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Storia infinita delle liti temerarie: ci prova Di Nicola, deputato e giornalista

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Primo Di Nicola (1952), giornalista professionista, per 30 anni cronista a l’Espresso, eletto in Parlamento con il M5s

Anche il giornalismo ha il suo cantiere infinito, la sua Salerno-Reggio che è stata inaugurata per sei decadi consecutive senza essere stata completata. Del reato di diffamazione a mezzo stampa, che ancora prevede il carcere per i giornalisti come si stabilì nel 1948, si discute da tempi immemori. Ma non è cambiato nulla: la legge continua a prevedere la galera, per i cronisti che vengono giudicati colpevoli di aver leso l’onore e la dignità altrui. Leggete questo passaggio, datato 2003:

Chi commette il reato di diffamazione a mezzo stampa non dovrà più temere il carcere. E’ quanto afferma il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti che, in questi giorni, si è incontrato con il presidente della commissione Giustizia della Camera Gaetano Pecorella, il deputato di FI Nino Mormino (che aveva presentato l’emendamento per prevedere invece la pena detentiva) e alcuni esponenti di maggioranza e opposizione per fare il punto sulla proposta di legge che punta a riformare la disciplina per la diffamazione ora all’esame della commissione Giustizia di Montecitorio. ”Come governo – spiega Bonaiuti – offriamo tutta la nostra collaborazione tecnica, anche del dipartimento per l’editoria diretto da Mauro Masi, per arrivare a un testo completo e aperto a tutte le istanze, anche dell’opposizione”. 

Invece non è successo nulla. Dieci anni dopo, nel 2013, un noto direttore di quotidiano nazionale e un cronista locale ottuagenario vennero accompagnati l’uno agli arresti domiciliari, l’altro in cella per articoli giudicati diffamatori. Si tornò a parlare con forza, per qualche giorno e solamente sull’onda emotiva degli  rresti, della riforma della legge sulla diffamazione. Ma non successe nulla. Nel 2015 venne depositata l’ennesima proposta di legge che, da allora, giace in qualche cassetto, ferma dopo un passaggio tra Camera e Senato. Avrebbe dovuto cancellare la pena detentiva e mettere una toppa a un’altra falla del sistema, ossia il ricorso indiscriminato alle cause civili intimidatorie contro i giornalisti che, negli ultimi anni, sono diventate lo strumento più potente di censura preventiva nei confronti di chi fa informazione, ancor più dello spauracchio della prigione.

Nel mentre, l’Italia è stata superata pure dal Lesotho: l’enclave sudafricana ha approvato una legge che definisce incostituzionale il carcere per i giornalisti. Ora arriva un’altra notizia: l’ex giornalista dell’Espresso Primo Di Nicola, ora parlamentare del Movimento 5 stelle, ha presentato un disegno di legge per riformare almeno una parte di questa disciplina punitiva e obsoleta, cioè quella che riguarda le cosiddette liti temerarie. L’articolo proposto da Di Nicola recita: “Nei casi di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, delle testate giornalistiche online o della radiotelevisione in cui risulta mala fede o colpa grave di chi agisce in sede di giudizio civile per risarcimento del danno, su richiesta del convenuto, il giudice (con la sentenza che rigetta la domanda) condanna l’attore, oltre che alle spese e agli oneri di difesa e al risarcimento dei danni (così come già previsto rispettivamente dall’art.91 e 96 del codice di procedura civile), anche al pagamento a favore del richiedente di una somma non inferiore alla metà della somma oggetto della domanda risarcitoria”.

Si tratta di una misura finalmente quantificata, che dovrebbe frenare definitivamente le cause pretestuose contro giornalisti che, per un articolo magari del tutto legittimo e veritiero, si ritrovano ad affrontare richieste di risarcimento nell’ordine di centinaia di migliaia, quando non di milioni di euro. Se la legge passerà, chiunque sia disposto a fare causa a un giornalista per un articolo, e magari chiederà 500.000 euro di ristoro danni, saprà che – in caso di sconfitta – dovrà pagarne almeno 250.000 al convenuto. Il problema è che questa norma dovrà sopravvivere al passaggio alla Camera e al Senato, ai tentativi di accantonamento, alle imboscate di chi non è interessato a difendere il lavoro dei giornalisti (e il partito di appartenenza di Primo Di Nicola si è sempre distinto per averli pubblicamente osteggiati). Sarà la volta buona, o la solita festa senza il festeggiato?

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