Aveva raccolto, documentato, tracciato collegamenti, messo in relazione. Aveva colto, aveva capito: l’Italia e la Somalia erano legate da una verità scomoda, che aveva a che fare con il traffico di armi e rifiuti tossici tra i due Paesi.

Sapeva di una nave sequestrata dal bogor di Bosaso, o meglio da chi faceva le veci del sultano. La nave era parte della flotta Shifco, donata dal governo di Bettino Craxi all’ex dittatore Siad Barre. Intervistato da Ilaria, il bogor aveva ammesso che erano stati i suoi uomini a sequestrare la nave, ma le aveva negato di poter salire a bordo. E poi l’aveva avvisata: “chi parla di quelle cose, di solito muore“. Nonostante le minacce, Ilaria proseguì le indagini. Non solo. Si spinse oltre la green line, la linea di sicurezza, benché sui suoi appunti avesse scritto: “nessuno senza un motivo particolarmente valido passa da una zona all’altra; qualunque spostamento deve essere accuratamente organizzato“.
Aveva telefonato a un collega a Roma per annunciargli che tra le mani aveva un servizio che scottava. Ma dopo poche ore, un commando di uomini armati assaltò l’auto sulla quale viaggiava insieme a Miran e all’autista Abdi.

Sono passati vent’anni. La verità sulla morte di Ilaria Alpi sembra sia stata sotterrata, proprio come è accaduto con i rifiuti tossici.
Perché talvolta si sceglie di non capire. Si decide che le prove mediche, i taccuini, i testimoni, le confessioni non hanno valore. Che tre relazioni della Commissione parlamentare d’inchiesta non bastano. Che non suonano strano documenti “smarriti”, distrutti, sottoposti a segretezza, rubati. Neppure i bagagli di Ilaria giunti in Italia con sigilli rotti.
E dunque non è convincente che Ilaria e Miran siano stati uccisi su preciso mandato da un commando assassino. È più comodo pensare a una rapina o un sequestro. Dare la colpa alla sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La verità giudiziaria su ciò che è accaduto non è emersa in tutti questi anni. Ma c’è ancora un procedimento penale aperto presso la Magistratura di Roma. E la presidente della Camera, l’onorevole Laura Boldrini ha avviato un’operazione di trasparenza per fare chiarezza sulle navi dei veleni e sul caso Alpi-Hrovatin, desecretando i documenti archiviati dalle commissioni bicamerali d’inchiesta delle ultime tre legislature.

Arrivare a una soluzione di un duplice omicidio rimasto fino ad oggi senza responsabili (l’unico riconosciuto colpevole è il somalo Hashi Omar Hassan, che sta scontando nel carcere di Padova la condanna a 26 anni di detenzione, ma è forse un capro espiatorio) non farebbe solo onore alla memoria di Ilaria e Miran, ma al valore e alla serietà del loro lavoro, accertando e facendo luce sui traffici illeciti che avevano scoperto.
Tra quanti non hanno mai smesso di indagare c’è Francesco Cavalli, ideatore e direttore del Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi, produttore televisivo, autore di reportage (“Somalia Italia” e “Un clown a Gaza”) e testi teatrali (“Occhi scritti”). Cavalli ha conosciuto Ilaria attraverso le parole di Giorgio e Luciana, i genitori, frequentando la loro casa e partecipando al loro dolore. L’ha voluta raccontare in un libro, “La strada di Ilaria”, che ripercorre i fatti sui quali Ilaria e Miran stavano lavorando prima della loro uccisione e traccia un percorso circolare tra Italia e Somalia attraverso le storie delle persone che egli ha incontrato durante i suoi viaggi in Somalia sulle orme di Ilaria: dai bambini Abubakar e Hassan, poi rifugiati a Lampedusa, ai colleghi Alex e Luciano, all’affascinante interprete Mariam.
È lecito tendere dei fili per cercare di colmare i vuoti“, scrive Pietro Veronese nella premessa. “Questo costituisce forse il punto più vicino alla verità sulla fine di Ilaria e Mirian che riusciremo mai a raggiungere“. Non è un reportage giornalistico, è un romanzo, ma racconta fatti, armonizzando narrazione e informazione.

La “strada di Ilaria” è quella che lei aveva scoperto nascondere rifiuti tossici, in bidoni scaricati direttamente da navi italiane, ma è anche il cammino alla ricerca della verità che decide di intraprendere una giornalista rigorosa, competente, preparata.

Nel ventesimo anniversario della morte di Ilaria e Miran, Rai 3 dedicherà uno speciale, “La strada della verità”, in prima serata giovedì 20 marzo alle 21, condotto da Andrea Vianello, con testimonianze, letture, ricordi della mamma Luciana e di amici, colleghi e artisti.

Tra il ricordo e la denuncia del colpevole assenso dei poteri forti, vent’anni dopo si vuole porre l’accento su ciò che è ragionevolmente possibile perché sia preso in considerazione. E ricucire la trama attraverso il filo sottile, ma vero e indispensabile, della verità e del rispetto della memoria.

 

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